Quando i soldi non bastano mai
Copyright by THEA 2005-2009
Alcune delle mail in risposta alle tre puntate sulla
felicità sollevavano la questione della possibile felicità in condizioni
economiche precarie; detto in parole povere: come si fa a essere felici se è
difficile arrivare alla fine del mese con i soldi che si guadagnano?Si devono escludere dall'analisi tutte le situazioni (e sono molte) economicamente difficili che derivano da scelte esistenziali errate. Un matrimonio fallito (con conseguente divorzio, alimenti, ricerca di una nuova casa ecc.), un'attività lavorativa che è andata a rotoli, una famiglia con un numero eccessivo di figli ecc. sono esempi che ovviamente prescindono dal saper gestire correttamente i propri (pochi) soldi.
Consideriamo pertanto un soggetto normale con una vita normale, con uno stipendio medio-basso.
Il primo errore da evitare è:
pensare che se si guadagnasse di più si vivrebbe automaticamente meglio.
Infatti ciò può essere vero per molti, ma non per tutti; si dà già scontato che la gestione del proprio denaro sia ottimale e questo, in genere, è un grosso atto di presunzione. A meno che non siate dei fini conoscitori dell'economia, è abbastanza impensabile che ciò sia vero, molto probabilmente, avendo di più, buttereste via parte del plus in cose tutto sommato inutili.Il secondo errore è
ritenere che, visto che non si può guadagnare di più, basta spendere di meno.
Questa è una visione molto semplicistica. L'importante non è spendere meno, ma ottimizzare le proprie spese.Dal punto di vista psicologico, il primo errore provoca spesso una frustrazione sociale perché si vede il problema totalmente al di fuori di sé, la colpa è degli altri, della società, del governo e chi più ne ha più ne metta (lamentiamoci pure, ma prima ottimizziamo le nostre spese). Il secondo errore predispone invece a una taccagneria che in genere altera non solo la qualità della vita del singolo, ma anche i rapporti sociali, penalizzati da scelte troppo "avare".
I due errori precedenti si possono esprimere nella regola del doppio:
superata una certa soglia di povertà, spesso avere il doppio delle entrate non è sufficiente ad A per avere una vita economicamente più soddisfacente di B.
Si consideri un soggetto A con reddito di 4.000 euro mensili e un soggetto B con reddito di soli 2.000 mensili. Mettendoci a tavolino, non è difficile dimostrare che, se A non si cura particolarmente della sua economia, arriverà a fine mese in condizioni peggiori di B. Basta accorgersi che A non ottimizza, ma sceglie a caso le proprie fonti di spesa: al supermercato A compra distrattamente, B si cura delle offerte; A compra ogni giorno il pane, B se lo fa da sé con la macchina del pane; A offre caffè e pranzi a destra e a manca, magari in locali non certo economici, B sceglie locali dal miglior rapporto prezzo/prestazioni; A veste firmato, mentre B sceglie capi che durano; A compra tante cose inutili, B per esempio i libri che compra li legge tutti dalla prima all'ultima pagina.Il problema è dunque: come ottimizzare le proprie risorse economiche?
Come ogni ottimizzazione, si deve partire dall'analisi del proprio stato.
Serve?
Iniziamo a eliminare tutto ciò che non serve. La domanda (che io chiamo
di San Francesco) "Serve?" sembrerebbe automatica in
tutti noi, praticamente scontata; pensiamo invece a tutti i regali inutili
che si fanno a Natale.Adele è maniaca della pulizia. Ogni quindici giorni porta a lavare il grande e unico tappeto della sala, una prassi ormai consolidata. La spesa è di 30 euro per volta, 60 euro in totale. Su uno stipendio familiare (due persone) di 1.500 euro è un'enormità: il tappeto si succhia il 4% del ricavo mensile. Adele ha scoperto di poter risparmiare 60 euro al mese solo quando un amico, esperto di tappeti, le ha spiegato che i tappeti di ottima qualità si lavano saltuariamente.
