Obiezioni alla democrazia del benessere
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In questa pagina sono contenute le principali obiezioni alla democrazia del benessere
(WBD). Se qualcuno pensa che il concetto
sia talmente astruso da essere utopistico, dovrebbe considerare che anche seri
economisti hanno proposto e teorizzato qualcosa di simile. Si legga la
traduzione di un
articolo del New York Times comparsa sul Sole 24 ore
(2011), ripreso anche da quest'altro
contributo.In sintesi, se dopo aver letto questa pagina continui ad avere dei dubbi sulla WBD, si potrebbe dire che:
se accetti che una persona che guadagna uno o dieci milioni di euro paghi solo il 43% di tasse, allora ti meriti di andare in pensione più tardi, di pagare la tassa sulla casa, di pagare la benzina più cara ecc.
UTOPISTICA - Non c'è nessuna speranza di implementarla a breve!
Se negli anni '70 si fosse scritto un articolo raccontando i danni del fumo e proponendo il divieto di fumare negli uffici, nei cinema, nei bar, nelle scuole ecc. tutti sarebbero insorti, tirando in ballo grandi interessi economici, diritti dei fumatori ecc. 30 anni dopo tutto è cambiato. Così si fa il progresso.
DIFFICILE DA REALIZZARE- Non è affatto facile combinare in maniera ottimale le variabili economiche che la WBD prevede.
Chi parla di difficoltà, in realtà si muove implicitamente rispettando vincoli che chi ha spirito critico metterebbe in dubbio (un vincolo è per esempio rappresentato dal fatto che si dà per scontato che la ricchezza di un Paese debba per forza aumentare o che le azioni dei cittadini siano mosse prioritariamente dall'utile economico ecc.).
In realtà il primo passo della democrazia del benessere è già stato attuato nei Paesi scandinavi, dove la pressione fiscale prevede un'aliquota massima vicina al 70%. Per avere ancora di più e una società migliore, si può comunque migliorare il modello scandinavo.
IL 90% - Alzando l'aliquota e partendo dal 60%, teoricamente si potrebbe arrivare anche al 90%! Ma non è una percentuale troppo alta?
Non è detto che debba essere il 90%. Può essere il 60, il 70% o l'80%; dipende da due fattori:
a) deve attuarsi una reale ridistribuzione della ricchezza (per esempio l'indice di Gini dell'Italia deve ridursi di almeno un 25%, cioè scendere a 0,25).
b) La parte rimanente deve consentire a chi è ricco di gestire il proprio patrimonio (gestire significa goderselo, non tanto incrementarlo; se il patrimonio fosse così grande da non poter essere gestito con ciò che rimane (il 10% nel caso peggiore) non rimane che gestirlo attraverso un'azienda e goderne comunque i frutti, per esempio uno yacht può essere visto come un'impresa e affittato per 11 mesi all'anno).
Molti non lo sanno, ma nell'Italia degli anni '70 c'erano già aliquote molto alte. L’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche), istituita dal Dpr 597/1973, al momento della nascita, aveva 32 aliquote (dal 10 al 72%) e agiva per scaglioni di reddito dai 2 fino ai 500 milioni di lire (tenendo conto dell'inflazione, corrispondono a 15.000 e 3,75 milioni di euro). Incredibile come in 40 anni ci abbiano guadagnato solo i plutomani: le aliquote minime sono lievitate fino a oltre il 20% e quella massima è scesa al 43%!
LSP - Perché il limite di 500.000 euro e non per esempio di 100.000 o 200.000?
Perché considerare il reddito realizzato al massimo da un contribuente su mille consente di evitare di dover specificare una serie numerosa di casi particolari. Per essere più chiari, fra un contribuente che guadagna 100.000 euro e uno che ne guadagna solo 50.000, la differenza la fanno anche le eventuali condizioni penalizzanti (una famiglia più numerosa, un familiare malato, il carovita della città dove abita ecc.). Riferirsi a un reddito di 500.000 evita tutta una serie di distinguo e di possibili alibi: se il contribuente volesse guadagnare di più perché i soldi non bastano, non ci sono condizioni penalizzanti che tengano: è un plutomane!
COMUNISMO - Che differenza c'è con il comunismo?
