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Figure retoriche

08-06-2020

Le figure retoriche sono delle espressioni letterarie molto particolari, degli artifici linguistici che hanno come scopo principale quello di creare un particolare effetto all’interno della frase, una deviazione dal linguaggio comune, un interessante e al contempo sorprendente contrasto.

Le figure retoriche sono utilizzate sia nel linguaggio comune che in quello più colto, letterario; sono, per esempio, particolarmente ricorrenti nella poesia; fra le più note si ricordano la metafora, la metonimia, l’ossimoro, l’iperbole, la sineddoche e l’antonomasia. Ne esistono comunque moltissime e molti sono stati i tentativi di classificarle.

Alcuni facili esempi; se diciamo “Luciano è davvero una volpe” stiamo utilizzando una metafora; non intendiamo veramente dire che Luciano è un animale, ma che è molto furbo; se diciamo “Mario non doveva giocare oggi; sembrava un morto vivente”, stiamo utilizzando un ossimoro, mentre se diciamo “Hai visto Maria? Sarà ingrassata cento chili!” stiamo ricorrendo a un’iperbole.

Si tratta, insomma, di particolari costruzioni utilizzate per impreziosire e/o rendere meno noioso o banale sia il linguaggio parlato che quello scritto.

Nel paragrafo successivo riportiamo un vasto elenco delle principali figure retoriche utilizzate nella lingua italiana con la loro definizione ed esempi tratti sia dalla letteratura italiana sia dal linguaggio di tutti i giorni.

Figure retoriche – Definizione ed esempi

Allegoria – È una delle figure retoriche più comuni; consiste nell’attribuire a un discorso un significato nascosto, diverso da quello letterale; con essa si racconta un’azione la cui interpretazione deve differire da quello che è il suo apparente significato. Vi sono opere letterarie che sono state praticamente costruite per intero sul processo allegorico; ne sono esempi la Divina Commedia di Dante, Il processo di Kafka e l’Ulisse di Joyce.

E più saranno ancora, infin che ‘l veltro

Verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,

Ma sapïenza, amore e virtute,

E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro

Di quella umile Italia fia salute

Per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo, e Niso, e Turno di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,

Fin che l’avrà rimessa nello inferno,

Là onde invidia prima dipartilla.

In questo testo, tratto dal capitolo I dell’Inferno, Dante, allo scopo di profetizzare la venuta di una figura provvidenziale che eliminerà l’avidità dal mondo terreno, utilizza l’allegoria del cane da caccia che cercherà e ucciderà la lupa.

Per approfondire si veda la scheda Allegoria.

Allitterazione – È una figura retorica consistente nella ripetizione di un suono (molto spesso una consonante) all’inizio, oppure all’interno, di parole successive (contigue o no che siano). Il seguente esempio è tratto dal Canzoniere di Francesco Petrarca (“di me medesmo meco mi vergogno”).

Anacoluto – Figura retorica caratterizzata da un’irregolarità sintattica nella costruzione di una frase; questi esempi sono tratti da I promessi sposi di Manzoni: “io, purtroppo, mi sembra che non ci sia nulla da fare”; “quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe mia da venti mesi”.

Anafora – Tra le varie figure retoriche non si può non citare l’anafora; essa consiste nella ripetizione, all’inizio di versi o di frasi successivi, di una parola o di un gruppo di parole; lo scopo è quello di dare una certa enfasi a un concetto o a una certa immagine. Uno degli esempi classici di anafora è il seguente, tratto da l’Inferno di Dante:

«Per me si va nella città dolente, /Per me si va nell’eterno dolore, /Per me si va tra la perduta gente».

Per approfondire si veda la scheda specifica, Anafora.

Anastrofe – L’anastrofe è una figura retorica che consiste nell’inversione dell’ordine naturale o abituale di due o più termini della frase. Per approndire si veda la scheda specifica, Anastrofe.

Antitesi – Anche l’antitesi è una delle figure retoriche più utilizzate; consiste nell’accostare termini o frasi dall’opposto significato. Il seguente esempio è tratto dal Canzoniere di Petrarca: “Pace non trovo e non ho da far guerra“; questo invece da Illusa gioventù di Carducci: “…So che non foco, ma ghiaccio eravate…”. Per approfondimenti si consulti la scheda specifica, Antitesi.