Enrico, 37 anni, single, 1.600 euro al mese, ha un armadietto dei farmaci che nemmeno i migliori ospedali possono vantare; si tratta di farmaci per patologie normali, dal mal di testa alla contusione, dalla febbre ai dolori intestinali. La personalità "fobica" di Enrico ha avuto il sopravvento "perché non si sa mai". A seguito della richiesta di tenere le spese mensili per i farmaci acquistati, Enrico scopre con sorpresa che spende ben 125 euro al mese, l'8% del suo stipendio. Ora Enrico non spende più di 20-30 euro al mese.
Sia Adele che Enrico possono dirottare i risparmi verso spese veramente utili che magari prima evitavano di fare semplicemente perché erano rimasti senza soldi.
Il caso più eclatante di infrazione della "regola del serve?" è lo shopping. Uscire per fare shopping è in genere un'occupazione da ricchi e non dovrebbe interessare questo articolo. La versione per persone normali è: "era in saldo, è stato un affare". Una qualunque cosa comprata a prezzo incredibile che poi resta nel cassetto o non si usa, non è un buon affare, è solo un attentato alle nostre finanze.
Perché si buttano soldi senza accorgersene? i motivi principali sono tre:
- La sindrome del compratore - Si compra per dare un senso alla giornata. Provate a fare un giro nel centro di una bella città che visitate per turismo. Quanto più comprate, quanto più lo state facendo perché comprare vi gratifica, non perché serve; se servisse veramente sareste andati prima alla ricerca di ciò che avete acquistato, spesso un mare di inutili cianfrusaglie.
- La sindrome dell'apparente - Per l'apparente (cioè chi preferisce apparire anziché essere) sostenere un alto tenore di vita è necessario, deve essere un survivente.
- La sindrome del frustrato - Si acquista perché se non lo si facesse si sentirebbe la propria condizione di "non ricco". Perché non posso permettermelo? è la domanda inconscia.
Il centro di costo
L'analisi del proprio budget non può prescindere dai centri di costo. Cercate di vedere le spese percentualmente al totale e cercate di capire se la percentuale è significativa (siamo in una situazione un po' diversa dal paragrafo precedente: qui si parla di spese necessarie o di spese che comunque migliorano la qualità della vita).Piero, 40 anni, famiglia con un figlio di otto anni, 2.700 euro di reddito familiare. Si lamenta del continuo aumento della benzina. Anzi, la sua analisi economica si riduce al semplice costo del carburante: "la vita è cara, basta vedere come aumenta la benzina". Analizziamo la sua vita e si scopre che spende solo 80 euro al mese in benzina (per cui anche uno stratosferico aumento del 10% del carburante gli costerebbe 8 euro in più), ma che ogni sabato sera esce a cena con gli amici (più abbienti di lui), del resto è l'unica sua debolezza. Peccato che ogni volta gli costi 120 euro (lui, la moglie e il figlio), cioè 480 euro al mese, il 18% del suo reddito!
Per lui il ristorante è un centro di costo insostenibile, ma Piero non se ne era mai accorto. La reazione di Piero è uno sconsolato: "ma allora non posso nemmeno uscire a cena?". Evidentemente Piero non ha presente la nozione di centro di costo che è un elemento sempre presente, costante, non occasionale. Il suo errore non è andare al ristorante, ma andarci con una periodicità e con un costo che rendono insostenibile la situazione. È stata dura far capire a Piero che doveva limitare i costi delle uscite (scegliendo ristoranti meno alla moda) o uscire solo occasionalmente.
Elisa, 40 anni, vive con il marito e due figli, 1.800 euro di reddito familiare. Ogni settimana va dalla parrucchiera per una "spuntatina" (in realtà è uno dei pochi momenti di evasione che può concedersi), tanto la parrucchiera è un'amica e non le prende che 25 euro, tranne quando le fa la tinta (60 euro). Morale: 135 euro al mese (il 7,5% del reddito familiare) per avere qualche momento di relax.
Aldo si è separato un anno fa dalla moglie e ora deve far quadrare il suo bilancio con 1,550 euro mensili. Per lenire la solitudine ogni giorno passa ore al cellulare a conversare con amici vicini o lontani o a spedire SMS Non ha mai cercato di ottimizzare la bolletta del telefono che gli prosciuga circa un quarto del suo stipendio; per lui il telefono è un centro di costo importantissimo, ma non se ne è mai accorto o ha subito passivamente e acriticamente la cosa.
