L’antropentropia

Ultimi aggiornamenti: 2013

L’antropentropia è una grandezza che misura il degrado ambientale causato dall’uomo.

Nella pagina generale sull’ambiente abbiamo visto come la maggioranza di chi si professa ambientalista non aderisca che a un ecologismo di comodo, completamente irrilevante ai fini di una concreta difesa della natura.

Abbiamo anche introdotto una versione ecologica del principio di Heisenberg che richiamiamo:

la presenza dell’uomo altera ciò che vorrebbe salvare.

In questa pagina vogliamo analizzare quantitativamente il concetto per dare una regola generale che spieghi

  • gli insuccessi dell’ecologismo del XX sec.;
  • la difficoltà pratica di salvare la natura a lungo termine.

Parlare di insuccessi dell’ecologismo non è essere pessimisti. Chi ha un orizzonte temporale sufficientemente ampio e confronta la situazione della Terra 50 anni fa con quella di adesso non può che concludere che la situazione è peggiorata. Singoli (e puerili) successi sono da ascrivere a battaglie vinte in una guerra persa: salvare un albero secolare non ha molto pregio se poi alle nostre spalle si abbatte la foresta!

Il verde cittadino

Purtroppo si è fatta strada una figura che si illude di salvare la natura confondendo ciò che è veramente naturale con ciò che è stato semplicemente antropizzato bene. L’interesse si è cioè spostato verso città a misura d’uomo, dove case, strade, qualche parco siano il massimo della vita, dove il verde cittadino è presente e illude chi non conosce quello vero di vivere nella natura. Leggete il commento in fondo all’articolo per capire come intere zone anche prestigiose sono ormai talmente antropizzate da potersi definire inquinate dall’uomo. Certo ci si può vivere bene, ma nulla c’entrano con un modo di vita naturale, si può parlare di “natura artificiale”:

il verde di un parco cittadino sta alla natura come l’amore con una prostituta sta a quello vero.

Il concetto di antropentropia vuole proprio spiegare come sia concreto il rischio di un’umanità che possa aspirare solo alla natura artificiale.

L’antropentropia

antropentropiaI più bravi in termodinamica sanno che l’entropia è una funzione di stato del sistema che misura il grado di disordine del sistema stesso. Sempre secondo la termodinamica, l’entropia totale dell’universo è in continuo aumento, cioè il disordine cresce sempre.

Analogamente (il termine richiama quindi il disordine provocato dalla presenza umana) possiamo definire l’antropentropia (Albanesi, 2007) di un territorio in modo molto semplice come la superficie antropizzata sA.

In realtà, se N è il numero di uomini presenti nel territorio, si può definire la superficie antropizzata media S come sA/N: S rappresenta la quota di degrado attribuibile a ogni uomo. L’antropentropia si può quindi definire come

A = S * N

dove S è la superficie antropizzata media e N il numero di uomini. Perché questa seconda definizione leggermente più complessa? Perché spiega i due fattori che concorrono a far aumentare l’antropentropia.

S è la superficie che compete (in media) a ogni uomo che vive nel territorio come suo spazio vitale e che ha sottratto alla natura: la casa dove abita, le strade, le strutture (luoghi di lavoro, luoghi ricreativi, scuole, ospedali ecc.). Si tratta della quota individuale che abbiamo tolto alla Terra. Tale quota cresce continuamente con il progresso. L’ipotesi del cemento si basa su di essa: se ognuno di noi avesse a disposizione un terreno di SOLI (incredibile, ma vero!) settanta metri per settanta, ogni metro della penisola sarebbe urbanizzato.

Se nel Terzo Mondo si vive ancora in dieci in una capanna di 30 mq, oggi il sogno di ognuno di noi è di espandersi. Parlo spesso con ambientalisti che hanno una bella e ampia villa. Ebbene, costoro non si rendono conto che se ognuno di noi (aspirazione legittima) portasse via alla natura la fetta che loro hanno preso, della natura resterebbe ben poco. Ovvio che con il progresso sociale, se non cambia la sensibilità sull’antropentropia, S continuerà ad aumentare.

