Vuoi migliorare la tua vita?
Perché i matrimoni falliscono
Copyright by THEA 2010
Attualmente in Italia fallisce quasi un matrimonio su quattro, in alcune regioni uno su tre. I numeri probabilmente diventeranno ancora più significativi, visto che diminuiscono sempre più i condizionamenti sociali (per "amore dei figli") e religiosi (il "vincolo indissolubile") per cui "si deve stare insieme".
Su questi dati dovrebbero riflettere tutti i romantici che continuano a credere che il matrimonio sia il giorno più bello della loro vita, di fatto, in caso di separazione, dandosi degli stupidi per non aver capito veramente che si trattava di un'infatuazione più o meno passeggera.
D'altro canto, è pur vero che molti matrimoni durano per sempre e che una piccola percentuale di essi (circa il 10%) dura in modo felice.
Perché un matrimonio fallisce? Sembra troppo facile rispondere che si è infranta sin dall'inizio una delle regole per il buon matrimonio. Sono 30 regole pratiche: in tutti i matrimoni falliti che ho esaminato almeno una era disattesa. Poiché le regole sono comparse in rete sei anni fa (ed erano state anche pubblicate su un giornale femminile) ho ricevuto diverse mail di persone che sottolineavano come avessi ragione, "ma chi poteva pensare che una sola regola che infrangono tutti volesse dire una catastrofe!". Premesso che nella frase c'è un errore di generalizzazione perché c'è chi non sottovaluta quelle regole, posso capire che uno, inebetito da un amore ancora immaturo, possa non aver voglia di leggere tutte e trenta le regole. Allora limitiamoci a tre punti (sono i più importanti, ma non sono gli unici!) nella speranza che almeno su questi si rifletta.

Matrimonio: tre punti importanti

fallimento matrimonioBontà - Sicuramente l'aspetto più importante.

Il partner deve entrare nel nostro mondo dell'amore (e viceversa) nel modo più pieno possibile.

Dobbiamo trattarlo come tratteremmo noi stessi. Bontà non significa sottomissione (molti rapporti "funzionano" perché uno è "sottomesso" all'altro) né cancella la necessità di un'autosufficienza (prima di cercare un partner bisogna star bene da soli).
Fin qui sicuramente tutti saranno d'accordo, parlando genericamente di amore. In realtà, perché un matrimonio funzioni è necessario che l'eventuale fase di innamoramento iniziale sia sostituita da un costante volersi bene. Il termine eventuale è utilizzato in relazione alla negatività del concetto di innamoramento classico (tipicamente romantico), in cui ognuno non riesce a vedere con oggettività il partner: quanto più una persona è innamorata, tanto più è cieca sulle difficoltà di un rapporto a lungo termine (non per niente si dice che "ha perso la testa per").
Parlando in termini comuni, il Well-being va controcorrente e sostiene che:

l'innamoramento non è una condizione facilitante la riuscita del matrimonio, il volersi bene sì.

Le persone più equilibrate danno subito una fondamentale importanza al volersi bene, a differenza di chi punta tutto solamente sull'innamoramento, salvo poi accorgersi che... l'amore è finito. In realtà le persone "si amavano", ma non si volevano bene.
Il volersi bene è attuato tramite la bontà definita come sopra. La bontà è quell'ingrediente che fa sì che il matrimonio possa trasformarsi in un'atmosfera che allieta la nostra vita; un buon matrimonio dovrebbe proprio essere questo: una stupenda colonna sonora sul film dell'esistenza.
Come fare per capire se il partner è buono? Tralasciamo i casi in cui è banale scoprire che non lo è: difficilmente si definisce "buono" un partner violento (ricordate che la gelosia è una forma di violenza!), sempre assente (l'amore si dimostra con le azioni) o con difetti della personalità che penalizzano il rapporto e con nessuna volontà di rimuoverli ecc. Nei casi "normali" come valutare se ciò che chiediamo al partner non vada oltre il concetto di bontà e sia tutto sommato una richiesta egoistica? Nelle persone possessive o eccessivamente romantiche ciò è quasi la norma con il terribile concetto di prova d'amore: se mi ami rinuncia a questo o a quest'altro! Un crudele modo per complicare la vita a sé stessi e al partner.
La soluzione per verificare la bontà del partner sta proprio nel valutare come si comporta quando gli chiediamo cose che, tutto sommato, non gli costano poi molto. Si può discutere su aspetti importanti della vita di coppia (il partner vuole uno yacht…), ma gli egoismi escono sulle cose da poco.
Contromisure – Applicate il test delle "piccole cose" e se la bontà è parziale, preferite sicuramente la convivenza, a meno che non scegliate la via della sottomissione (tipica del sopravvivente o dell'insufficiente).
Sesso - In realtà dovrebbe essere al primo posto perché di fatto in una coppia dove non c'è sesso si può parlare al più di amicizia e stare insieme come coppia è semplicemente un mentire a sé stessi, mentre in una dove ci sono tradimenti viene meno il requisito di stabilità.
Va al secondo posto perché c'è un grande concorso di colpa di chi non si sente soddisfatto perché ha dato per scontato una serie di cose che la realtà disattende puntualmente. Leggete l'articolo Sesso e matrimonio per capire che se il partner è "ipoattivo" (inteso come "scarsamente interessato al sesso") o "poligamo", al più si convive, fino a che la "passione" non si spenge o si attua un tradimento.
Contromisure – In genere l'ipoattività o la poligamia del partner si possono scoprire nella fase precedente il matrimonio. Nei casi dei soggetti che poi alla lunga risulteranno ipoattivi sessualmente non è difficile riconoscere spesso i tratti delle personalità svogliata, vecchia o inibita. Poiché però altre personalità possono essere coinvolte, basta il "test della soglia": il sesso deve essere vissuto come situazione normalissima in qualunque situazione anche ripetuta e ravvicinata; se il soggetto richiede che si superi una soglia di eccitazione sessuale (atmosfera, condizioni particolari ecc.) alla lunga tale soglia si innalzerà sempre più e la vita sessuale della coppia si azzererà.
Per la poligamia non è necessario aspettare il tradimento, basta non sottovalutare la filosofia di vita del soggetto: se passa una bella donna e un uomo si gira a guardarla, sbavando dalla testa ai piedi, non sarà certo propenso alla monogamia!
Genitori e suoceri - Il terzo e grave problema che causa liti e separazioni. Qui basterebbe applicare il test della mamma per scoprire che una buona parte di chi si sposa continua a ritenere equivalente (o addirittura inferiore!) il partner ai genitori, cioè non si è ancora distaccato.
Ci sono poi le convenzioni sociali che impongono una vicinanza, in barba alla regola di "non andare a vivere con i tuoi genitori né con i suoceri". Certo, ci possono essere casi in cui questa convivenza è possibile, ma statisticamente si tratta di casi in cui uno dei due coniugi si è sottomesso.

