L'abbronzatura artificiale
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Mancata gradualità dell'esposizione. L'abbronzatura artificiale avviene con tempi spesso eccessivamente brevi, tali da stressare oltre misura la pelle. Ovvio che in questo caso il rischio aumenta.
Uso di strumentazione non idonea. La radiazione ultravioletta è solita essere distinta in diverse bande. Si parla per esempio di UVA, UVB, UVC. Le radiazioni UVC (che in natura si hanno per esposizioni ad alta quota) sono ritenute più pericolose e cancerogene, le UVB un po' meno, visto che provocano eritemi, congiuntiviti ecc., le UVA in teoria sarebbero sicure. Agli inizi degli anni '80 comparvero le prime lampade che emettevano praticamente solo radiazioni UVA e quindi erano considerate sicure. Purtroppo con le sole radiazioni UVA i risultati abbronzanti sono scarsi; si usa pertanto una miscela UVA-UVB che, se assicura una buona abbronzatura, non è detto sia del tutto innocua. Insomma gli interessi commerciali (strumentazione poco costosa o, altamente costosa, ma tecnologicamente orientata alla sola velocità di abbronzatura) non sono in perfetta sintonia con quelli salutistici.
Fototipo del cliente. Come è ormai a tutti noto, il rischio di melanoma dipende dal fototipo di partenza. Quanto più la pelle è chiara, tanto più l'esposizione ai raggi ultravioletti (sole o abbronzatura artificiale) è rischiosa. I clienti dei centri di abbronzatura sono percentualmente spostati verso i fototipi chiari perché in genere chi ha già una pelle scura non vi ricorre o vi ricorre saltuariamente.
Negli Stati Uniti l'evidenza scientifica dell'incidenza dell'uso delle
lampade nei casi di melanoma non è provata solo da ricerche (che si possono
sempre pilotare, soprattutto se condotte su un campione poco numeroso), ma
anche da dati statistici sulla popolazione (cioè il rischio di melanoma è
più alto per chi ricorre all'abbronzatura artificiale), tant'è che l'AMA
(American Medical Association) propone il bando delle lampade abbronzanti.
Uno dei problemi più scottanti è che il cliente non può assicurarsi della innocuità della strumentazione. Ammesso che abbia tutti i dati per valutare l'alta qualità dell'apparecchiatura abbronzante, il rischio dipende anche dalla manutenzione della stessa (per esempio dal cambio dei filtri, alcuni dei quali dopo 500 ore di funzionamento possono subire un pericoloso degrado) e quindi occorre fidarsi del gestore.
Lo studio più recente e noto è quello di Spencer e Amonette; secondo tale studio non solo l'abbronzatura artificiale provocherebbe danni a breve (eritemi, congiuntiviti, disidratazione) e a lungo termine (aumentato rischio cancerogeno, photoaging, rughe ecc.), ma anche non proteggerebbe dalla successiva esposizione solare. Infatti un'abbronzatura artificiale (o naturale) equivale a un fattore di protezione 4, mentre per evitare ogni problema legato all'esposizione alla luce del sole occorre una protezione 15.
Interessante è poi il fenomeno del photoaging che è decisamente esaltato dall'abbronzatura artificiale. Un'abbronzatura eccessiva è sempre collegata ad alterazioni del collagene con conseguente cedimento delle strutture e comparsa di rughe più o meno profonde. Quindi se si può discutere sull'incremento del rischio cancerogeno dovuto all'abbronzatura artificiale, certo non si può farlo sulla certezza dell'invecchiamento cutaneo: lo studio di Spencer e Amonette descrive appunto il photoaging come uno stato di infiammazione cronica della pelle, spesso irreversibile.
Riassumendo
Ci si può illudere che l'abbronzatura artificiale non faccia male come un fumatore può illudersi che il fumo sia innocuo.
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