Purtroppo anche N continua ad aumentare, in maniera veramente impressionante, soprattutto perché nessun governo è interessato a una politica di controllo demografico.

In sostanza

dalla preistoria l’antropentropia continua ad aumentare

quindi:

che senso ha preoccuparsi di salvare una pianta, o una specie animale, quando un banale calcolo dell’aumento dell’antropentropia ci dice che fra X secoli la natura sarà estinta?

L’ambientalista che non si fa carico di rispondere a questa domanda, fa spallucce ed è contento di fare quello che si può, tanto fra X secoli lui non ci sarà più (se non risponde concretamente alla domanda questa è la motivazione inconscia del suo falso attivismo), non può poi indignarsi se si sente rispondere: ma che mi importa se fra 50 anni l’effetto serra farà disastri, fra 50 anni io non ci sarò più!

Che i secoli siano uno, due o dieci il discorso non cambia:

se la politica ambientale non fissa un limite all’antropentropia, di natura potrà esistere solo quella artificiale.

Ovviamente il limite non deve essere temporaneo (come i periodici piani regolatori che non fanno altro che differire l’agonia naturale), ma assoluto.

Solo studiando l’antropentropia e fissando limiti assoluti non trattabili, localmente e globalmente, si potranno ottenere risultati concreti. Altrimenti, tanto vale depredare la natura delle poche risorse che ancora ha.

Come misurare l’antropentropia

LondraSemplicemente partendo dalla sua originaria definizione: l’antropentropia di un territorio è la superficie antropizzata. Se poi si considera la superficie totale del territorio, appare utilissimo introdurre il fattore antropentropico

FA = SA/sTOT

Il calcolo delle due grandezze del fattore antropentropico non è immediato, tanto che, per semplificare le cose, alcuni pensano che per misurare l’antropentropia ci si possa riferire solo alla densità della popolazione, eventualmente poi corretta con un fattore che è massimo per i Paesi economicamente più avanzati (dove l’uomo tende a “sprecare” più territorio, dove cioè S è maggiore); l’idea è interessante, ma non corretta. Si considerino per esempio due Paesi simili come livello di ricchezza, l’Italia e la Gran Bretagna. L’Italia ha una densità abitativa di 197 ab/kmq, mentre la Gran Bretagna ha una densità di 252 ab/kmq. Quindi l’antropentropia della Gran Bretagna dovrebbe risultare superiore a quella dell’Italia, ma non è così. Il motivo è abbastanza facile capirlo se si pensa che l’area metropolitana di Londra ospita circa 15 milioni di persone, cioè il 25% della popolazione, mentre l’area metropolitana di Milano solo 7 milioni, cioè solo l’8% della popolazione italiana.

Ciò significa che in Italia la presenza umana è molto più sparsa (il decentramento è uno dei fattori che aumenta l’antropentropia). Al limite supponiamo che i 60 milioni circa di italiani siano tutti in Lombardia: l’antropentropia dell’Italia sarebbe comunque ottima (tranne che per i lombardi!).

Il calcolo del fattore antropentropico non può quindi che passare attraverso un’analisi dettagliata del territorio:

dato un territorio di superficie S, sia M la superficie morta, quella conteggiata con una fascia di 50 m da ogni insediamento umano, fruito o fruibile (una casa, una strada, una fabbrica ecc.). Il fattore antropentropico FA è dato dal rapporto M/S.

In molti comuni italiani esso è molto vicino a uno! Ulteriori dettagli (con un’analisi capillare del territorio italiano) nel progetto ACI.

Il progetto ACI (Antropentropia dei Comuni italiani)

Un documento sulla bomba demografica.