Antonomasia – Figura retorica di uso piuttosto comune; consiste nel sostituire un nome comune a un nome proprio o viceversa; serve a indicare una caratteristica di una persona o di una cosa. Per approfondire si veda la scheda Antonomasia.

Alcuni esempi: il poverello di Assisi (San Francesco); Mario è un vero Casanova (antonomasia che sta per “donnaiolo”); Daniele è un Adone (antonomasia che sta per “giovane di notevole bellezza”).

Apocope – Nota anche come troncamento; è il fenomeno per il quale si verifica la caduta della sillaba e della vocale finale di una parola all’interno della frase; due classici esempi: a mo’ di e po’. Per approfondimenti si consulti la scheda specifica Apocope.

Apostrofe – Consiste in un discorso, fatto con toni accorati (di affetto o di rimprovero), diretto al lettore, a persone scomparse o assenti o a cose personificati. È sinonimo di invettiva quando il discorso è accompagnato da toni particolarmente violenti.

Un famoso esempio di apostrofe è il seguente (Dante, Purgatorio): («Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!»

Asindeto – È una figura retorica che consiste nell’assenza della congiunzione fra due o più termini che sono fra loro strettamente coordinati: veni, vidi, vici (Venni, vidi, vinsi). Serve a conferire maggiori concisione e concitazioni al discorso. È opposta al polisindeto.

Chiasmo – Si tratta di una figura retorica in cui due parole o espressioni, con affinità di significato, sono disposte in modo incrociato secondo lo schema ABBA; il classico esempio è l’incipit de L’Orlando furioso dove si ha un doppio chiasmo che fa riferimento ai due temi principali del poema, quello amoroso e quello bellico:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,

le cortesie, l’audaci imprese io canto…

donne (A) – cavallier (B) – arme (B) – amori (A) – cortesie (A) – audaci imprese (B).

Disfemismo – Figura retorica (utilizzata soprattutto con intenti scherzosi e/o affettuosi) che consiste nella sostituzione di termini o espressioni normali o positivi con altri termini o espressioni che di per sé sarebbero sgradevoli od offensivi, ma senza dar loro toni sgradevoli, spiacevoli od oltraggiosi. Classico esempio di disfemismo è l’espressione “la mia vecchia” per indicare la propria madre o l’uso del termine birbante per riferirsi a un bambino vivace. È opposto all’eufemismo.

Enjambement – Figura retorica utilizzata nell’ambito della poesia; si ha quando il senso logico di un verso non si conclude con il medesimo, ma prosegue in quello successivo. Questo esempio lo troviamo ne L’infinito di Giacomo Leopardi:

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

Eufemismo – È una delle figure retoriche più comunemente usate, sia nel linguaggio scritto che in quello parlato; consiste nella sostituzione di parole o di espressioni con altre che hanno un tono più attenuato; per esempio, si utilizza un eufemismo quando diciamo “passare a miglior vita” in sostituzione del termine “morire”; altro esempio è la frase “ho visto di meglio” in riferimento a un film che abbiamo trovato veramente brutto; “donna di facili costumi” è un eufemismo utilizzato in sostituzione di termini più volgari. Per approfondire si consulti la scheda specifica: Eufemismo.

Ipallage – Non è fra le figure retoriche più utilizzate, ma è comunque presente in molti testi letterari; consiste nell’attribuzione a un termine presente in una frase qualcosa che logicamente andrebbe riferito a un termine vicino. Ne troviamo un esempio in Novembre di Giovanni Pascoli: “di foglie un cader fragile”. L’aggettivo “fragile”, che è caratteristica riferita alle “foglie”, concorda grammaticalmente con il verbo “cadere”, dunque oltre alle foglie secche è fragile anche la loro caduta.