Una differenza abissale, visto che io sono sempre stato anticomunista! La democrazia del benessere non è contro la ricchezza, ma contro la ricerca del profitto illimitato, perseguendo il quale si fanno "morti" e "feriti". Ci sono molti modi di diventare ricchi in modo positivo; per esempio accumulando quote inferiori all'LSP in 10-20 anni di lavoro, con una vita semplice e operosa o con un'eredità o con una vincita al gioco (o con una combinazione dei modi positivi appena citati) ecc.
La democrazia del benessere non è contro il patrimonio, è contro il profitto illimitato (reddito annuale).
RAGIONAMENTO DEL POLITICO - Sì, interessante, ma la democrazia del benessere non fa nulla contro la disoccupazione!
La democrazia del benessere non è condizione SUFFICIENTE a una società ottimale, è una condizione NECESSARIA. Chi le è contrario usa spesso la confusione fra le due condizioni (e di fatto evidenzia limiti razionali); sarebbe come dire: in Africa i bambini muoiono di fame, ma forse non conviene dar loro da mangiare perché, non avendo una coscienza alimentare, poi magari diventano obesi.
In genere, per evitare di impegnarsi, il politico usa glissare con un erroraccio razionale che comunque spiazza chi non è preparato: scambia una condizione necessaria alla vera democrazia per una sufficiente (alla società migliore); poi dimostra che non è sufficiente e quindi la boccia! Dovrebbe leggersi Migliora la tua intelligenza! Per coloro ai quali sfugge ancora il motivo per cui il ragionamento del politico (che non vuole cambiare nulla) è sbagliato, un esempio più facile. Supponiamo che io sostenga il voto alle donne (siamo in Svizzera negli anni '60); per bocciarlo, il politico di turno mi dice: "Sì, interessante, ma non penso che si risolva il problema della criminalità". Stupidamente assurdo!
ILLIBERALE - La democrazia del benessere è illiberale.
Questa obiezione è utilizzata da chi, senza una valida ragione o con argomentazioni superficiali ("se ha lavorato tanto, avrà pur diritto di guadagnare quello che guadagna"), prende le difese di quell'1 per mille che supera l'LSP. In realtà noi viviamo in una società che garantisce libertà fondamentali, ma pone anche moltissimi vincoli nell'interesse, se non di tutti, almeno della stragrande maggioranza delle persone: se possiedo un terreno, non posso costruirvi a mio piacimento; se ho una Ferrari, non posso sfrecciare a 200 km/h; se assumo un dipendente, non posso farlo in nero ecc. Quindi non è affatto scontato che una persona possa fare quello che vuole: se il suo operato genera problemi sociali, deve essere limitata. Probabilmente chi usa questa obiezione è vittima di qualcosa di simile alla sindrome di Stoccolma (il rapito si "innamora" del suo rapitore) e difende il plutomane, nonostante quest'ultimo si arricchisca sfruttando le risorse (sottopagandole!) della società formata dagli "altri".
FUGA ALL'ESTERO - Non ci sarebbe una grossa fuga di plutomani che preferirebbero trasferirsi all' estero e continuare a fare milioni più che rimanere in Italia?
Si fanno due errori. Il primo confonde la ricchezza aziendale con quella individuale. Chi ha a cuore la ricchezza dell'azienda dalla WBD non dovrebbe temere nulla perché la WBD non tocca i profitti aziendali. Inoltre gli stipendi dei manager diminuirebbero e per investitori esteri avrebbe molto più senso investire in Italia perché i quadri direttivi costerebbero meno.
Il secondo errore nasce dal fatto di ritenere che un grande imprenditore possa andarsene facilmente dall'Italia. Molte aziende hanno un senso solo in Italia perché si basano su un mercato italiano (pensiamo per esempio alle telecomunicazioni). Va da sé che, se il mercato (tutto o in parte) è all'estero, l'azienda ha già realtà all'estero. L'obiezione nasce per imprenditori che vendono tutte le loro partecipazioni italiane e vanno all'estero (a ricominciare daccapo?), ma qui in Italia altri (magari più bravi di loro) continuerebbero a far funzionare le aziende sul mercato italiano.
CROLLO DI SETTORI ECONOMICI - Penalizzare quell'1 per mille della popolazione significa forse avere un beneficio per l'altro 99,9%, ma sarebbe un colpo di grazia per il mercato del lusso (posti di lavoro anche qualificati e di alta specializzazione).
