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Il successo
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Il video - Il Grande Fratello Il successo può essere una condizione facilitante nella vita, ma nella nostra società sembra essere una condizione necessaria alla felicità. Nulla di più stupido. Non a caso l'autostima di molte persone va sotto zero perché si basa sui risultati, anziché sulla propria dignità interiore.
Nella nostra società si parla spesso di perdenti o vincenti, anziché di felici o infelici. Che senso ha essere vincenti se poi non si è felici? Cambiamo quindi l'ordine di priorità dei nostri obbiettivi:

prima si deve essere felici e poi, semmai, vincenti.

Non a caso parlo di personalità critiche solo in relazione alla felicità, l'unica gara cui, a mio avviso, non ha senso sottrarsi, pena il permanere in questa valle di lacrime in modo molto miserevole.
 Le personalità critiche sembrano non essere immuni dal fascino del successo, facendosi trascinare nel gorgo dell'assoluta assenza di semplicità. Sì, perché, se il successo (carriera, ricchezza, vittoria ecc.) è ricercato come fine della propria esistenza, non può che farci vedere la realtà in modo talmente complesso e difficile da perdere ogni aggancio con ciò che è puro e semplice.
Spesso, osservando l'importanza e i mezzi con cui si vuole arrivare al successo, si è in grado di stabilire la (o le) personalità critiche dominanti del soggetto. Basti pensare che anche chi dovrebbe essere semplice per definizione, il mistico, spesso non sa resistere al fascino del successo e tende a creare una carriera ecclesiastica o addirittura post-terrena (le varie gerarchie di santi!).
Per esempio, lo svogliato può esserne immune, ma il più delle volte lo ricerca attraverso la strada più breve, senza fare fatica e, in assenza di condizioni fortuite, fallisce sempre.
L'irrazionale o il romantico non adottano strategie logiche, ma si affidano ai loro sogni o a considerazioni del tutto campate per aria.
successoIl debole lo cerca attraverso vie convenzionali salvo il fatto di dover rimarcare sovente che "gli altri non giocano secondo le regole".
Il violento può fare un uso eccessivo della forza proprio in base al concetto che il fine giustifica i mezzi, il successo assume per lui un valore etico.
Il sopravvivente può vivere di piccoli successi quotidiani, di fatto esagerati nell'importanza.
L'insoddisfatto, spesso perfezionista, vede il successo come una droga che non basta mai.
Lo statico e il vecchio tendono a vivere dei successi del passato, di fatto sopravvivendo a essi.
L'insufficiente tende a vivere del successo di chi ha vicino, scambiandolo per il proprio (classico caso della donna giovane che sposa un vecchio nababbo).
L'insofferente ha un rapporto di amore-odio con il successo, la cui aspettativa è vissuta con calma e gioia finché non va in frantumi.
Il contemplativo ha del successo una visione più a lungo termine, meno terrena, quasi mistica. Basti pensare all'immortalità presunta dell'arte.
L'apparente in fondo non può che vedere nel successo l'unica forma positiva dell'essere e quindi lo ricerca come naturale esibizione del proprio sé.
Le altre personalità (inibiti, fobici, patosensibili, dissoluti, semplicistici, indecisi) non sono direttamente correlate a un modo chiaro e univoco di gestione del successo e il loro comportamento dipende dalle altre componenti della personalità.

I COMMENTI

VIP high?

Secondo voi ad oggi c'è un VIP, qualcuno di famoso, che possa definirsi high? Qualcuno che un giorno possa mettersi a dire "ciao, sono XXXX, e anch'io leggo www.albanesi.it!" Sarebbe un bel modo (anche se un po' banale) di fare pubblicità al lavoro di Roberto Albanesi.

Forse sarebbe "un bel modo di far pubblicità", ma dubito che un VIP possa essere interessato a migliorare la qualità della sua vita perché, molto probabilmente, dovrebbe dedicare molto meno tempo e risorse alla ricerca della ricchezza, del successo e di tante di quelle cose che stridono con quella semplicità che secondo me fa veramente grande una persona.

