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Felicità: i numeri
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È possibile studiare la felicità di gruppi di persone, scoprendo indicatori comuni che possano servire a tutti per vivere meglio?

La strada sbagliata

Sicuramente non ha senso, come spesso è stato fatto, collegare il concetto di felicità a indici di felicità e di benessere desunti da parametri che già a priori si pensa possano dare la felicità. Ciò significa indirizzare i sondaggi verso la direzione voluta. Risultano cioè poco credibili quei sondaggi basati su modelli che esprimono la felicità in relazione a presunti parametri oggettivi (per esempio ricchezza, soddisfazione nel lavoro, soddisfazione nella famiglia, numero di amici ecc.). Risulta praticamente impossibile costruire un modello che indichi esattamente ciò che rende felici. Ciò equivarrebbe fra l'altro a sostenere che per arrivare alla felicità esiste un'unica strada, posizione facilmente smentita dalla realtà dal momento che si possono trovare persone molto diverse che si dichiarano molto felici.
Per completezza lo studio che citeremo riporta anche questi indici classici, il cui esame rivela (anche se molti commentatori non se ne sono accorti) tutto il loro limite, contraddicendo nettamente i dati provenienti dalle interviste sul campo.

... e quella giusta

coppia feliceÈ più semplice e credibile partire dalle indicazioni date dal singolo stesso sul suo grado di felicità. Il problema dell'affidabilità dei sondaggi è affrontato in Migliora la tua intelligenza. Riportandone solo le conclusioni, un buon sondaggio deve essere:
  • completo (cioè esaurire tutte le risposte possibili eventualmente proponendo anche l'astensione);
  • equispaziato (per evitare l'effetto ancora);
  • con un numero di categorie non eccessivo (per minimizzare l'avversione agli estremi).
Inoltre le domande non devono in qualche modo far convergere verso determinate risposte (occorre cioè evitare l'indirizzamento psicologico). Tralasciando casi dolosi, l'indirizzamento psicologico può avvenire anche con la perfetta buona fede dell'intervistatore. Ben si comprende come un sondaggio che si limiti a chiedere "sei felice?" (oppure "sei intelligente?", "sei razzista?" ecc.) può provocare un numero eccessivo di risposte nella categoria che fa apparire l'intervistato come più positivo: l'intervistato risponde come "sarebbe meglio rispondere" (spersonalizzazione positiva). Per evitare l'indirizzamento psicologico si possono usare tecniche di mascheramento, per esempio sottoporre l'intervistato a molte domande apparentemente scorrelate (una tecnica di questo genere è stata per esempio usata da Robin Simon per verificare la relazione fra l'avere dei figli e la felicità; se pongo 100 domande, quella sul numero di figli passa inosservata nella sezione anagrafica e l'intervistato non "sente" la correlazione con la domanda sulla felicità nella sezione psicologica). Le tecniche di mascheramento sono però molto pesanti perché di solito i questionari sono molto lunghi.
Poiché la spersonalizzazione positiva diminuisce all'aumentare del numero delle categorie considerate (in altri termini, tutti sono propensi a darsi almeno la sufficienza, ma è minima la percentuale di chi si dà il massimo, pur essendone molto lontano), con un numero sufficientemente grande di categorie (ma non troppo grande, per evitare l'avversione agli estremi), il sondaggio diventa affidabile per le categorie estreme.
Nel caso della felicità, le categorie potrebbero essere:
  1. Molto felice
  2. Felice
  3. Nella norma
  4. Poco felice
  5. Infelice.
Per quanto detto, se si desidera studiare il fenomeno felicità, ci si deve limitare ai risultati relativi alla sola risposta 1. Fra l'altro, tale risposta è quella che identificherebbe anche chi è riuscito a percorrere per gran parte il percorso suggerito dal Well-being.
Un tale sondaggio è stato recentemente condotto da quattro ricercatori della World Values Survey (fra cui l'italiano Roberto Foa). Fra le cose interessanti, il sondaggio ha evidenziato un effetto modesto della ricchezza sulla felicità (infatti per il Well-being è solo una condizione facilitante): dal 1999 al 2007 la situazione economica nei Paesi europei è peggiorata, ma la variazione della percentuale di chi si è dichiarato "molto felice" va dal -5 al +6% a seconda dei vari Paesi, senza una relazione stretta con la crisi.
Ecco i risultati.

