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Sclerosi laterale amiotrofica (SLA)
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La sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è una gravissima patologia degenerativa che colpisce un gruppo specifico di cellule del midollo spinale, i motoneuroni, prevalentemente negli adulti dopo i 40 anni (in Italia si hanno circa 6 malati ogni 100.000 abitanti). Queste cellule nervose svolgono la funzione fondamentale di trasmettere ai muscoli i comandi per il movimento. La scomparsa dei motoneuroni causa una progressiva atrofia muscolare: i muscoli volontari non ricevono più i comandi provenienti del cervello e, nel tempo, si atrofizzano, portando a una paralisi progressiva dei quattro arti e dei muscoli deputati alla deglutizione e alla parola. Purtroppo non è stata ancora individuata una terapia in grado di sconfiggere questa patologia, nota dal 1860 (venne identificata dal medico francese Charcot). Solo in una piccola percentuale di casi sono state riscontrate possibili cause di origine genetica, mentre perlopiù la causa scatenante della SLA è ignota. Il decorso medio è di circa tre anni; la morte è provocata quasi sempre per insufficienza respiratoria.
Attualmente non esiste una cura specifica vera e propria per contrastare la malattia. Si ricorre a una serie di interventi di supporto nei confronti del malato, per alleviare le conseguenze della SLA, intervenendo di volta in volta secondo necessità. Si ricorre dunque alla fisioterapia, alla mobilizzazione, all'utilizzo di tutori, sedie a rotelle, a strumenti elettronici che consentano al malato di comunicare, fino all'uso di respiratori artificiali. Si può arrivare anche a interventi chirurgici nei casi più gravi; ad esempio, si ricorre alla gastrostomia quando il malato non è più in grado di deglutire (l'intervento consente di assumere il cibo direttamente dallo stomaco). Viene anche utilizzato in terapia il riluzolo, un farmaco che pare contrastare l'azione del glutammato; alcuni studi hanno infatti messo in evidenza il ruolo del glutammato, un neurotrasmettitore che si ritiene abbia effetti negativi sui motoneuroni. Il riluzolo sembrerebbe in grado di opporsi agli effetti del glutammato. Le speranze per il futuro sono legate da un lato alla possibilità di utilizzare le cellule staminali per sostituire i neuroni perduti, dall'altro alla terapia genetica, con interventi diretti a introdurre geni specifici all'interno del midollo spinale.

SLA e sport: la nostra ipotesi

SLANon è affatto provata la relazione fra doping e SLA nel calcio. Le inchieste del procuratore torinese Guariniello non sono statisticamente molto significative, anche se interessanti. Infatti gli stessi agenti dopanti assunti dai calciatori vengono impiegati illecitamente in altri sport senza che vi sia in questi ultimi una percentuale così superiore alla media di casi di SLA come accade invece nel calcio (100-150 volte la norma). È molto più plausibile la tesi secondo la quale nel calcio i continui traumatismi e soprattutto l'interessamento del sistema nervoso centrale (colpi di testa) possano essere all'origine della malattia. Se è vero che nella boxe i colpi alla testa sono più numerosi e potenzialmente devastanti che nel calcio, è altrettanto vero che nella boxe il traumatismo è orizzontale, mentre nel calcio esiste una forte componente verticale; il calcio dovrebbe essere pertanto confrontato con sport come i tuffi, tenendo conto del diverso numero di praticanti, della differente traumaticità dell'impatto e, non ultimo, del fatto che i calciatori sono abituati a prendere antinfiammatori in dosi massicce (quindi due cause, anziché una: traumatismo verticale alla testa e antinfiammatori) ecc.
La federazione olandese gioco calcio, per preservare il cervello dai microtraumi ripetuti, ha vietato il colpo di testa ai calciatori con meno di 16 anni; tutto ciò a causa della scoperta che il livello di s-100 betaproteina aumenta (sia nel sangue sia nel liquido cefalorachidiano) in seguito a traumi alla testa anche lievi, ma ripetuti. Il livello della proteina è un indice della sofferenza delle cellule nervose e indica che anche in seguito a traumi pur piccoli, nel punto della lesione, tale sofferenza dura per mesi (fino a nove). Se nel frattempo un secondo trauma colpisce la zona lesa, l'effetto è moltiplicativo, fino a 100 volte la lesione originaria. Per questo motivo la federazione hockey internazionale già dal 1996 aveva vietato di giocare senza un casco omologato.
Un'altra ricerca è stata pubblicata su La Stampa del primo giugno 2004.
LONDRA. Vietare i colpi di testa o indossare appositi caschetti protettivi: è questa la controversa proposta di uno scienziato australiano, convinto che l'impatto con un pallone possa provocare danni celebrali anche di notevole gravità nei calciatori.
Rod Markham, neuropsicologo di Sydney (Australia), per tre anni ha studiato il fenomeno, analizzando le scatole craniche di alcuni calciatori professionisti. La sua conclusione è che le autorità competenti dovrebbero proibire gli interventi di testa, perché dannosi per la salute degli atleti.
«I danni più gravi vengono provocati dagli scontri testa contro testa, ma anche i ripetuti colpi di testa con il pallone determinano micro-traumi cumulativi», ha spiegato al tabloid Sun lo stesso Markham.
Per adesso la Fifa ha preferito non commentare la ricerca, limitandosi ad assicurare che la leggerà attentamente.

