Il dolore
di Christian Frezza -
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Nella teoria proposta da Melzach e Wall, conosciuta anche come teoria del cancello, i recettori, stimolati da agenti chimici, dal calore, dal freddo o da stimoli meccanici, trasmettono un segnale nervoso al midollo spinale da dove poi altri fasci nervosi partono per raggiungere il sistema nervoso centrale. La teoria del cancello afferma che a livello dei neuroni midollari si ha una convergenza di stimoli dolorifici e no, come quelli tattili per esempio, e il neurone in uscita deve riuscire a discriminare qual è l'informazione prioritaria, agendo quindi da "cancello". In questo evento sembrano giocare un ruolo chiave delle strutture, dette interneuroni, che utilizzano come neurotrasmettitore un oppioide endogeno, l'encefalina, e che integrano opportunamente le informazioni pulendo il segnale uscente1.
Il dolore evocato dalla stimolazione di questi recettori viene definito
dolore nocicettivo e rappresenta una risposta con un'intrinseca funzione
protettiva in quanto la percezione del danno subito da una parte del nostro
corpo ne consente poi l'eliminazione, mediante archi riflessi o
mediante azioni coscienti. La localizzazione del dolore nocicettivo è immediata e ciò rende diagnosi e cura abbastanza accurate. Le terapie antidolorifiche sono trattate nella pagina sugli analgesici.
Accanto al dolore nocicettivo va citato il dolore neuropatico: in questo caso, invece di una reale stimolazione recettoriale, si verifica un danno a carico dei sistemi di trasporto degli stimoli dolorosi: in pratica il sistema deputato alla percezione del dolore subisce un danno provocando esso stesso una percezione aberrante del dolore. Spesso questo dolore deriva dal danneggiamento di nervi e viene spesso riferito come bruciante o pungente, ma è di difficile localizzazione; di conseguenza la sua cura è spesso incerta e a volte i normali farmaci risultano inefficaci.
Come visto finora, inquadrare il dolore dal punto di vista medico è alquanto complesso e comunque è al di fuori degli scopi di questo articolo. La suddivisione appena proposta in dolore nocicettivo e neuropatico si basa sulla fonte del dolore, in termini tecnici l'eziopatogenesi. Accanto a questa definizione, la letteratura medica propone altre classificazioni per cercare di ottenere una corretta diagnosi, integrando il maggior numero di informazioni ottenute dal paziente; ricordiamo che purtroppo il dolore è un'esperienza totalmente soggettiva, attualmente non misurabile se non tramite la comunicazione tra il medico e il paziente.
Il dolore può essere descritto facendo riferimento alla sua durata, alla sua localizzazione e alla sua intensità. La suddivisione più a monte distingue il dolore acuto da quello cronico. Questa suddivisione non definisce solo la durata del sintomo, ma ne dà anche una qualificazione esistenziale: dal dolore episodico e momentaneo, il dolore acuto, si passa a una vera e propria malattia spesso invalidante, il dolore cronico. Il dolore acuto, dal punto di vista medico, è un dolore di recente insorgenza, ma di durata non superiore ai sei mesi. Se il dolore acuto è visto come meccanismo protettivo e la strategia medica è la cura delle cause al fine di giungere alla guarigione clinica, il dolore cronico diventa una malattia a sé stante con un impatto psicologico importante.
Per analizzare l'intensità del dolore si utilizzano delle scale di valutazione soggettiva; tra queste sono abbastanza comuni la scala analogica visiva (VAS), dove il paziente indica, in una scala da "nessun dolore" a "massimo dolore", l'entità del dolore percepito oppure la scala numerica verbale.
La componente psicologica è importante nella percezione del dolore; un numero crescente di studi farebbe notare che pazienti affetti da depressione manifestano inspiegabili dolori come male alla schiena e alla testa e sembrano avere una soglia più bassa del dolore. Parallelamente, il dolore cronico può sicuramente innescare una serie di effetti psicologici che poi facilitano l'insorgenza della depressione. Non a caso, molti farmaci antidepressivi trovano impiego tra gli analgesici. Un caso tipico dove si nota una stretta correlazione tra psiche e percezione del dolore è la fibromialgia che a volte trova tra le cure antidolorifiche proprio farmaci antidepressivi come gli antidepressivi triciclici e gli inibitori della ricaptazione delle serotonina. Il fatto che la nostra mente valuti il dolore in modo diverso a seconda delle situazioni è tipico, per esempio, della soglia del dolore che cambia da runner principiante a runner professionista (vedasi l'articolo Sono infortunato?).
1 Ciò comporta che, se uno stimolo dolorifico e uno stimolo meccanico vengono trasmessi simultaneamente, la trasmissione dello stimolo dolorifico potrà essere attenuata: pensiamo a quando ci massaggiamo una parte lesa per attenuare il dolore. Questo concetto è stato applicato per spiegare il meccanismo d'azione dell'agopuntura.
Bibliografia
http://www.iasp-pain.org//AM/Template.cfm?Section=Home
Principi di Chimica Farmaceutica; Foye, Lemke, Williams.
http://www.sifweb.org/didattica/analgesici/analgesici_main.htm
http://www.progettoasco.it/
https://www.health.harvard.edu/newsweek/Depression_and_pain.htm
Dott. Christian Frezza
Ricercatore presso
Apoptosis and Tumour Physiology Lab - The Beatson Institute for Cancer Research
Switchback Road, Bearsden
Glasgow
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