Paese % Molto felici
Danimarca 49
Irlanda 46
Olanda 43
Belgio 40
Gran Bretagna 40
Svezia 38
Francia 31
Finlandia 28
Slovenia 26
Malta 26
Germania 24
Spagna 23
Austria 20
Polonia 19
Portogallo 17
Ungheria 17
Italia 16
Rep. Ceca 16
Lituania 13
Estonia 12
Lettonia 12
Slovacchia 10
Romania 9
Bulgaria 8

L'interpretazione

Si possono dare molte interpretazioni alla classifica; una sicuramente plausibile è che non occorre un occhio di falco per accorgersi che i Paesi vengono penalizzati soprattutto da:
  • appartenenza all'ex blocco comunista
  • influenza della Chiesa cattolica*.
La spiegazione consiste nel fatto che queste due ideologie non hanno fatto altro che mettere in secondo piano la qualità della vita del soggetto, massacrata da dogmi, doveri, responsabilità, Stato ecc. All'interno dei blocchi ideologici è interessante notare come quanto meno l'ideologia era o è "vissuta" e tanto più si è felici; confrontiamo Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca con Romania e Bulgaria (si noti la penalizzazione della Germania, dovuta all'ex DDR); oppure notiamo come i Paesi cattolici sono tanto meglio messi quanto più sono distanti da Roma, non solo geograficamente, ma anche ideologicamente (come in Belgio dove solo il 15% della popolazione è praticante o nella laicissima Francia).

Per chi volesse dati riguardanti la popolazione che frequenta il sito, ecco i risultati del test Misura la tua felicità.

* chi non fosse convinto di questa analisi, consideri che è di oggi (1 dicembre 2008) la notizia che la Chiesa cattolica ha bocciato la proposta francese per la depenalizzazione dell'omosessualità da parte dell'ONU. L'incredibile motivazione offerta dal'osservatore del Vaticano alle Nazioni Unite, monsignor Migliore (il cui nome è tutto un programma), è che gli Stati che non aderiranno potranno essere discriminati. Come dire: non puniamo gli assassini perché, poverini, potrebbero sentirsi discriminati. Come può una persona mettere le regole della sua esistenza in mano a persone che ragionano così?

IL COMMENTO

Almeno studiamo la statistica...

Credo che una statistica sulla felicità basata sulle risposte dei singoli possa risentire significativamente di alcuni fattori:
1) qualità del campione selezionato
2) tasso di mendacità
3) mancata conoscenza degli altri valori della scala

I primi due punti bastano a dare apprezzabili margini di errore su qualunque sondaggio, basti pensare alle recenti elezioni americane dove il margine tra Obama e Mc Cain rilevato nei sondaggi era di gran lunga inferiore a quello effettivamente sancito dalle votazioni.
Il terzo punto secondo me è quello più importante. Nell'improbabile ipotesi che i primi due punti non alterino i dati reali, e cioè anche ammettendo che sia selezionato un campione effettivamente rappresentativo e che soltanto una percentuale trascurabile menta, in tema di felicità rimane un grosso scoglio: la auto-valutazione. La felicità è qualcosa di percepito rispetto ad una scala soggettiva. Ad esempio potrei definirmi molto felice semplicemente perché non so che potrei esserlo molto di più, o magari c'è chi si sente infelice perché non può permettersi vestiti di marca, o piuttosto certi popoli per cultura sono portati a lamentarsi più di altri.
Per chiudere, guardando la classifica sulla felicità viene subito un dubbio: come mai gli italiani che risultano essere tra i più infelici si suicidano molto meno che nei popoli più felici?

 
Non so che estrazione tu abbia, spero non scientifica. Infatti il tuo intervento rivela solo la volontà di perorare un intuito senza il suffragio di una cultura statistica che ti porti oltre la superficialità di certi concetti. In altri termini, se tu non hai studiato approfonditamente la teoria dei sondaggi, usare (male) il cervello per dedurre qualcosa è tipico di chi pensa di aver già capito tutto dopo aver studiato nulla.

