Come migliorare negli scacchi
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Imparare a giocare a scacchi non è affatto facile. Come
nella vita, è illusorio pensare che si possa scoprire il modo migliore di
agire in poco tempo e senza fatica. La didattica scacchistica ha
fortunatamente subito recentemente un notevole impulso per merito di alcuni
personaggi che hanno rivoluzionato la visione classica dell'insegnamento
scacchistico.
Che le (poche) regole classiche non servissero a molto se ne erano già accorti i giocatori meno quotati, gli amatori. Infatti, arrivati attorno a un punteggio Elo sui 1800 punti, molti di loro non riuscivano ulteriormente a progredire; chi ci riusciva impegnava ingenti risorse di tempo nello studio, risorse che alla fine non giustificavano il miglioramento avuto.
In definitiva appariva chiaro che le regole classiche erano troppo poche e troppo valutate per poter risolvere gran parte delle situazioni pratiche: spesso il giocatore intermedio si trovava nella condizione di non riuscire ad applicarne nessuna, la classica situazione in cui "non si sa cosa fare".
L'avvento dei computer ha messo ulteriormente in crisi la scuola classica: come era possibile che un oggetto senza intelligenza che si limitava a calcolare varianti su varianti potesse battere giocatori anche molto forti? Le regole non servivano più? Come era possibile che dopo aver controllato la colonna aperta, aver posizionato un Cavallo in un avamposto o aver indebolito un pedone avversario (in base alle regole classiche), si perdesse lo stesso la partita?
A questa situazione si è risposto in due modi diversi.
In realtà, la posizione di Watson e Suba è molto più concreta di quanto si pensi. Già nel 1994 il MI Silman introdusse il concetto di squilibrio (Teoria e pratica degli squilibri), relativizzando l'importanza delle regole e riconducendo gli elementi della posizioni a generatori di squilibri che davano o meno il vantaggio a una delle parti. Era il primo tentativo di collegare le regole fra di loro: per esempio in una determinata posizione il Bianco ha una colonna aperta, ma il suo Re è molto esposto: quale dei due fattori è più importante?
Con l'avvento dei computer (da Fritz 8 in poi, con una forza di gioco paragonabile a quella di un Grande Maestro su un normale personal computer) si dimostrò esatta l'osservazione di Suba: "i libri sul centro partita insegnano solo a battere avversari molto più deboli di noi, cioè quelli che ci lasciano accumulare in santa pace tutti i vantaggi posizionali possibili e immaginabili, senza neppure far finta di creare un qualche controgioco". In effetti, oggi chiunque può analizzare le partite raccolte nei testi classici e scoprire che Suba aveva ragione. Gli esempi presenti sono quasi tutti poco significativi (chiameremo questa situazione "critica di Suba") perché:
Questi risultati hanno fatto sì che l'eredità dei classici fosse rilanciata da alcuni interessanti istruttori come Aagaard, in forte polemica con Watson. Secondo Aagaard (Il perfezionamento dello scacchista, 2001), ragionare in termini di principi assicura dei benefici notevoli. Nella sua opera Aagaard si dà da fare per dimostrare che le regole sono importanti, ma francamente dopo un'attenta lettura non convince. Innanzitutto non le tratta in dettaglio, forse rifacendosi ai classici, ma lasciando al lettore veramente poco per quel che riguarda la comprensione strategica della posizione, tant'è che le gemme del suo comunque interessante libro non derivano dalla polemica con Watson, ma dalla sua esperienza personale e, più che regole, sono "indicazioni".
Personalmente penso che la volontà di affidarsi a regole non sia che l'umana propensione a semplificare ciò che è complesso per controllarlo meglio, spesso un'illusione che non è che una scorciatoia per una strada a fondo chiuso: del resto non esiste nessun testo di strategia scacchistica la cui sola lettura può far migliorare di 100 punti Elo un giocatore che è già attorno ai 1800 punti Elo. Sarebbe bello, ma senza uno studio approfondito e diversificato e un'esperienza e una pratica costanti non si va lontano.
Supponiamo di conoscere tutti gli elementi che possono influire su una qualunque posizione, sia strategici sia tattici. Sia N il loro numero, probabilmente molto grande. I classici hanno descritti i più importanti, altri sono stati successivamente ridimensionati (come la superprotezione di Nimzowitsch), altri hanno assunto importanza o sono del tutto nuovi o addirittura non sono ancora stati scoperti dalla letteratura scacchistica.
Data una posizione, alcuni elementi non hanno importanza o ne hanno poca, altri sono invece importantissimi. In una posizione dove c'è il matto in una mossa, è evidente che una regola sui finali di Alfieri di colore contrario non ha nessun senso. Pertanto, data una posizione, ogni elemento ha un peso. Il grande giocatore di scacchi cosa sa fare?
Per convincerci dell'importanza di questo approccio, esaminate il seguente diagramma e scegliete con che colore giocare.

