Gli sport irreversibili
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Accanto a chi adduce alibi ortopedici per evitare l'attività sportiva (per esempio: "ho una protrusione discale", quando il 90% della popolazione over 40 ce l'ha!), esistono purtroppo casi in cui non è possibile riportare il soggetto a una condizione compatibile con lo sport e la corsa in particolare. Ecco il concetto di irreversibilità.
Curiosamente, mentre gli alibi consentono di evitare gli sport più faticosi o quelli meno graditi, i problemi irreversibili spesso limitano ogni attività sportiva.
Dobbiamo pertanto indagare quali sono gli sport irreversibili. Per farlo è opportuno valutare nella popolazione dei praticanti la percentuale di coloro i quali subiscono infortuni irreversibili. Non considerando gli sport irrazionali (quelli dove è in pericolo la vita), sono sci (discesa) e rugby. Altri sport di contatto come calcio, basket, arti marziali sono degni di attenzione, ma restano molto distanti perché molti infortuni, pur gravi, sono pienamente reversibili.
Dall'analisi di oltre 250 casi (non in sovrappeso) di reale impossibilità a soddisfare il principio di efficienza, ben il 58% lamentava un incidente irreversibile nello sci di discesa e in ben l'8% la situazione era imputabile al rugby (la percentuale dell'8% deve essere considerata altissima, visto che nella popolazione sono percentualmente pochi coloro che lo hanno praticato). La zona più colpita è sicuramente il ginocchio.
Come morale di questi numeri non resta che una sconsolante antipromozione dello sci di discesa. Per salvarlo, alcuni potrebbero sostenere che gli incidenti sono capitati a chi non era allenato, al classico sedentario della domenica ecc. In un'indagine successiva ho chiesto a un centinaio dei 145 "infortunati da sci" quale fosse il loro livello: più della metà ha risposto "buono" o "molto buono".
Personalmente ritengo che lo sci da discesa sia praticabile solo se il soggetto è equilibrato (in modo da non esporsi a rischi inutili) e se per lui questo sport è un oggetto d'amore, non un semplice hobby, un divertimento.
Stesso discorso deve applicarsi a quelle discipline, non oggetto della mia
indagine, che comportano rischi ortopedici notevoli (per esempio il
trail running, per quanto riguarda la corsa). Riporto una lettera che
condivido pienamente apparsa su Correre (ottobre 2008).Sul meraviglioso nuovo numero di Correre... c'è però un pezzo che mi ha lasciato perplesso. Si tratta di "Questo è il trail", inserito fra le lettere. È scritto benissimo, ma non sono d'accordo con l'autore quando dice che, dopo essere caduto più volte, si rialza e comincia a rincorrere gli altri concorrenti. "Vedo lontano qualcuno di quelli che mi avevano superato. Ora li riprendo, accidenti se non li riprendo".
No, il trail non è così. In montagna non si va per riprendere gli altri, non è un mondo dove giocare. Quest'anno troppi hanno perso la vita, tra alpinisti, skyrunner, podisti. Troppi la prendono come "campo di gioco" dove sfogare le frustrazioni della vita di ogni giorno. In quei momenti non deve essere la furia agonistica a prevalere, il voler superare gli altri. Questo per me non fa parte del trail. Scusate la mia lettera, ma queste parole, dopo averle lette, mi hanno dato molto da pensare.
Meditate gente, meditate. Perché a 80 anni essere su una carrozzina quando si potrebbe essere ancora arzilli e pimpanti?
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