Gli psicofarmaci
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Gli insuccessi - Checché ne dica la medicina ufficiale, gran parte delle malattie della psiche sono ancora "incurabili", soprattutto se si considera la legge di guarigione totale. Gli insuccessi della medicina tradizionale hanno lasciato ampio spazio alle medicine alternative che hanno però fallito anch'esse miseramente, non smettendo però di promettere mare e monti contro depressione, ansia, fobie ecc.
Lo stato attuale - Per spiegare perché parliamo di insuccesso consideriamo che attualmente esistono quattro tipi di pazienti:
A) quelli che per tutta la vita assumono psicofarmaci; qui l'insuccesso è palese.
B) Quelli che assumono psicofarmaci a periodi, con ricadute più o meno gravi. Anche qui l'insuccesso è evidente; lo psicofarmaco allevia la condizione, è spesso sintomatico, senza che riesca a rimuovere (e spesso i medici stessi non le trovano) le vere cause del problema.
C) Quelli che hanno solo pochi episodi patologici nella propria vita e che si portano in un livello di pseudonormalità. È il caso di chi esce da una depressione, rimanendo però sostanzialmente una persona predisposta, con un tono dell'umore spesso basso e con una qualità della vita tutto sommato mediocre. Anche in questo caso l'intervento farmacologico non può ascrivere a sé il successo, poiché nulla impedisce di credere che il soggetto sia risalito sopra la soglia che delimita la normalità solo per l'effetto tempo e per l'effetto (sintomatico, non curativo) dei farmaci o delle psicoterapie.
D) Quelli che hanno un solo episodio patologico, risolto il quale ritornano del tutto normali. Anche qui l'intervento farmacologico non può ascrivere a sé il successo perché in genere si tratta di persone che hanno capito i loro problemi e hanno mutato la loro vita. Questo mutamento di vita è la vera soluzione. Bisogna però riconoscere che l'intervento farmacologico ha avuto il merito di consentire al paziente di avere la lucidità per attuare il cambiamento.
Le psicoterapie - Parallelamente alla psichiatria
farmacologica e alle medicine alternative si collocano le psicoterapie,
anch'esse spesso troppo facili alle promesse. Anche per le psicoterapie si
possono definire i quattro tipi fondamentali e si possono dare gli stessi
giudizi sulle reali o presunte guarigioni. Sicuramente la psicoterapia può
parlare di successo nel caso di soggetti di tipo D. Dalla parte del medico - Come dovrebbe operare il medico? Innanzitutto cercare di identificare la tipologia del paziente; troppo spesso pazienti di tipo A vengono inizialmente curati come pazienti di tipo D. Una volta identificato il tipo, identificare la soluzione più idonea:
tipo A - Indirizzare il paziente verso strutture avanzate in cui si provano nuovi farmaci. L'obbiettivo è portare il paziente almeno in stato B. L'errore è curare il paziente con farmaci e metodi tradizionali che si sono già dimostrati insufficienti per i casi di tipo A.
tipo B - Evitare facili euforie nei casi di miglioramento e far capire al paziente che è proprio questo il momento di continuare nell'aggressione della patologia per debellarla totalmente, passando a uno stato C. L'errore è quello di accettare di assecondare un paziente che si convince che gli psicofarmaci lo hanno fatto uscire da una situazione terribile, non accorgendosi che si tratta di una persona fragile che fra poco ricadrà nel baratro.
Tipo C - Affiancare a terapie farmacologiche anche un supporto psicoterapeutico, far capire al paziente che non è sufficiente guarire, ma che può ambire a una migliore qualità della vita, spiegare il concetto che
non essere felici è essere un po' malati.
Tipo D - Nel caso il medico si accorga che la patologia sia del tutto provvisoria (magari causa di un evento scatenante, ma che il tempo comunque diluirà, essendo il soggetto del tutto normale), far presente che l'uso degli psicofarmaci è del tutto limitato e temporaneo.Dalla parte del paziente - Tralasciando la tipologia A (dove spesso non esiste la lucidità per poter decidere autonomamente cosa sia meglio fare), in tutti gli altri casi il paziente deve convincersi che, se non cambia qualcosa nella propria vita, gli psicofarmaci non potranno che dargli fragili momenti di quiete, che potrà scambiare per serenità solo perché è cessato il dolore. Non deve cioè fare come chi ha male a un dente e, invece di andare dal dentista e curarlo definitivamente, si ostina a prendere forti analgesici per non sentire il dolore.
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