Iperbato – Nell’iperbato si ha la separazione di due o più parole che sono fortemente legate dal punto di vista sintattico con inserimento di un inciso fra i termini separati; ciò determina una variazione del consueto ordine delle parole in una frase in modo mettere in rilievo o rendere più suggestivi determinati termini o elementi della frase stessa. Questo esempio è tratto da Il sabato del villaggio (Leopardi):

Siede con le vicine

Su la scala a filar la vecchierella

Una figura simile all’iperbato è l’anastrofe; anche in essa si ha un’inversione del consueto o naturale ordine di due o più termini della frase, ma nell’anastrofe non è contemplato l’inserimento di un inciso. Per approfondire si consulti la scheda specifica: Iperbato.

Iperbole – Fra le figure retoriche è sicuramente una delle più utilizzate nel linguaggio comune, ma è ricorrente anche nella letteratura, sia antica che moderna; si tratta, in sostanza, di un’esagerazione (in eccesso o in difetto) del significato di un’espressione; lo scopo è quello di aumentarne, per contrasto, la sua credibilità. Alcuni esempi: “Te l’ho detto un milione di volte!”; “Arrivo in un paio di secondi!”. Fra gli esempi letterari celebri possiamo citare il Petrarca (tratto da Erano i capei d’oro a l’aura sparsi):

… che ‘n mille dolci nodi gli avolgea…

Litote – Figura retorica che possiamo riassumere con l’espressione “negazione del contrario”; con essa si possono ottenere effetti di vario tipo, eufemistici (attenua l’asprezza di un termine o di un’espressione), enfatici, ironici ecc. Alcuni esempi:

Per gli approndimenti si consulti la scheda specifica (Litote).

Metafora – Senza ombra di dubbio è una delle figure retoriche più ricorrenti sia nel linguaggio parlato che in quello scritto; è pressoché paragonabile alla similitudine (dalla quale differisce per l’assenza di avverbi di paragone o di locuzioni avverbiali); in pratica, quando si usa una metafora si opera sostituendo una terminologia propria con una terminologia figurata, in seguito a una simbolica trasposizione di immagini. Ne troviamo un esempio in X agosto (Pascoli):

“Anche un uomo tornava al suo nido”

Qui il termine nido sta per casa.

Per gli approfondimenti si consulti la scheda Metafora.

Metonimia – Come la metafora (a cui concettualmente è molto simile), anche la metonimia è una delle figure più comunemente utilizzate nel linguaggio comune; consiste sostanzialmente nella sostituzione di un termine con un altro che abbia con il primo una relazione di contiguità; per esempio, entrando più nello specifico con degli esempi, si realizza una metonimia allorquando si utilizza il nome:

Per approfondimenti si veda la scheda Metonimia.

Omeoteleuto – Fra le figure retoriche non è forse tra le più note; si tratta di un procedimento che consiste nel far finire, nel medesimo modo, nel suono o nella metrica, le parti di un periodo contrapposte simmetricamente; la rima è un tipo di omeoteleuto che si verifica in fine verso. Un facile esempio: andarono, a stento arrivarono, ma non ritornarono.

Onomatopea – Figura con la quale, attraverso il suono di una parola, si descrive o comunque si suggerisce acusticamente determinati oggetti e azioni. Un autore che ne fa un notevole utilizzo è Giovanni Pascoli: “Un bubbolio lontano” (Temporale); “sciabordare delle lavandare (Lavandare); “c’è un breve gre gre di ranelle” (La mia sera); “veniva una voce dai campi: chiù” (L’assiuolo); “che un giorno ho da fare tra stanco don don di campane…” (Nebbia). L’onomatopea è usata non soltanto con parole esistenti, ma con quelle create dall’autore.

Ossimoro – Una delle figure retoriche forse più curiose; consiste nell’accostare, nella medesima espressione, termini dal significato opposto allo scopo di ottenere un paradosso apparente; il termine è di origine greca (deriva da oxymoron, composto da oxis, acuto, e moros, ottuso) ed è in sé stesso un ossimoro. Esempi classici di questa figura retorica sono espressioni quali ghiaccio bollente, illustre sconosciuto, silenzio eloquente, limpide nubi (Foscolo, A Zacinto). Si veda la scheda specifica (Ossimoro) per approfondimenti.

