Il tifo sportivo
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Purtroppo periodicamente si assistono a degenerazioni del tifo sportivo che portano a profonde riflessioni sulla sua natura. Non è questa la sede per sviscerare a fondo il fenomeno, piuttosto è interessante cercare di definire i limiti patologici dello stesso. Fino a che punto si può ritenere equilibrato il tifo sportivo?
Il calcio
Per rispondere alla domanda è utile partire dallo sport che più di ogni altro fa discutere di tifo, il calcio. Dovrebbe essere a tutti chiaro cheil tifo sportivo può degenerare solo se lo sport cui il tifo si riferisce non è oggettivo.
Infatti la fortuna del calcio è nella sua scarsa oggettività. Nessuno, se non personalmente coinvolto, si può scaldare oltre misura per sport dove "tutto è chiaro" e chi vince "merita di vincere". Il grande carrozzone del calcio è stato mantenuto in piedi proprio dalla sua scarsa oggettività nella quale si perdono i tifosi, arrivando a livelli di coinvolgimento esagerati.Il calcio è cioè poco oggettivo perché serve così. Per attrarre grande masse di tifosi negli stadi e davanti alla televisione occorre o il grande evento sportivo o qualcosa che possa coinvolgere direttamente lo spettatore, una specie di Grande Fratello sportivo a uso e consumo di chi ha una psicologia particolare.
Il grande evento non sempre è a disposizione e allora ecco che si tiene in vita uno sport poco oggettivo, uno sport tutto sommato casuale dove ognuno può dire la sua all'infinito, entrando a far parte del meccanismo. Uno sport dove l'ultima in classifica può battere la prima (l'ultima squadra della Formula 1 non vincerà mai un gran premio…) è in grado di scatenare infinite discussioni che a loro volta aumentano i coinvolgimenti.
I giocatori – Da Maradona a Cassano, passando per Vieri e altri, è ormai evidente a tutti che il calcio più che uno sport (per il quale si richiedono doti fisiche massime) è un gioco (non a caso, Federazione Italiana Giuoco Calcio, con quel termine ormai obsoleto che invita a non cambiare nulla) e come tale non richiede i crismi dell'oggettività.
Gli arbitri – In un mondo ormai dominato dalla tecnologia, sono riusciti a difendere posizioni preistoriche. Ovvio che l'inserimento di ogni novità tecnologica, atta a diminuire l'errore umano, sminuisca il potere stesso degli arbitri.
Gli altri (dirigenti, allenatori, presidenti ecc.) – Come sempre, quando ci sono soldi, visibilità, fama e potere ci si buttano in tanti ed è dunque logico aspettarsi le stesse cose che accadono nella vita civile: se c'è stata tangentopoli ed è all'ordine del giorno avere politici di dubbia moralità perché si usano toni moralistici per l'ambiente del calcio?
Il tifoso
Ma
il punto centrale attorno a cui ruota tutto è il tifoso, quest'essere dalle
mille facce, ma con un unico destino: quello di pendere con grande pericolo
verso la popolazione degli
spacciati. Non mi riferisco agli ultrà (peraltro degenerazione del
tifoso, basta sommarvi una personalità violenta e un'assenza di cultura), ma
al vero tifoso, magari corretto, ma emotivamente molto
coinvolto.Chi ha un minimo di raziocinio dovrebbe comprendere che:
a) È assurdo spersonalizzarsi in una squadra, illudendosi di farvi parte. Chi vince lo scudetto sono i giocatori, l'allenatore, la società; chi prende i soldi sono i giocatori, l'allenatore, la società. Come è patetica la frase "abbiamo vinto!"! Che hai vinto, tifoso? Il giocatore si becca un contratto miliardario e si compra la Porsche, e tu? Sempre in giro con la solita scarcassa d'auto o, se ti va bene e sei benestante, sempre impegnato quindici ore al giorno nel lavoro che tutto sommato ti pesa da morire dal quale evadi solo grazie alla tua squadra del cuore?
b) È assurdo far dipendere la propria vita da undici ragazzi in mutande. Sì, perché essere abbacchiati dopo aver perso uno scudetto all'ultima partita o una finale di Coppa dei Campioni negli ultimi minuti, non è tifo, è dipendenza. Far dipendere il proprio stato umorale (felice/depresso) da quello che è successo sul campo è completamente illogico e preoccupante. Il calcio diventa una droga che lenisce dolori più profondi senza che ci sia vero amore perché l'amore prescinde dalla dipendenza.
I tifosi sono quelli che ungono tutto il meccanismo e lo fanno funzionare, sono quelli che consentono a giocatori di guadagnare cifre spropositate (ma è giusto così, secondo il principio della domanda e dell'offerta) e in cambio ne ricevono la dose quotidiana.
Gli imperatori romani al popolo per tenerlo buono davano panem et circenses, oggi che darebbero? Facile: realites et calcium… Cioè Grande Fratello e calcio.
Il test
So benissimo che molti tifosi che leggeranno questo commento sono pronti a dissentire e a scendere sul piede di guerra. Ebbene, se i due punti sopraccitati non li hanno convinti, ecco un piccolo test.Olimpiadi di Pechino, maratona. Sono davanti al televisore quando Fantozzi, la nuova star italiana della maratona, entra nello stadio. Esulto con lui, ma a cento metri dal traguardo Fantozzi stramazza al suolo, strisciando faticosamente verso l'arrivo. Purtroppo è superato da tanti concorrenti e scende dal podio. Peccato. Spengo la tv, mi metto la maglietta e vado a correre, felice di assaporare una giornata di sole. Sono equilibrato perché vivo la mia vita.