COMMENTI E MAIL

L’estinzione dell’uomo

Secondo Frank Fenner, 95enne professore di microbiologia dell’Australian National University che, fra l’altro, contribuì a debellare il vaiolo, fra cent’anni l’uomo si estinguerà. L’esplosione demografica e i consumi fuori controllo i responsabili:

L’homo sapiens sarà estinto probabilmente nei prossimi 100 anni e lo stesso accadrà per molti animali. È una situazione ormai irreversibile e penso sia davvero troppo tardi per porvi rimedio. Non lo manifesto perché la gente sta comunque tentando di fare qualcosa, anche se continua a rimandare. Di certo, da quando la razza umana è entrata nell’era nota come Antropocene (termine coniato nel 2000 dallo scienziato Paul Crutzen per definire l’era geologica attuale, in cui le attività dell’uomo sono le principali fautrici delle modifiche climatiche), l’effetto sul pianeta è stato tale da poter essere paragonato a una delle epoche glaciali o all’impatto di una cometa. Ecco perché sono convinto che faremo la stessa fine degli abitanti dell’isola di Pasqua. Attualmente, i cambiamenti climatici sono ancora in una fase molto iniziale, ma già si vedono dei considerevoli mutamenti nelle condizioni atmosferiche. Gli Aborigeni hanno dimostrato che potrebbero vivere per 40 o 50mila anni senza la scienza, la produzione di diossido di carbonio e il riscaldamento globale, ma il mondo non può e così la razza umana rischia di fare la stessa fine di molte altre specie che si sono estinte nel corso degli anni.

La settimana prima dell’annuncio di Fenner il principe Carlo aveva messo in guardia dai pericoli legati alla crescita così impetuosa della popolazione mondiale, un altro scienziato, il professor Nicholas Boyle dell’università di Cambridge, si è spinto anche oltre, ipotizzando il 2014 come la data del “giudizio universale”, spiegando che il mondo si sta infilando in una crisi globale senza precedenti, che avrà influenze estremamente più vaste dell’attuale crisi economica internazionale.

Che dire? Sicuramente la tesi di Boyle è eccessiva e probabilmente anche quella di Fenner, ma il problema è reale, aggravato dal fatto che ognuno di noi nell’inconscio ha due posizioni:

a) egoistica – che mi importa, tanto fra 100 anni non ci sarò più (è contro questa posizione che Boyle esagera, portando le date nell’arco temporale dell’uomo “attuale”);

b) falsamente attiva – tutti coloro (compresa la maggior parte degli ambientalisti) che cercano soluzioni per l’oggi, con il solo proposito di spostare in là la fine, di fatto ricadendo in a).

Una cosa è certa: numeri alla mano, se non si ferma l’aumento antropentropico, non sarà fra cento, sarà fra 200 o 300 anni, ma l’umanità è spacciata. Che sia la mancanza di cibo, la mancanza di energia o un virus il cui propagarsi sarà impossibile da fermare a causa della sovrapopolazione poco conta.

Energie rinnovabili sostenibili?

cantiereAttualmente esiste una verità incontestabile: nessuna forma energetica è sostenibile, definendo come sostenibilità la capacità di fornire l’energia totale di cui l’uomo dispone senza deturpare l’ambiente. Certo, molte forme di energia sono in grado di “sembrare sostenibili” perché danno energia pulita, ma nel momento stesso che si volessero moltiplicare per soddisfare il bisogno globale creerebbero problemi ambientali. Anche queste considerazioni sono un sostegno alla tesi dell’antropentropia.