Quando ci si sposa non si sposano i genitori del partner né il partner deve sposare i nostri.

Con una battuta, se è già difficile andare d'accordo in 2, andare d'accordo in 6 è praticamente impossibile a meno che uno dei due coniugi sia sottomesso o abbia una naturale, ma poco efficiente (per la qualità della vita) propensione a sopportare gli altri.
Contromisure – Non è difficile prevedere l'invadenza di genitori e suoceri: quando vogliono ordinare anziché consigliare (una sola volta però!) è il caso di preoccuparsi. Spesso l'invadenza nasce proprio nella fase prematrimoniale con l'arcaica "benedizione" da parte dei genitori dei novelli sposi. Poi continua con la cerimonia (un caso allucinante: si sposa la figlia e i genitori invitano i loro amici che la figlia nemmeno conosce!).
Per valutare se il partner si è distaccato dai suoi genitori, basta vedere come reagisce il partner alla proposta di "andare a vivere da soli per essere più liberi".
 
Ora andate a rileggervi le 30 regole!

LA MAIL

Titoli da correggere

Ho appena letto il tuo articolo, "Perché i matrimoni falliscono", articolo condivisibile e interessante spunto di meditazione, come sempre. Ma perché usi il verbo fallire? I matrimoni falliscono o finiscono? Non credi che ritenere un matrimonio finito un fallimento, sic et simpliciter, sia, di per sé, un implicito commento morale?
Finisce una relazione ma quanto realizzato col matrimonio non è detto che debba cessare. Il matrimonio, del resto, deriva dalla radice mater, realizza cioè le condizioni per la maternità, ossia per il concepimento e l'accudimento della prole; rappresenta la costituzione di un sistema in cui i figli sono ciò che resta quando va male; se per strada si perde il sentimento, che ha di per sé una natura inafferrabile e che dunque può spegnersi senza che la nostra volontà possa porvi rimedio (sul voler essere spontanei ricordo sempre l'ottimo Paul Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, 1997), è necessariamente perduto tutto il resto? L'affetto, l'amore condiviso per i figli, il volersi bene? Non credo.... Quindi, se mi permetti, il titolo giusto dovrebbe essere "perché i matrimoni finiscono".


Non condivido la tua posizione perché di fatto è romantica. Se rileggi quanto hai scritto, tu dai per scontato che un matrimonio c'è finché c'è sentimento, concetto molto lontano dallo spirito dell'articolo.
Il termine "fallimento" non è morale, ma esistenziale: l'incapacità di capire, offuscati dai sentimenti, che la persona che abbiamo scelto non sarebbe stata "magica" per tutta la vita (del resto, se uno si sposa è perché crede che sia per tutta la vita, perché altrimenti esistono le relazioni e le convivenze). Nei matrimoni che scricchiolano è semplice constatare che già quando erano partiti si sarebbe potuta scoprire la loro fragilità, semplicemente perché si basavano su situazioni effimere o contingenti, personalità critiche di uno o di entrambi ecc.
Certo un matrimonio fallito (o finito) può essere un'utile esperienza, ma è un grave errore vedere solo le cose positive che sono rimaste, perché di fatto ti accontenti. Un figlio puoi farlo con tante donne e questa considerazione va di pari passo con quella che anche il sesso puoi farlo con tante donne. Se le unisci, comprendi che il matrimonio, così banalizzato, non è che un viaggio forse temporaneo con una donna che trovi sulla tua strada; ma allora, ripeto, basta una relazione o una convivenza.
Se vuoi vivere al massimo devi essere in grado di capire te stesso e gli altri, l'evoluzione degli eventi, non di provarci e poi porre rimedi (il divorzio): prevenire è sempre meglio che curare.


Consiglia l'articolo su Google, clicca   Se vuoi condividerlo su Twitter, clicca