Stessa scena, ma Fantozzi non crolla e vince a braccia alzate. Prendo la bandiera dell'Italia e mi lancio in macchina verso il centro della città, suonando il clacson fino a esaurirlo e sventolando l'italico vessillo al di fuori del finestrino completamente aperto. A un ingorgo un'anziana signora mi chiede cosa sia successo; con gli occhi gonfi di lacrime, grido: "Ho vinto la maratona di Pechino, ho vinto!". Persona equilibrata? Lascio a voi l'aggettivo.
Il limite del tifo
Il livello di guardia del tifo si supera quando ci si spersonalizza nella squadra ("Abbiamo vinto!"). Notate come è diverso il tifo per un singolo (di solito molto equilibrato) da quello per una squadra: si può tifare perché Tizio vinca il Giro d'Italia, ma, che vinca o che perda, rimaniamo noi stessi e quell'evento modifica marginalmente le nostre giornate. Dal test dovrebbe essere chiaro quale deve essere il limite del tifo:quando il tifo arriva a livelli di coinvolgimento tali da uscire dall'evento, da motivare un prima e un dopo, il tifo non è equilibrato.
Una definizione dura, che probabilmente delude molti tifosi "normali", ma un oggetto d'amore non crea dipendenza né altera la realtà (spersonalizzazione). Se la "mia" squadra perde e ciò mi rovina la giornata, riflettiamo…IL COMMENTO
Campioni del mondo
L'Italia
ha vinto i
mondiali di calcio. Non commento oltre l'aspetto sportivo
della vicenda perché non sono, né fingo di essere, un esperto di calcio, ma
vorrei dare comunque un contributo a quella che è sicuramente una grande
impresa.Mi preme sottolineare il coinvolgimento popolare alla luce di quanto sempre affermato in questo sito sul tifo. Com'è possibile conciliare un coinvolgimento popolare così massiccio per la nazionale con discorsi in cui il tifo è visto esistenzialmente in chiave negativa? Semplice: il calcio è per il 30% uno sport e per il 70% uno spettacolo.
L'aleatorietà del risultato (questa è stata la finale dei centimetri: il rigore di Zidane, il gol annullato all'Italia per fuorigioco, la traversa non-gol di Trezeguet), le regole (vincere un mondiale o una coppa ai rigori non è il massimo della sportività), certi personaggi (Maradona, Ronaldo, Cassano ecc., con le dovute proporzioni, non si possono definire "atleti") abbassano decisamente la caratura sportiva di questo gioco: il tifoso accanito non si accorge di ciò e oggettiva una situazione, spesso spersonalizzandosi in essa. Gli altri milioni non sono tifosi, sono spettatori di un bellissimo spettacolo (almeno quando gioca la nazionale in un mondiale). Un po' come la finale dei 100 m alle olimpiadi che viene seguita anche da milioni di sedentari che a stento si ricorderanno il nome del vincitore. A differenza del tifoso, lo spettatore resta coinvolto solo per la durata dello spettacolo e per il suo dopo immediato, coinvolto come in un grande film. A differenza del tifoso, non ha ferite aperte che sanguinano sempre, ogniqualvolta ricorda la coppa persa negli ultimi minuti, lo scudetto perso all'ultima partita o il mondiale sfumato all'ultimo rigore. A differenza del tifoso tiene separata la sua vita da quella della squadra. A differenza del tifoso, non considera un segno distintivo soffrire quando la squadra perde perché lui ha anche altro nella vita. Può quindi gioire in modo più equilibrato se si vince e non soffrire se le cose vanno male perché ha già pronti altri oggetti d'amore che sostituiranno la debacle sportiva.
Tutto questo mi è chiaro da 24 anni, quando il giorno dei mondiali dell'82, dopo una giornata pessima, non potevo che sperare che l'Italia vincesse il mondiale, e lo vinse. In quel periodo stavo iniziando a cambiare vita.
Ieri sera quando Grosso è andato sul dischetto, mi sono accorto che non avevo affatto bisogno di quel gol e che la mi attenzione era rivolta al giocatore e alla sua vita, sperando che mettesse l'ultimo tassello alla sua rincorsa ai vertici del calcio.
Il mio contributo agli azzurri - Per Grosso e gli altri azzurri si apriranno i festeggiamenti. So già che la critica più grande che pioverà su di loro sarà la solita: è assurdo che guadagnino così tanto per correre dietro a un pallone. Io non sono d'accordo e non solo perché l'invidia non appartiene a chi è soddisfatto della propria vita.
Guardiamo in faccia alla realtà: molti ci tentano, dal papa allo scienziato che vuole inventare la pillola della felicità, ma nessuno come loro sa dare una sera di gioia a milioni di persone, a chi è solo, a chi non ha altro nella vita, a chi è insoddisfatto, a chi è frustrato, a chi per almeno un giorno vuole evadere e illudersi di essere protagonista. Quindi non giudicateli solo perché corrono dietro a un pallone, ma comprendetene la funzione sociale ed esistenziale e, invece di invidiare i loro guadagni, cercate di fare qualcosa per migliorare la vita di chi, come un malato, ha bisogno del farmaco calcio per emergere dal grigiore quotidiano.
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