Le persone in genere non vedono i centri di costo e si limitano a considerare il valore assoluto delle spese. Magari eliminano spese occasionali utili e/o gratificanti per la qualità della vita, ma poi non si accorgono di centri di costo ingiustificati.
Quanto dura?
L'eterno problema di chi deve far quadrare i conti è scegliere la qualità di ciò che compra, visto che di solito la qualità si paga. L'errore è di valutare solo il prezzo assoluto, anziché il rapporto prezzo/prestazione. Un maglione che costa 40 euro e dura un anno è sicuramente una scelta peggiore di un maglione che ne costa 120 e dura cinque anni.La legge è venuta in soccorso ai più sprovveduti che si lasciavano attrarre dal solo prezzo imponendo a produttori di determinate categorie merceologiche una garanzia di almeno due anni. Purtroppo per molte categorie la garanzia non c'è e il rischio di prendere delle fregature è sempre altissimo. Ciò che è più critico è rendere costante come strategia la scelta del prodotto a prezzo più basso, a prescindere dal giudizio sulla resa globale (che spesso si traduce nella sua durata). Non è un affare scegliere un paio di scarpe da 40 euro che mi dura pochi mesi, ma lo è, una volta definito che voglio proprio le scarpe X, trovarle con lo sconto maggiore possibile. Ovviamente la ricerca non può essere maniacale, ma deve essere spontanea, frutto di conoscenza del mercato: sicuramente chi scandaglia tutti i negozi del Lazio alla ricerca del prezzo migliore non ha capito il significato di questo paragrafo. Sapere però che il tal negozio, possibilmente vicino a dove si abita (troppi non considerano il proprio tempo e i costi di gestione dell'affare), offre l'articolo che noi vogliamo con il 20% di sconto, questo è "fare un affare".
La decisione
Moltissime decisioni vengono prese in base alla pubblicità e al lavaggio del cervello che i media ci fanno; altre sotto l'influenza di amici o familiari. Stabilito che l'oggetto ci serve, che è una buona scelta, che non rappresenta per noi un centro di costo insostenibile, si tratta da ultimo di valutare se non esiste un coinvolgimento emotivo all'acquisto.Fabio è un istruttore di palestra che si rammarica del fatto che solo il 44% di chi fa un abbonamento trimestrale lo porta a termine. Si chiede se non stia sbagliando qualcosa. Tranquillo: non sbaglia nulla. È normale che decisioni emotive non suffragate da una profonda convinzione vengano poi abbandonate. Chi ci rimette è ovviamente lo stato patrimoniale di chi le attua.
Il classico acquisto emotivo è quello effettuato a rate. Senza voler arrivare a casi tragici come quelli di coloro che sono costretti a rivolgersi a usurai, sicuramente nell'acquisto a rate c'è una grossa improvvisazione nella gestione del proprio budget. Le rate diventano un centro di costo importantissimo che ha senso solo se il bene è sicuramente durevole: cosa accade se l'auto acquistata a rate va distrutta per una maldestra uscita di strada?
Non comprate nulla a rate. Se non avete i soldi, prima accumulateli e poi comprate. Negli USA, dove il costo della vita è molto elevato, le rate non pagate sono la terza causa del fenomeno dei senza tetto nelle grandi metropoli (dopo le malattie mentali e la disoccupazione), persone una volta con un'esistenza normale e oggi, con un termine forse drammatico nel suo dispregio, ma eloquente, barboni.
L'esempio classico di come un acquisto a rate possa condizionare la propria vita, peggiorandone la propria qualità, è il mutuo per la casa. Se è ragionevole acquistare una casa con un mutuo (a differenza degli altri acquisti rateali è una forma di investimento), non lo è acquistarla senza far bene i conti (a volte basta scegliere una casa più piccola) e ridursi a lavorare come pazzi o a risparmiare come formiche per vent'anni per pagare un mutuo che ci aveva ingolosito con il miraggio di una proprietà istantanea di un bene per noi importante.
Consiglia l'articolo su Google, clicca