La democrazia del benessere non taglia le aziende, ma solo i profitti individuali. Innanzitutto:
a) i ricchi continueranno a esserci e, se vogliono, potranno comprare oggetti di lusso. Chi guadagna 500.000 euro l'anno in dieci anni mette da parte un capitale che può permettere l'acquisto di oggetti molto costosi.
b) Il mercato del lusso può continuare a essere supportato dalle aziende, per esse infatti non c'è limite di profitto.
c) Sicuramente ci sarà una contrazione (non un crollo) dei mercati del lusso, ma la rivoluzione della democrazia del benessere è generazionale; le aziende avranno 20-25 anni di tempo per riconvertirsi ad altri settori.
Ricapitolando, sostenere che non si può attuare una riforma "giusta" solo perché l'indotto di certi settori economici verrebbe danneggiato è razionalmente sbagliato: con un ragionamento analogo, perché sconfiggere la mafia e gli spacciatori di droga? Sapete quanta gente ci lavora e ci campa?
CROLLO DELLA BORSA - All'annuncio dell'implementazione della democrazia del benessere la borsa crollerà!
I "crolli" della borsa sono spesso causati da quella speculazione plutocratica che la democrazia del benessere vuole combattere. Senza volatilità, i guadagni degli speculatori sarebbero molto più bassi, tant'è che dopo un crollo c'è una ripresa. Combattendo i grandi profitti speculativi, la democrazia del benessere riporta il valore borsistico ai veri valori dell'azienda.
CROLLO DI SETTORI POPOLARI - Ma il calcio o il cinema? Quale star vorrà accettare la democrazia del benessere?
Il fatto che in un momento di crisi come quello attuale si pensi al calcio e allo spettacolo è indicativo della pochezza morale della nostra società. In ogni caso, la soluzione della democrazia del benessere per questi settori è semplice.
Per esempio non si vuole negare il calcio, quanto gli eccessi di questo sport (nei Paesi nordici il calcio esiste, ma non sono presenti i patetici eccessi che caratterizzano il calcio italiano). Si consideri il calciatore (o l'artista o il manager) che attualmente guadagna in un anno 5 milioni di euro; nel nuovo regime il contratto prevederà un guadagno di 500.000 euro l'anno per 10 anni. Una specie di vitalizio che eviterà al ricevente di sprecare i suoi soldi e che comunque riconoscerà il suo talento.
CROLLO DELLE AZIENDE - Perché un grande imprenditore dovrebbe continuare a far fiorire la sua azienda se non può guadagnare senza limite?
Innanzitutto perché si rende conto che per essere veramente felice non servono centinaia di milioni di euro; quindi arrivati a un certo punto può:
a) continuare a svolgere il proprio lavoro per passione (l'azienda è un oggetto d'amore), "accontentandosi" di 500.000 euro l'anno (se è in Italia). Esistono super-ricchi (come il chiacchierato padre di IKEA, Inkvar Kamprad, che, nonostante l'immensa ricchezza, viaggia ancora in classe economica e usa un'auto più che decennale.
b) Lasciare ad altri (figli, collaboratori ecc.), con un gesto di altruismo sociale.
Inoltre, siccome anche i manager "costerebbero" di meno, le multinazionali investirebbero più facilmente nei Paesi che adottassero la democrazia del benessere.
PLUSVALENZE AZIENDALI - La plusvalenza di una vendita di un'azienda come dovrebbe essere tassata? Secondo me non è un reddito e quindi non dovrebbe rientrare nella nuova tassazione.
La plusvalenza potrebbe essere tassata, per esempio, in base agli anni di attività. Se, sempre per esempio, il limite di profitto è 500.000 euro e la plusvalenza di un'attività decennale è di 4 milioni di euro, si pagano le tasse su quote di 400.000 euro che andranno sommate all'imponibile dei vari anni cui si riferiscono; se il beneficiario, nei vari anni fiscali dei dieci cui è attribuita la plusvalenza, non ha superato i 100.000 euro di reddito, non supererà per alcuno dei dieci anni il limite di profitto.
LOGO INGLESE - Perché l'acronimo WBD (Well-being democracy) e il corrispondente logo nella pagina Facebook della democrazia del benessere?
Perché il concetto è universale, valido sicuramente per tutte le società di stampo occidentale. Nel logo i colori della bandiera italiana perché il concetto è nato in Italia.
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