L'illusione della certezza
Copyright by THEA 2009-2010
Molti studiosi (Fischhoff, Thinès, Costall, Butterworth ecc.) hanno evidenziato che la mente umana tende a vedere la certezza anziché l'incertezza, la causa e l'effetto invece della semplice correlazione (illusione della certezza). Sembra che l'uomo abbia bisogno di certezze (non a caso l'ansia nasce dal mancato controllo della situazione in cui si è). Quando questo bisogno resta del tutto inconscio non viene sottoposto a nessuna critica e genera una serie di problemi.
- Sottomissione all'autorità. I classici "ah, se l'ha detto la televisione" oppure "ah, se l'ha detto il medico" sono esempi di come si preferisca credere ad autorità che "non possono sbagliare" piuttosto che esercitare il proprio spirito critico. Ricordiamo che Kant riteneva che minorità fosse l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro.
- Irrazionalità. I soggetti meno razionali cadono vittima di superstizioni, magie, divinazioni, astrologia; persino la religione, il più delle volte, non è che una ricerca della certezza.
- Santificazione delle paure. Anziché smontare le paure, poiché la gente vuole certezze, gli vengono date con aggettivi come "assolutamente sicuro", "straordinariamente efficace". Non a caso l'effetto placebo vince la paura della malattia con la certezza che il farmaco farà qualcosa, che funzionerà. Secondo alcuni (Humphrey) la certezza mobiliterebbe risorse del sistema immunitario non ancora reclutate.
- Promesse impossibili. L'illusione della certezza è usata nella pubblicità che tende a usare testimonial e slogan che rimuovano ogni incertezza: "funziona, provalo anche tu!", "garantito da…" ecc.
L'illusione della certezza nasce dal non capire che la gran parte degli scenari della vita reale sono incerti.
L'illusione della certezza non è che il tentativo di ricondurre tutto a concetti come vero o falso, giusto o sbagliato, sì o no ecc. Sembra cioè che gli uomini si trovino bene in un mondo logico a due valori (0 e 1) nel quale poter stabilire deduzioni che conducano ad altre verità. La raziologia mostra che nella realtà la maggior parte degli scenari in cui ci muoviamo sono incerti e che dobbiamo sostituire la certezza con la coerenza decisionale.I pregiudizi
Studiamo il comportamento di una persona che tende ad avere "certezze", sempre e comunque. Cosa si nota?A livello personale sicuramente una tendenza ad agire per dovere anziché per piacere. La morale per esempio può diventare molto rigida perché la certezza, di fatto, impedisce ogni revisione critica. La vita diventa un po' meccanica perché le certezze diventano dogmi cui non si può disobbedire. L'ideologia politica diventa granitica e il dialogo con la controparte diventa difficile (del resto se sono certo che la mia ideologia è l'unica giusta che dialogo a fare?). Si diventa intolleranti e si formano pregiudizi. Spesso si appare vecchi proprio perché i giovani certi pregiudizi hanno imparato ad abbatterli dopo averne verificato l'assurdità.
Il meccanismo con cui si formano i pregiudizi (qui il termine non è usato nella comune accezione negativa, ma semplicemente con il significato di "fase iniziale del giudizio") è strettamente correlato con la certezza: se sono certo che fumare fa male, se vedo Tizio che fuma, automaticamente scatterà un giudizio negativo sulla sua persona ancora prima di averne valutato la personalità; Tizio partirà quindi, per esempio, con un –10 nella mia scala di valori.
Così in campo religioso un ateo riterrà, consciamente o inconsciamente, bigotto un credente se è "certo che Dio non esiste"; idem dicasi di un credente che per fede "è sicuro che Dio esista"; non potrà che partire con una valutazione negativa di una persona che è agnostica. Ovviamente le convenzioni sociali faranno in modo che il giudizio non si manifesti apertamente, ma è abbastanza ovvio che se una persona è contraria a una mia certezza non posso apprezzarla pienamente. Se io sono certo che le azioni della XYZ saliranno, ecco che valuterò negativamente un promotore finanziario che mi consigli di lasciar perdere le azioni e di investire in titoli di Stato.