Pensiamo a un Paese grande come l’Italia con solo un milione di abitanti; sarebbe banale costruire una centrale nucleare sicura, lontana da centri abitati ecc. Anche il petrolio sarebbe sicuro se il mondo avesse bisogno di un decimo del suo fabbisogno attuale. È noto il flop dei biocarburanti non appena si è cercato di aumentarne la produzione (troppi campi dedicati al biofuel, prodotti agricoli tradizionali in minore quantità e sempre più cari, competizione fra cibo e carburante). Alcuni di voi pensano che i pannelli solari non possano danneggiare l’ambiente? Beh, supponiamo di voler coprire l’intero fabbisogno nazionale con l’energia solare: accadrà che i pannelli solari sfratteranno le colture come sta già accadendo in Puglia e in Piemonte, dove gli agricoltori affittano a 5.000 euro per ettaro (a me la somma sembra esagerata) i campi prima destinati ai vigneti per chi vuole installare pannelli solari per produrre energia con i contributi dello Stato (cioè con i nostri soldi). La sostituzione dei vigneti sarà magari fermata, ma chi si opporrà allo scempio di montagne ora incolte (ma coperte di vegetazione spontanea), pur di avere energia? Quello che succede è che ogni sostenitore di una forma di energia vede solo i danni provocati dalle altre, senza accorgersi dei limiti della propria!

Anche la soluzione mista (tante forme energetiche per dare il totale) è quantitativamente insufficiente: ogni forma crea un piccolo problema che, se fosse il solo sarebbe sostenibile, ma sommato ai tanti altri piccoli problemi farebbe comunque un danno significativo. Il vero problema non è la forma di energia, ma il totale richiesto.

Fra i sostenitori dell’antropentropia

Ormai sono sempre più numerosi le voci di personaggi importanti che sostengono il concetto di antropentropia.

Ecco il pensiero del naturalista britannico David Attenborough, espresso nel promo di un programma della BBC.

Nella sua lunga carriera, Sir David Attenborough ha visto più che raddoppiare la popolazione umana dai 2,5 miliardi del 1950 ai quasi 7 miliardi di oggi. In questo documentario riflette sui profondi effetti di questa rapida crescita, sia sugli uomini che sull’ambiente. Mentre gran parte della prevista crescita della popolazione mondiale avverrà nei paesi in via di sviluppo, è lo stile di vita occidentale ad avere il maggiore impatto sulla Terra. Sir David considera se sia dovere degli individui impegnarsi non solo a fare meno figli, ma a cambiare il modo in cui vivono per il bene dell’umanità e del pianeta.

L’associazione Rientro dolce.

Mangiare verde

Alimentazione sostenibile?Questa ricerca mi è stata sottoposta tempo fa. La ricerca vuole esaminare l’impatto ambientale della nostra alimentazione. Per farlo si definisce un parametro (footprint) con cui giudicare cinque scenari alimentari. Penso che la ricerca sia un interessante banco di prova di come si affrontano concretamente certi argomenti.

Premesso che è ben fatta (cioè i dati sembrano attendibili), provate a valutarla e a trarne delle conclusioni. Le mie sono sostanzialmente negative (sui risultati e parzialmente sulla ricerca).

1) La ricerca mostra che il miglioramento nell’impatto ambientale con i cinque scenari va da un circa 6% (con lo scenario vegetariano) a un massimo del 26% (scenario 4).

2) Peccato che poi ci dica che, a fronte dei miglioramenti ambientali, i costi sono…insostenibili: per esempio nello scenario 4 (ecologicamente migliore) aumentano del 35%.

3) Peccato che per ottenere tali miglioramenti si debba obbligare la popolazione a mangiare in un certo modo.

4) Peccato che spesso le modalità proposte siano incompatibili con la salute, come nel caso del consiglio di sostituire il burro con la margarina per avere un footprint minore.

5) Peccato che nelle conclusioni finali non ci sia nemmeno un accenno di critica al concetto di alimentazione sostenibile.

L’ultimo punto è fondamentale e dimostra uno dei casi classici di assenza di spirito critico anche da parte degli scienziati.

