Redistribuzione del reddito o crescita economica?
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Del resto la stabilità sociale si regge grazie anche a un corretto equilibrio distributivo perché chi non ha nulla da perdere rappresenta un rischio potenziale per le istituzioni.
Come premessa all'articolo, è necessario sottolineare che parlare di redistribuzione del reddito non significa affatto parlare di redistribuzione della ricchezza perché il reddito è solo una componente che causa la ricchezza (patrimonio) di un soggetto (del resto, la WBD non vuole criminalizzare la ricchezza, ma solo la smodata ricerca del profitto).
D'altro canto, per la WBD avere un reddito elevato assicura nel corso di una parte della vita del soggetto il limite di ricchezza sufficiente (traguardo) che garantisca la massima probabilità di essere felici (a parità delle altre condizioni); per esempio chi avesse un reddito di 200.000 euro in X anni (10, 15, 20 ecc., dipende da altre condizioni) può (notare il concetto di possibilità perché se il soggetto "spreca" la sua ricchezza potrebbe essere poverissimo alla fine del periodo) sicuramente arrivare a una ricchezza oltre la quale la sua probabilità di essere felice non aumenta minimamente.
Redistribuzione o crescita?
Come vedremo, la risposta è: entrambi.Sin dagli anni '50 gli economisti dello sviluppo hanno capito che la crescita del PIL non è sinonimo di aumento del benessere.
I sostenitori della crescita pensano che essa comunque garantirebbe ai poveri un lavoro remunerativo aiutandoli a uscire dallo stato di povertà. Attraverso redditi più elevati sarebbero per esempio in grado di aumentare la propria spesa su educazione e sanità. Inoltre la crescita aumenta le entrate statali, il che significa che il governo può potenzialmente spendere di più in servizi a favore dei poveri.
La cosa curiosa è che anche molti economisti che sostengono la crescita sono convinti che "la sostenibilità politica del modello che mette al primo posto la crescita richiede sia uno sforzo simbolico che materiale. Se da un lato i poveri traggono dei benefici dalla crescita, i ricchi lo fanno in maniera sproporzionata. Pertanto, al fine di mantenere costante l'impegno dei poveri nei confronti del sistema anche nel momento in cui le loro aspirazioni economiche vengono innalzate, sarebbe auspicabile che i benestanti limitassero un consumo eccessivo. Allo stesso tempo, e ancor più importante, i poveri hanno bisogno di una più ampia accessibilità all'educazione al fine di aumentare le proprie opportunità economiche e la mobilità sociale. Il principio che guida la politica di sviluppo dovrebbe diventare meno eccesso e più accessibilità". (Jagdish Bhagwati, professore di economia e giurisprudenza presso la Columbia University; ricercatore senior di economia internazionale presso il Council on Foreign Relations, copresidente dell'Eminent Persons Group dell'UNCTAD sui Paesi in via di sviluppo nel contesto dell'economia mondiale).
Se rileggiamo le parole di Bhagwati capiamo che il modello basato sulla sola crescita sia completamente utopistico:
- i benestanti dovrebbero limitare un consumo eccessivo;
- i poveri dovrebbero avere un maggiore accesso all'educazione (per capire come sia utopistico questo punto in un Paese sempre più ricco si confronti la possibilità di andare in un'ottima università di un abitante del Bronx a New York e quella di un abitante a Beverly Hills a Los Angeles);
D'altro canto, la sola migliore redistribuzione non può essere condizione sufficiente perché andrebbe contro la banale constatazione che la ricchezza (intesa come l'essere benestanti, non necessariamente come super-ricchi) che nei Paesi occidentali è una condizione facilitante che permette comunque di vivere meglio; la sola redistribuzione potrebbe penalizzare cioè fasce della popolazione riportandole a un livello di ricchezza inferiore. Questa considerazione è l'handicap maggiore di chi parla solo di redistribuzione.
La WBD risolve entrambi i problemi perché
promuove la redistribuzione in uno scenario in cui la crescita economica favorisce l'incremento del reddito fino al limite sociale di profitto.
In tale scenario il PIL diventa un dato strumentale per innalzare il BIL, cioè il modo di attuare la crescita deve tener conto di una corretta redistribuzione dei redditi.Come si è visto nell'articolo di presentazione della WBD, condizione necessaria per la redistribuzione del reddito è una politica fiscale che penalizzi redditi oltre il limite sociale di profitto, in modo da riconvertire le entrate fiscali così aumentate in servizi per i cittadini.
La misurazione della distribuzione del reddito
Esistono vari modi di verificare la redistribuzione del reddito.Il primo e più immediato è quello di considerare il tasso di povertà: la percentuale di popolazione che dispone di un reddito inferiore a un importo definito dal governo (soglia di povertà). Questo dato è molto fuorviante perché, di fatto, non è omogeneo fra i Paesi e si basa su un riferimento fissato dal governo stesso; ma il punto più dolente è che non tiene conto dei miglioramenti economici. Questa è per esempio la curva USA (Fonte: U.S. Bureau of Census).
Come si vede, la curva si stabilizza dopo il 1970; anche se la soglia di povertà è stata indicizzata all'inflazione, non tiene conto del fatto che comunque l'economia del Paese è migliorata e che quindi il Paese è più ricco: di fatto la condizione di vita del 1960 non può essere paragonata a quella del 1995!
Un indice molto più affidabile è l'indice di Gini; rimandando all'articolo che tratta espressamente dell'indice di Gini, in questa sede basti sapere che è un indice fra 0 e 1 che misura la distribuzione del reddito in uno Stato. Quanto più è basso (0 vuol dire che tutti hanno lo stesso reddito) tanto più il reddito è ridistribuito equamente.
Il punto fondamentale della WBD che indica come non ci possa essere vera democrazia senza limitazione del profitto individuale può anche tradursi teoricamente nel dire che
non c'è piena democrazia se l'indice di Gini supera un certo valore (diciamo 0,30).
La cosa più drammatica è che in molti Paesi l'indice di Gini tende a crescere; per esempio in Italia era 0,33 nel 2005 e 0,36 nel 2008; negli USA è passato da 0,4 del 1980 a 0,468 nel 2009).I dati riguardanti l'indice di Gini non sono dati "certi" perché si trovano dati diversi cambiando fonte; per alcune fonti (come la CIA che studia l'indice in relazioni a possibili destabilizzazioni dei Paesi che hanno indice di Gini troppo alti) c'è il sospetto che non vi sia piena attendibilità. Personalmente ritengo come più attendibili quelli offerti dalla Banca mondiale (anche se risalgono a qualche anno fa). Li potete vedere qui (dati 2008) introducendo gini nomestatoininglese, per esempio "gini denmark".
Di seguito alcuni dati (l'indice è moltiplicato per 100):
- 25 Danimarca
- 25 Svezia
- 25 Giappone
- 26 Norvegia
- 27 Finlandia
- 28 Germania
- 29 Austria
- 33 Francia
- 34 Grecia
- 34 Irlanda
- 35 Spagna
- 36 Gran Bretagna
- 36 Gran Bretagna
- 36 Italia
- 37 India
- 41 USA
- 42 Cina
- 42 Russia
- 45 Bulgaria
- 46 Argentina
- 52 Messico
- 74 Namibia (il peggiore).
Passi per gli Usa, con pessimo indice, ma alta ricchezza, ma notate come l'Italia abbia cattivo indice e minore ricchezza rispetto a Stati come la Germania.
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