Perifrasi – Giro di parole o circonlocuzione usata per indicare una cosa, una persona, o un concetto; alcuni famosi esempi: “colui che tutto move” e “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Dante, per indicare Dio); “il maestro di color che sanno” (Dante, per indicare Aristotele); “grembo doloroso” (Manzoni, per indicare i dolori del parto). L’uso di perifrasi è frequente anche nel linguaggio comune; ne sono esempi espressioni quali “la mia dolce metà” (per indicare il coniuge); “un brutto male” o “un male incurabile” (per indicare un cancro). Le perifrasi si usano per varie motivazioni come per esempio rendere più poetica una frase oppure evitare una terminologia inopportuna oppure eccessivamente tecnica o troppo realistica ecc.

Polisindeto – Con questo termine si fa riferimento alla ripetizione della congiunzione fra più proposizioni, periodi o membri di proposizione coordinati fra loro. Un paio di famosi esempi: “e mangia e bee e dorme e veste panni” (Dante); “e i percossi valli, e il lampo de’ manipoli, e l’onda dei cavalli, e il concitato imperio, e il celere ubbidir” (Manzoni).

Asindeto e polisindeto sono figure retoriche contrapposte; il primo rende il testo più veloce e incalzante, il secondo, invece, lo rallenta e lo dilata.

Le figure retoriche sono delle espressioni letterarie molto particolari, degli artifici linguistici che hanno come scopo principale quello di creare un particolare effetto all’interno della frase, una deviazione dal linguaggio comune, un interessante e al contempo sorprendente contrasto.

Prosopopea – Figura retorica che si realizza quando si fanno parlare, raffigurandole come persone, entità astratte o esseri inanimati come se fossero presenti, vivi, animati. Un classico esempio di prosopopea lo si ritrova nel Siracide (dove si ha la personificazione della Sapienza Divina): “La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria: “Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra”.

Nel linguaggio comune, prosopopea è un termine più spesso utilizzato come sinonimo di alterigia, arroganza, presunzione. Per approfondire si veda la scheda Prosopopea.

Reticenza – Nota anche come aposiopesi, è un artifizio retorico che consiste nell’interruzione improvvisa del discorso facendo pensare all’ascoltatore (o al lettore) che non si voglia o non si possa proseguirlo, pur lasciando intuire la conclusione, taciuta in modo deliberato allo scopo di destare una certa impressione. La si utilizza, per esempio, per evocare un dubbio, una minaccia, una conseguenza. Un classico esempio lo ritroviamo in Manzoni:

«E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che è un uomo che non ha tutta quella prudenza, tutti quei riguardi…» (I promessi sposi)

Similitudine – È il confronto fra due identità, in una delle quali si ravvisano proprietà che sono simili e sostanzialmente paragonabili a quelle dell’altra; tale confronto è fatto ricorrendo a espressioni quali “come”, “similmente a”, “così come” ecc. Ne troviamo un esempio in Lavandare (Pascoli):

“…quando partisti, come son rimasta!

come l’aratro in mezzo alla maggese…”.

Similitudine e metafora sono due figure retoriche piuttosto simili, ma nella seconda è assente il ricorso ad avverbi di paragone o a locuzioni avverbiali.

Sineddoche – Figura consistente nell’impiegare, figuratamente, un termine al posto di un altro che ha con il primo un rapporto di estensione. La sineddoche si ha quando si utilizza il tutto per la parte, la parte per il tutto, una caratteristica per il tutto, il materiale per l’oggetto, il singolare per il plurale, il plurale per il singolare ecc. Alcuni esempi: “…E se da lunge i miei tetti saluto…” (Foscolo, In morte del fratello Giovanni; in questo caso tetti sta per case, ovvero la parte per il tutto); “Sotto l’ali dormono i nidi, come gli occhi sotto le ciglia (Pascoli, Il gelsomino notturno; qui ciglia sta per palpebre, la parte per il tutto); “i soldati avevano il ferro in pugno” (qui ferro sta per spada; il materiale per l’oggetto).

Per approfondire si veda la scheda Sineddoche.

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