Sindrome del tunnel carpale
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Cause
della sindrome del tunnel carpale – Dal punto di vista anatomico
questa sindrome è facilmente riconducibile al nervo mediano, che si diparte
da un'area all'altezza dell'ascella, passando per tutto l'arto anteriore
sino alle prime tre dita della mano. La zona coinvolta nell'insorgere di
questa patologia si trova proprio a livello del polso e del palmo sotto al
pollice, all'interno della quale si trova il cosiddetto tunnel carpale (o
canale del carpo), una specie di galleria contenente i tendini della mano,
sovrastata dal legamento del carpo, vero responsabile di questa sindrome
poiché il suo ispessimento può portare a una compressione del nervo mediano
e conseguentemente alla sua sofferenza. Varie possono essere le cause di
questo ispessimento, come alcune patologie degenerative e croniche in grado
di aumentare la pressione all'interno del tunnel carpale (vari tipi di
artrosi e di
artrite, il
diabete, la
gotta), traumi esterni come la frattura del polso o
squilibri ormonali (tipico delle donne in stato di gravidanza). Inoltre
vanno considerate come potenziali cause di sindrome del tunnel carpale tutte
quelle attività ripetitive che sollecitano intensamente il nervo mediano e
dunque le dita e il polso (oltre alle attività sopra citate segnaliamo anche
quelle svolte dai musicisti, in particolare chitarristi e pianisti, e chi
lavora frequentemente al computer).
Diagnosi
e terapia della sindrome del tunnel carpale – Per quanto la
sintomatologia sia soggettiva, esistono comunque alcuni fattori comuni come
il formicolio e l'apparente paralisi delle prime tre dita (pollice, indice e
medio) e di parte dell'anulare nelle ore notturne, talmente fastidiosi da
costringere chi ne soffre ad alzarsi nel sonno per scuotere e risvegliare
l'arto. Esistono comunque dei test in grado di verificare l'esistenza di
questa sindrome, come quelli di Phalen, consistente nel
mantenere forzatamente in flessione o in estensione il polso e valutare se
ciò provoca formicolio, e di Tinel (vedi immagine), basato
sulla reazione del nervo mediano alla percussione del polso con dito o
martelletto (la presenza della sindrome è indicata dalla "scarica elettrica"
del nervo), test validi in fase di compressione avanzata del nervo mediano.
Tra gli esami diagnostici ricordiamo inoltre l'elettroneurografia (valuta la
velocità di conduzione dell'impulso nervoso da parte del nervo) e
l'elettromiografia, analoga alla precedente, ma efficace in caso di danni ai
muscoli della mano. Per quanto riguarda le possibili terapie, se ne possono
indicare alcune come la ionoforesi, gli
ultrasuoni o il laser oppure infiltrazioni locali con farmaci
corticosteroidi o con
antinfiammatori, ma il loro
effetto è sempre temporaneo e mai risolutivo, quindi si consiglia di
sottoporsi all'intervento chirurgico, pratica indolore e in grado di
eliminare definitivamente il problema in tempi brevissimi.
L'intervento
chirurgico – Esistono varie tecniche chirurgiche volte a trattare
la sindrome del tunnel carpale, sia a cielo aperto che per via endoscopica,
ossia attraverso una cannula inserita nel palmo della mano per mezzo di una
piccola incisione. Generalmente il paziente è ricoverato in regime di
day-hospital e viene operato in anestesia locale tramite un intervento che
dura mediamente dai 10 ai 15 minuti. Viene praticata un'incisione sull'area
interessata, interrompendo il legamento traverso del carpo per liberare il
nervo mediano, decomprimendolo e conseguentemente apportando un beneficio
immediato al paziente, che può essere così dimesso anche subito dopo
l'intervento. Dal punto di vista della ripresa della funzionalità dell'arto
c'è da dire che è possibile muovere la mano anche subito, ma si consiglia di
tenerla a riposo per qualche giorno senza forzare i gesti. La ripresa totale
varia a seconda della gravità della situazione precedente all'intervento, ma
mediamente bastano 1-2 settimane per ottenere una guarigione completa.
Infine, l'operazione non comporta un danno estetico alla mano, poiché
l'incisione è di ottima qualità e tende a scomparire nell'arco di tre mesi
dall'intervento.
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