> I primi due punti bastano a dare apprezzabili margini di errore su qualunque sondaggio
Tu dai per scontato che il campione sia sempre sbagliato e che la maggior parte di noi siano bugiardi. Senza nessuna prova di ciò. Citi un esempio senza capire minimamente le differenze fra i due scenari.
Campione – Dai per scontato che i ricercatori siano dei mentecatti che non conoscano le più elementari nozioni statistiche per rendere significativo un campione. Certo con un campione si può barare, ma si bara quanto maggiori sono gli interessi in gioco (per questo il tuo esempio è scorretto).
Mendacità – Anche qui dovresti spiegarmi (e provare):
a) perché una persona deve mentire e dichiararsi "molto felice"
b) perché la percentuale dei bugiardi sarebbe per esempio altissima in Danimarca e bassa in Italia.
 
> la auto-valutazione
Qui vai contro una delle basi del Well-Being. Se una persona si sente felice è felice. O anche tu vuoi venirmi a dire che:
a) se non crede in Dio non può essere felice
b) se non ha votato Forza Italia/Partito Democratico non può essere felice
c) se non ha una barca a Portofino non può essere felice
d) se non ha trovato l'anima gemella non può essere felice
e) se non ha figli non può essere felice
f) se non tifa per la Juve non può essere felice

z) se non veste abiti firmati non può essere felice.
Quando finiremo di pretendere di giudicare la felicità degli altri? Ma hai letto ciò che hai scritto:
> c'è chi si sente infelice perché non può permettersi vestiti di marca
Se lui si sente infelice, frustrato ecc., lo è!
 
> come mai gli italiani che risultano essere tra i più infelici si suicidano molto meno che nei popoli più felici?
E che c'è di strano? Questa domanda finale mi fa capire che parli senza avere studiato o, per lo meno, senza sapere cosa sia una curva di distribuzione. Tu pretenderesti di studiare un parametro studiando una manifestazione del contrario di esso. Per capire quanto ciò sia assurdo, supponiamo di avere intervistato 100 danesi e 100 italiani. Le curve di distribuzione delle risposte siano queste:

Curve della felicità

Supponiamo che per indice minore di 4 ci sia rischio suicidio, mentre per indice superiore a 8 la persona abbia risposto "molto felice". Come si vede, in Italia ci sarebbe una grande percentuale di mediocremente (nel senso che stanno in mezzo) felici con 9 soggetti a rischio suicidio; in Danimarca circa la metà della popolazione sarebbe molto felice, ma i soggetti a rischio suicidio sarebbero 14, più che in Italia.
Chi ha capito l'esempio comprenderà subito che non si può studiare la felicità di un popolo partendo dalla percentuale di suicidi. All'interno della cultura di ogni popolo il suicidio è visto in maniera diversa e questa visione non è correlata a ciò che rende felice un soggetto. Basta pensare che per molte religioni il suicidio è peccato e ciò può distogliere il credente disperato dall'insano proposito, avendo sempre una chance ultraterrena. Da notare che la religiosità di un popolo può alterare le statistiche perché attribuisce "ufficialmente" a incidenti veri e propri suicidi, salvando così l'anima del suicida.
Alcune culture contemplano il "suicido per onore" (idea romantica); in altre la vita è così difficile che l'istinto di sopravvivenza impedisce l'instaurarsi di nevrosi/psicosi che portano il soggetto a considerare l'idea del suicidio.
Ad ogni modo ecco alcuni dati dell'OMS (sono relativi agli ultimi anni, dopo il 2000; suicidi per 100.000 abitanti):

Paese Numero suicidi
Albania 8
Argentina 17,6
Australia 21,8
Belgio 42,6
Brasile 8,7
Bulgaria 26,4
Canada 22,7
Cile 20,9
Cina 27,8
Croazia 40,2
Danimarca 27,3
Estonia 42,8
Finlandia 40,7
Francia 35,6
Germania 26,3
Grecia 7,1
India 21,3
Irlanda 19,5
Italia 14,4
Giappone 48
Gran Bretagna 13,6
Kuwait 3,9
Messico 8,4
Olanda 18,7
Norvegia 23,1
Polonia 31,4
Romania 25,5
Russia 67,9
Spagna 15,8
Svezia 26,6
Svizzera 35,2
Ucraina 47,9
Ungheria 53,5
Uruguay 30,9
USA 22,2

 


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