Se facendo i salti mortali, anche con scenari poco realistici, non riesco a ridurre l’impatto ambientale dell’alimentazione dovrei concludere che:

a) ogni scenario è semplicemente sopraffatto dal banale consiglio che “se si vuole ridurre l’impatto ambientale dell’alimentazione, la popolazione deve mangiare un 20% in meno. Così facendo, risolvo anche il problema del sovrappeso, ho un 20% di costi in meno ecc.”. Purtroppo per molti scienziati questa soluzione è troppo difficile da trovare, ci vuole buon senso.

b) Inutile parlare di alimentazione sostenibile quando il massimo che riesco a fare è il 26%; basta che in 30 anni la popolazione mondiale aumenti del 30% (questa è praticamente una certezza, se non si fa nulla, mentre il 26% è solo una speranza) e la situazione peggiora. Senza un controllo dell’antropentropia, parlare di alimentazione sostenibile è un grande inganno.

Chi ammazza l’Amazzonia?

  

disboscamentoUno studio choc pubblicato dal quotidiano inglese The Guardian (di sinistra, quindi non certo parziale nel dipingere la vicenda a tinte conservatrici) illustra come il semplicismo non paghi mai.

Il semplicista è spesso colui che pensa di risolvere i problemi del mondo con una ricetta facile facile, applicabile sempre. Si butta, entusiasticamente, senza nemmeno pensare alle conseguenze, ai danni collaterali.

Con un curioso gioco di parole che in italiano suona benissimo, lo studio del Guardian ha messo in guardia (altrimenti che Guardian è?) dal pensare di risolvere i problemi energetici con l’impiego di biocarburanti.

Anche qui da noi sono aumentati i campi coltivati a biomasse (per esempio i girasoli hanno sostituito la soia, il riso o il granoturco). A parte il fatto puramente economico che tutte le sovvenzioni per le colture destinate al biocarburante vanno a finire sulle spalle di tutti i cittadini, anche se di solito non vengono conteggiate per evidenziare il supposto vantaggio del biodiesel (cioè si considera solo il prezzo che paga il consumatore finale, dimenticando che questo indirettamente paga anche le sovvenzioni), il biodiesel resterebbe un discorso interessante se si avesse spazio sufficiente o, per dirla con nostri termini, se l’antropentropia dell’Europa fosse bassa (pochi uomini, tanti campi). Visto che da noi non c’è spazio, secondo i risultati del Guardian (l’articolo si intitola La fine del cibo) i risultati di un massiccio ricorso ai biocarburanti sono:

  • troppi campi dedicati al biofuel.
  • Meno prodotti agricoli, sempre più cari.
  • Il cambio di destinazione provoca l’aumento dei costi delle derrate.
  • Il mondo rischia di finire il cibo.

Siamo di fronte a un’epica competizione per le granaglie tra gli 800 milioni di automobilisti del pianeta e i due miliardi di poveri della terra“.

 

Diminuendo la superficie destinata alla coltivazione di grano, dal 2006 il prezzo del frumento è raddoppiato e ciò ha causato aumenti record dei prezzi dei generi di prima necessità: pane, pollo, uova, latte, carne.

L’articolo del Guardian mette in luce anche le conseguenze del boom demografico ed economico di Cina e India, i due giganti in cui vive il 40 per cento della popolazione mondiale; anche i cinesi e gli indiani stanno abbandonando la loro tradizionale dieta ricca di verdure a favore di un’alimentazione più “occidentale”. Fra le voci che non condividono gli scenari catastrofici, quella del presidente del Brasile Lula: “Il Brasile ha 3 milioni di chilometri quadrati di terra arabile, di cui solo un quinto è attualmente coltivato e di cui solo il 4 per cento produce etanolo”.

Ma Lula non dovrebbe essere di sinistra e non dovrebbe proteggere le foreste amazzoniche? Cosa pensate che succederà quando la richiesta di cibo aumenterà ancora? Non è difficile prevedere che dell’Amazzonia non rimarrà nulla perché l’aumento dell’antropentropia “costringerà” i governanti a sfamare le popolazioni. Non pensiamo sempre alle multinazionali cattive quando le foreste scompaiono: anche i poveri per il semplice fatto che devono mangiare, se sono troppi, alla fine distruggono l’ambiente.


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