LA MAIL

SLA e sport

BorgonovoLe scrivo poiché in questi giorni mi ha molto colpito la triste storia dell'ex calciatore Stefano Borgonovo. Ho dovuto constatare che alcuni ricercatori ipotizzano un nesso di causalità tra l'attività fisica intensa e la sclerosi laterale amiotrofica.
Le invio un articolo riguardante uno studio effettuato da un'università olandese che sembrerebbe avvalorare la sua tesi secondo cui non vi sarebbe alcun nesso di causalità tra l'attività fisica e l'insorgere della SLA.


Non so se hai letto un articolo fondamentale del sito sull'affidabilità della ricerca.
Te lo sintetizzo. La ricerca non è scienza e non è escluso che fra qualche mese o qualche anno un'altra equipe di ricercatori non dimostri il contrario. Data una proposizione X, è spesso banale trovare una ricerca che dimostra che X è vero e una che dimostra che X è falso.
Venendo a noi, la ricerca citata statisticamente non ha spessore, a prescindere dai paroloni inseriti. Si parla di attività fisica che è un concetto troppo generico. Qui il problema è determinare se per esempio la pratica di uno sport professionistico come il calcio per almeno 10 anni può essere una condizione facilitante.
Sicuramente non è una causa diretta, altrimenti i calciatori morirebbero come mosche. Condizione facilitante vuol dire che negli ammalati di SLA esiste un QUID che, scatenato da alcuni fattori, porta alla malattia. In assenza di tale quid, i fattori sono ininfluenti; ciò spiega perché l'incidenza della SLA resta per fortuna bassa nella popolazione. I fattori sono cioè come una pesca per chi è allergico alle pesche: lui muore, mentre altri milioni di persone se le gustano tranquillamente. Purtroppo non è possibile avere dati su cui lavorare perché la percentuali dei professionisti nella popolazione (non basta considerare quelli che fanno attività fisica, concetto fra l'altro molto vago) è troppo bassa. Personalmente non ho una personalità fobica; non pratico sport di contatto e, anche se lo facessi, la probabilità di ammalarmi di SLA sarebbe sicuramente irrisoria rispetto a quella di avere un grave incidente in uno scontro di gioco. Sul fatto poi di voler assolvere lo sport a ogni costo, non mi preoccupo molto. È un mio oggetto d'amore, ma resto una persona equilibrata che ha presente i limiti dei propri oggetti d'amore, non a caso nel sito ho scritto un articolo, Quando lo sport fa male.


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