Saranno famosi

saranno famosiAnni fa, navigando su Internet, mi imbattei nel sito di Passaparola; superato il quiz in linea, arrivò la telefonata per il provino di selezione; superato anche questo, partecipai alla trasmissione ed ebbi modo di conoscere da dietro le quinte il mondo della televisione. Passai qualche giorno negli studi di Canale 5 e la cosa più positiva dell'esperienza fu sicuramente l'aver capito certi meccanismi.
Il primo giorno fu abbastanza scioccante scoprire, nel baretto vicino agli studi, frotte di ragazzine che abbordavano i cosiddetti talent scout nel tentativo di entrare in quel mondo. Sorseggiando il mio caffè, mi gustavo i vari "tipi", cercando di scoprire almeno una ragazza che avesse un QI (quoziente intellettivo) tale da poter essere assunta, che so, come vice-aiuto-qualcosa. La ricerca era molto dura e dovetti buttarmi sulla bellezza. Facendosi largo fra trucchi pesantissimi e sgraziati, i miei occhi conclusero ben presto che le belle ragazze non seguivano quella via. E allora la prima domanda: ma che ci tentavano a fare? Ci credevano veramente?
Ecco che in quest'ottica certe trasmissioni (dove la fama e il successo diventano gli dei principali della vita), come Saranno famosi, non sono educative. Forse tutto lo spettacolo in televisione non lo è. Forse tutto il mondo dello spettacolo. Per salvarlo si può solo dire che perché sia positivo dovrebbe promuovere una certa sostanza, oltre che la semplice fama. Il banale "essere famosi" non può certo essere un valore. Soprattutto se si conosce cosa c'è dietro le quinte.
Restandoci anche pochi attimi si scopre che l'unica religione è l'audience, per la quale si farebbe di tutto (non so se è chiaro...). Beh, c'è il denaro, direte voi. Ma dove? Di denaro ne gira abbastanza poco, valendo la regola di un super-ricco e centinaia di affamati. Non è cioè esatta l'equazione fama=denaro che sembra automatica. Il meccanismo per chi lavora in televisione è lo stesso dei concorrenti di Passaparola: o vinci il superpremio (due o tre nella stagione) o non recuperi nemmeno le spese del viaggio e dei tempo che hai buttato, visto che la metà dei premi se ne va in tasse e conversioni varie (gettoni d'oro in denaro) e che il concorrente registra tre puntate al giorno con un ritmo sul quale ogni sindacalista avrebbe da obbiettare. Mentre giocavo pensavo che avrei potuto passare quei giorni con mia moglie (i parenti non sono ammessi!), il mio cane, correre al parco con gli amici: altro che fama, tempo buttato!
Morale della favola: non cercate di esistere andando in televisione o comparendo sui giornali. Chi crede di esistere solo perché è famoso, in realtà è una nullità perché, tranne rare occasioni, la fama non è mai assoluta. Troverà sempre qualcuno che non lo considererà affatto e, di fronte a un "ma possibile che non sappia chi sono io?", riceverà un bonario sorriso di commiserazione.
L'importante è imparare prima a essere soddisfatti della propria vita, realizzandola pienamente, poi si può anche andare in TV.

Non è quasi mai troppo tardi...
 