Se non siete assoluti masochisti, avrete scelto sicuramente di giocare con il Nero, visto che il Bianco non ha la Donna. Penso che tutti abbiano fatto questa scelta. Nel farla non c'entra nulla la creatività o l'intuito scacchistico. Data la posizione iniziale del tutto simmetrica, anche l'ultimo dei principianti avrà notato che sono solo due gli elementi che contano: il colore (meglio giocare con il Bianco) e l'assenza della Donna. Tutti arrivano immediatamente a concludere che il secondo elemento ha un peso nettamente superiore al primo.
Complicandosi la posizione, tutto diventa più difficile e il nostro principiante potrebbe non sapere che pesci pigliare. Non a caso posizioni non simmetriche con molti squilibri favoriscono il giocatore più forte perché li sa "capire di più".
Poiché ciò che conta è il peso, nella strategia relativistica si insegna a
Mi fa stare bene la conoscenza (prima componente della capacità di amare), il capire le regole degli scacchi sempre più a fondo. Mettere un Alfiere nel posto giusto o vedere una combinazione vincente. Una partita che ho vinto giocando male solo perché il mio avversario ha giocato peggio non mi dà nessuna gioia.
La scuola classica
Classicamente, chi insegnava scacchi si avvaleva delle opere e degli insegnamenti dei grandi giocatori dell'anteguerra e i testi classici erano Il mio sistema (Nimzowitsch) o Il centro partita (Romanovsky), sostenuti da altri contributi (Capablanca, Euwe, Kotov ecc.). Tutti coloro che scrivevano libri di scacchi (in Italia ricordiamo il grande Enrico Paoli) si rifacevano ai classici cercando di riproporre gli stessi concetti in modo più moderno. I risultati erano però mediocri e nessuno riusciva a dire qualcosa di veramente "nuovo".Che le (poche) regole classiche non servissero a molto se ne erano già accorti i giocatori meno quotati, gli amatori. Infatti, arrivati attorno a un punteggio Elo sui 1800 punti, molti di loro non riuscivano ulteriormente a progredire; chi ci riusciva impegnava ingenti risorse di tempo nello studio, risorse che alla fine non giustificavano il miglioramento avuto.
In definitiva appariva chiaro che le regole classiche erano troppo poche e troppo valutate per poter risolvere gran parte delle situazioni pratiche: spesso il giocatore intermedio si trovava nella condizione di non riuscire ad applicarne nessuna, la classica situazione in cui "non si sa cosa fare".
L'avvento dei computer ha messo ulteriormente in crisi la scuola classica: come era possibile che un oggetto senza intelligenza che si limitava a calcolare varianti su varianti potesse battere giocatori anche molto forti? Le regole non servivano più? Come era possibile che dopo aver controllato la colonna aperta, aver posizionato un Cavallo in un avamposto o aver indebolito un pedone avversario (in base alle regole classiche), si perdesse lo stesso la partita?
A questa situazione si è risposto in due modi diversi.
La scuola "senza regole"
Una possibile risposta al problema visto nel paragrafo precedente è che gli scacchi sono così creativi (complessi) che è assurdo pensare che ci siano regole che ci possano aiutare. Secondo Suba, l'unica regola è che non ci sono regole. Questa posizione potrebbe sembrare molto disincentivante per chi decide di giocare a scacchi perché l'abilità nel gioco sarebbe derivante da fattori difficilmente modificabili in tempi brevi come creatività e studio. Il grande campione sarebbe un soggetto dotato di grande intuito scacchistico che ha dedicato la vita a studiare la teoria delle aperture, i finali ecc. Basta che manchi una delle due condizioni e il giocatore resta un mediocre.In realtà, la posizione di Watson e Suba è molto più concreta di quanto si pensi. Già nel 1994 il MI Silman introdusse il concetto di squilibrio (Teoria e pratica degli squilibri), relativizzando l'importanza delle regole e riconducendo gli elementi della posizioni a generatori di squilibri che davano o meno il vantaggio a una delle parti. Era il primo tentativo di collegare le regole fra di loro: per esempio in una determinata posizione il Bianco ha una colonna aperta, ma il suo Re è molto esposto: quale dei due fattori è più importante?
Con l'avvento dei computer (da Fritz 8 in poi, con una forza di gioco paragonabile a quella di un Grande Maestro su un normale personal computer) si dimostrò esatta l'osservazione di Suba: "i libri sul centro partita insegnano solo a battere avversari molto più deboli di noi, cioè quelli che ci lasciano accumulare in santa pace tutti i vantaggi posizionali possibili e immaginabili, senza neppure far finta di creare un qualche controgioco". In effetti, oggi chiunque può analizzare le partite raccolte nei testi classici e scoprire che Suba aveva ragione. Gli esempi presenti sono quasi tutti poco significativi (chiameremo questa situazione "critica di Suba") perché:
- il perdente ha perso perché ha agevolato in tutto e per tutto l'avversario (come indica Suba), esempio ingenuo;
- il perdente non ha eseguito una o più mosse decisamente migliori; esempio fuorviante.