Il pregiudizio fuorviante si forma quando la "nostra" certezza non ha nulla di oggettivo o di provato (a differenza del caso del fumo dove io posso vantare molte conferme a sostegno della mia posizione), diventa un handicap che noi attribuiamo a una persona senza un motivo oggettivo. Un esempio: se io sono "certo" che chi delinque non potrà mai redimersi, avrò un pregiudizio fuorviante verso tutti coloro che escono dal carcere una volta scontata la pena.
L'errore nel dialogo
L'illusione della certezza è un errore tipico di chi vuole trovare verità in
scenari di rischio o addirittura incerti; pensiamo per esempio a tutti quei
consigli che diventano ordini perché chi li dà pretende che in uno scenario
incerto la sua soluzione sia quella "giusta", quella "corretta". Il classico
esempio della madre che dice al figlio "non andare a giocare a pallone
perché con questo tempo prenderai l'influenza" non è che la trasformazione
di uno scenario incerto (al più esprimibile come rischio soggettivo:
"secondo me hai l'X% di probabilità di prendere l'influenza) in uno certo.L'illusione della certezza innesca poi un errore di dialogo molto comune: avere come argomento della discussione qualcosa su cui, di fatto, non è possibile arrivare a una certezza condivisa da tutti (pur avendo assiomi comuni, quindi è un errore diverso dall'errore assiomatico) perché la decisione comunque dipende dagli obbiettivi, dall'interpretazione dei dati, dai pesi dei vari fattori e dalle priorità in gioco.
Il giocatore di carte - Un aneddoto chiarirà l'errore. Estate; in un bar all'aperto, un gruppo di ragazzi discute animatamente sull'istituzione di un corso di educazione civica nella scuola parallelo al corso di storia. In particolare, due contendenti si affrontano con pareri opposti, entrambi apparentemente razionali (l'importanza della materia da un lato, ma anche l'inutilità di un corso non obbligatorio, la cui frequenza si basa unicamente sulla scarsa coscienza civica della media degli studenti). Ecco che a un certo punto scatta l'illusione della certezza: ognuno "vuole" dimostrare che l'altro sbaglia. Per farlo, i toni salgono, ci si attacca a ragionamenti contorti e impossibili, si perde lucidità. Alla fine, da un gruppo di uomini che stanno giocando a carte si alza un rimprovero. I ragazzi si zittiscono, ma uno dei due contendenti educatamente, ma con fermezza, fa presente che "sono questioni importanti, molto di più di una partita a carte, che loro discutono per arrivare a una soluzione giusta, fondamentale per la loro scuola". Uno dei giocatori, con altrettanta calma e altrettanta fermezza, risponde in dialetto: "non so cosa sia giusto o cosa sia sbagliato, a me basta non dire stupidaggini" (il termine originale era molto più forte). L'ultima parola riportò i ragazzi alla realtà, facendo loro capire che si erano incamminati su quei sentieri dove non si fa altro che parlare del sesso degli angeli.
Quindi un comportamento corretto nel dialogo è:
a) avere una nostra idea ed esporla (possibilmente una sola volta, usando lo strumento dell'arringa finale: occorre parlare non all'altro, ma a un'ipotetica giuria, una sola volta, come in un'arringa finale che deve rimanere scolpita nelle menti dei giurati);
b) ascoltare quella dell'altro;
c) non criticare l'altro perché lui sbaglia e noi abbiamo ragione, ma semplicemente mostrando le contraddizioni che l'altrui tesi porta con sé. Per evitare l'errore dell'illusione della certezza è opportuno utilizzare la regola della contestazione: non pretendo che la mia posizione sia l'unica accettabile, ma nella tua rilevo i seguenti problemi. Se non ne ha, beh… riflettiamo sulla nostra!
Per approfondire: Migliora la tua intelligenza, Cap. 2
Consiglia l'articolo su Google, clicca