phisingSuccesso e spacciati: due parole che hanno in comune l'iniziale, ma anche un certo rapporto di causa ed effetto. Mi spiego: il successo nasce sempre da un substrato di spacciataggine. Questa consapevolezza mi consente per esempio di non arrabbiarmi (come invece fanno tanti amici del sito…) quando vedo che nel mondo c'è tanta gente mediocre: in fondo se tutti fossero bravissimi, per me sarebbe più difficile vivere!
L'assunto è facilmente dimostrato anche in campo sportivo dove il grande campione è tale perché tutti gli altri sono a lui nettamente inferiori: a me Tergat o Baldini sembrano marziani perché io, agonisticamente parlando, sono uno spacciato.
Estendendo a tutti i campi, per esempio nel commercio, chi si è arricchito lo ha fatto spesso facendo ottimi affari, ma un "ottimo" affare è tale se in un certo qual modo la controparte è un "pollo".
Le truffe (vedasi il phishing in Rete) quasi sempre prevedono che dall'altra parte ci sia uno spacciato (almeno nel settore in cui ci si sta muovendo).
In fondo anche il successo del sito si basa più sugli spacciati irriducibili (e ciò mi spiace veramente) che su quelli che non lo sono oppure su altri che lo sono ma perlomeno tentano di migliorare. L'altro giorno ho beccato una telefonata di una cliente che, non sapendo fare l'ordine tramite il sito (spacciata, almeno provaci!), voleva ordinare il Metodo che aveva visto in Rete. Giorgio le spiegava pazientemente la filosofia. Avrei lasciato perdere se a un certo punto Giorgio non le avesse risposto: "beh, 10 kg in due mesi non è facile". Mi sono fatto passare la "cliente", mi sono presentato e poi le ho chiesto perché voleva dimagrire così in fretta. La scellerata non ha avuto nemmeno il buon gusto di mentire: "perché devo andare in ferie". Le ho chiesto qualche dato, riuscendo a sapere che era alta 165 cm per 84 kg. Le ho fatto presente che per risolvere certe situazioni è necessario fare un po' di attività sportiva, impegnarsi a cambiare tipo di cucina ecc. Mi sono sentito rispondere che il suo non è un caso grave, perché a suo marito "andava bene così", lo faceva (?) "per le amiche".
Gentilmente le ho detto: "signora, vorrei spiegarle perché pensiamo che, prima di leggere il libro, debba decidere di cambiare vita; probabilmente la spiegazione l'aiuterebbe più delle pagine che vorrebbe studiare". Ha riappeso.
 
A.A.A offresi: redattore giornalistico tuttofare (presto disoccupato perché l'editore sta distruggendo tutto il parco clienti...).
 
Verità... aggiustabili
 
MorelliUn altro commento della serie: se vuoi avere successo, blandisci gli spacciati.
La rivista Dimagrire diretta dal famoso Raffaele Morelli presenta uno studio condotto su 1.000 (?) italiani per definire i tratti della donna ideale. Risultato: 163 cm per 50 kg. Evviva, esulteranno i nostri amici. Finalmente si riconosce la verità e cioè che grasso non è bello. Come sempre, cercando il pelo nell'uovo, il peso dell'indagine è debolissimo, non solo per l'esiguità del campione (che è manipolabile come si vuole), ma perché è chiaramente di parte. Non a caso altre "indagini" (anch'esse di parte) hanno evidenziato che gli italiani preferirebbero donne formose e "in carne".
Per onestà scientifica devo spiegare perché l'indagine non è attendibile. Fra le cose che non piacerebbero agli italiani vengono citati solo seni e labbra rifatti, la poca cura si sé, l'eccessiva magrezza e l'eccessiva altezza (e l'eccessiva grassezza no?). Assurdo, praticamente ogni donna che legga l'indagine, anche se non rientra nei canoni citati, si sentirà bellissima perché non ha le "caratteristiche negative". Ecco perché la ricerca è falsa. Una persona di buon senso non ha bisogno di scomodare le indagini per capire che una donna in sovrappeso non piace a nessuno, per il semplice fatto che sovrappeso vuol dire cellulite, doppio mento, coulotte de cheval ecc., parametri per nulla citati nei risultati.
Morelli ha costruito il suo successo proprio sulla capacità di non infastidire gli spacciati, di vendere verità che si aggiustano all'interlocutore. Non a caso secondo il suo best seller Non dipende da te, dovremmo imparare a vivere senza fatica. Dirige una rivista titolata Dimagrire, ma per non perdere audience spreca l'occasione per dire chiaramente che agli italiani le donne grasse (perché chiamarle maggiorate???) o cellulitiche non piacciono. Un mito, proprio come il personal trainer che ti fa fare aerobica a 120 pulsazioni "per non esagerare" o come il dietologo che ti dice che le diete fanno male.
 
Dott. Morelli, se ha bisogno di un redattore...


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