La scuola neoclassica
Oggi Mark Dvoretzky è sicuramente riconosciuto come il miglior didattico degli scacchi. Purtroppo le sue opere sono rivolte a giocatori dai 2000 punti Elo in su e in un certo senso danno per scontato il discorso (non affatto banale!) che sta alla base. Il grande pregio di Dvoretzky è stato comunque quello di unire ai principi classici una profonda analisi che gli ha permesso, a differenza di altri didattici, di evitare almeno in parte (ma non del tutto!) l'ottimismo didattico. Sicuramente ottenere i risultati da lui raggiunti senza l'ausilio di mezzi informatici deve considerarsi sbalorditivo.Questi risultati hanno fatto sì che l'eredità dei classici fosse rilanciata da alcuni interessanti istruttori come Aagaard, in forte polemica con Watson. Secondo Aagaard (Il perfezionamento dello scacchista, 2001), ragionare in termini di principi assicura dei benefici notevoli. Nella sua opera Aagaard si dà da fare per dimostrare che le regole sono importanti, ma francamente dopo un'attenta lettura non convince. Innanzitutto non le tratta in dettaglio, forse rifacendosi ai classici, ma lasciando al lettore veramente poco per quel che riguarda la comprensione strategica della posizione, tant'è che le gemme del suo comunque interessante libro non derivano dalla polemica con Watson, ma dalla sua esperienza personale e, più che regole, sono "indicazioni".
Personalmente penso che la volontà di affidarsi a regole non sia che l'umana propensione a semplificare ciò che è complesso per controllarlo meglio, spesso un'illusione che non è che una scorciatoia per una strada a fondo chiuso: del resto non esiste nessun testo di strategia scacchistica la cui sola lettura può far migliorare di 100 punti Elo un giocatore che è già attorno ai 1800 punti Elo. Sarebbe bello, ma senza uno studio approfondito e diversificato e un'esperienza e una pratica costanti non si va lontano.
La scuola relativistica
Dal percorso Silman-Watson-Aagaard può uscire una visione molto moderna degli scacchi, quella che io chiamo scuola relativistica.Supponiamo di conoscere tutti gli elementi che possono influire su una qualunque posizione, sia strategici sia tattici. Sia N il loro numero, probabilmente molto grande. I classici hanno descritti i più importanti, altri sono stati successivamente ridimensionati (come la superprotezione di Nimzowitsch), altri hanno assunto importanza o sono del tutto nuovi o addirittura non sono ancora stati scoperti dalla letteratura scacchistica.
Data una posizione, alcuni elementi non hanno importanza o ne hanno poca, altri sono invece importantissimi. In una posizione dove c'è il matto in una mossa, è evidente che una regola sui finali di Alfieri di colore contrario non ha nessun senso. Pertanto, data una posizione, ogni elemento ha un peso. Il grande giocatore di scacchi cosa sa fare?
Sa valutare gli elementi più importanti della posizione, attribuendo loro la giusta priorità, cioè il peso che hanno nella posizione.
Qual è quindi il compito della didattica scacchistica per il giocatore di medio livello?Insegnare a valutare il peso degli elementi.
Ogni elemento viene analizzato nella sua importanza relativamente alla posizione, senza cercare di darne un valore assoluto. Quanto più questo insegnamento avrà successo, più il giocatore affinerà il suo colpo d'occhio, mettendo come prima mossa da valutare quella che pesa maggiormente la posizione.Per convincerci dell'importanza di questo approccio, esaminate il seguente diagramma e scegliete con che colore giocare.

Se non siete assoluti masochisti, avrete scelto sicuramente di giocare con il Nero, visto che il Bianco non ha la Donna. Penso che tutti abbiano fatto questa scelta. Nel farla non c'entra nulla la creatività o l'intuito scacchistico. Data la posizione iniziale del tutto simmetrica, anche l'ultimo dei principianti avrà notato che sono solo due gli elementi che contano: il colore (meglio giocare con il Bianco) e l'assenza della Donna. Tutti arrivano immediatamente a concludere che il secondo elemento ha un peso nettamente superiore al primo.
Complicandosi la posizione, tutto diventa più difficile e il nostro principiante potrebbe non sapere che pesci pigliare. Non a caso posizioni non simmetriche con molti squilibri favoriscono il giocatore più forte perché li sa "capire di più".
Poiché ciò che conta è il peso, nella strategia relativistica si insegna a
lavorare meglio, studiando solo ciò che serve.
Viene cioè messo l'accento su come studiare e su cosa studiare (non tutti i finali, ma quelli che servono, non tutte le aperture, ma quelle che si giocano ecc.). Un approccio decisamente concreto che è l'anima di questa sezione del sito.LA MAIL
Mentre giochi a scacchi cos'è che ti fa stare bene?Mi fa stare bene la conoscenza (prima componente della capacità di amare), il capire le regole degli scacchi sempre più a fondo. Mettere un Alfiere nel posto giusto o vedere una combinazione vincente. Una partita che ho vinto giocando male solo perché il mio avversario ha giocato peggio non mi dà nessuna gioia.
