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La saggezza
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La saggezza è per definizione una qualità positiva ed è alla base di molte filosofie di vita. Per il Well-being è una delle più importanti condizioni facilitanti perché è in grado di garantire spesso la serenità dell'esistenza, cioè per lo meno un bilancio esistenziale non negativo, perché tende a riportare verso lo zero stati emozionali che in una persona non saggia sarebbero sicuramente negativi. Non è però condizione sufficiente per la felicità perché una persona saggia potrebbe non essere equilibrata, cioè potrebbe avere una personalità con forti componenti critiche. Per esempio un soggetto con una personalità vecchia potrebbe essere saggio e vivere serenamente la sua vecchiaia, ma difficilmente sarà felice perché la sua età psicologica troppo elevata gli impedirebbe di vivere un'esistenza alla grande. Così un debole può essere saggio, ma la sua mancanza di forza lo limiterebbe in molte occasioni, nelle quali sopravvivrebbe, ma non vivrebbe.
La saggezza non è nemmeno una condizione necessaria alla felicità perché, come vedremo, entra pesantemente in gioco solo quando si hanno situazioni negative che il saggio sa gestire molto meglio di chi saggio non è. Ovvio che se la persona è "fortunata", cioè nella sua vita sono presenti altre condizioni facilitanti (un ottimo stato economico, un lavoro piacevole, rapporti umani eccellenti ecc.), le basta essere semplicemente equilibrata (cioè avere una personalità senza componenti critiche) per avere una vita felice. Per convincersi del fatto che la saggezza non sia condizione necessaria, basta pensare a un giovane adolescente equilibrato che vive felicemente la sua giovinezza: la presenza di altre condizioni facilitanti gli permette di essere felice anche se probabilmente non ha raggiunto un livello elevato di saggezza.
Perché dunque abbiamo affermato che la saggezza è una fondamentale condizione facilitante?
Perché la stragrande maggioranza degli adulti non è in grado di avere una vita "talmente" facile da non avere momenti di negatività. Accade spesso che questi momenti di negatività vengano spesso tramutati in giornate o periodi "neri" semplicemente perché non si è saggi.
Si deve notare che la saggezza (l'esempio classico è quello delle filosofie orientali) può essere anche molto limitante se l'individuo si accontenta della serenità e non aspira ad altro: una persona con un matrimonio infelice può essere saggia e accettarlo con strategie anche convincenti, ma così facendo al più può essere serena, non felice. In altri termini, bisogna sempre ricordare che la saggezza può smussare stati emozionali negativi, ma non crearne di positivi.

La definizione di saggezza

saggezzaCome sempre, il Well-being fornisce una definizione pratica.
La saggezza è una qualità che si esplica attraverso tre condizioni:
  1. La scelta dei gradi di forza e della resistenza che ottimizzano il risultato.
  2. La scelta di aspettative realistiche.
  3. La gestione positiva dell'aspettativa fallita.
1) Una persona può essere forte e resistente, ma se usa a sproposito la sua forza e la sua resistenza sicuramente non è saggia. Pensiamo all'esempio del ragazzo che vuole svuotare il mare: resistenza e costanza incrollabili, ma atteggiamento poco saggio. Pensiamo a chi fa una crociata per motivi di principio, usando a sproposito la sua forza, scatenando spesso una guerra, senza alla fine ottenere nulla di concreto.
2) Una persona amante della vita ha spesso molte aspettative, anche gli oggetti d'amore generano aspettative. Se le aspettative non sono realistiche (possiamo chiamarle in questo caso sogni, una condizione tipica delle personalità irrazionale o romantica), la vita sarà una continua sequenza di fallimenti o di mancate occasioni; in altri termini, inseguire sogni (cioè aspettative con bassissime probabilità di successo) non è saggio. Meglio cercare di realizzare aspettative realistiche.
3) Anche chi si pone aspettative realistiche (per esempio divertirsi a un certo avvenimento, ma se foriamo una ruota e non riusciamo ad arrivare in tempo?) certe volte non riesce a realizzarle, del resto "realistico" non vuole dire certo, vuole semplicemente dire con buone probabilità di successo.
Diventa pertanto importante avere una gestione positiva dell'aspettativa fallita. Può sembrare una considerazione banale, ma molte persone non ce l'hanno: in presenza di un'aspettativa fallita (quasi sempre coincidente con un evento negativo) ecco che scatta un cattivo uso (contro sé stessi o verso l'esterno) della forza o della resistenza, contraddicendo la prima condizione di saggezza. Un esempio dal mondo dello sport, troppo spesso riportatomi nelle mail di amici del sito: una corsa (gara) andata male e scattano sentimenti negativi: delusione, rammarico, rabbia, insicurezza e chi più ne ha più ne metta (1). Per molti ciò è umano, per me è "poco saggio". A seconda della propria personalità si tenderà magari a condannare gli aggettivi precedenti, ma se ne salverà uno, il proprio. È normale avere uno scatto d'ira se si fora una gomma; è normale sentirsi delusi se perdiamo un'occasione, è normale sentirsi frustrati se un esame va male. No, non è normale, è solo poco saggio.
Sovente chi cade in questi o simili comportamenti ritiene che l'ira, la depressione o l'ansia che loro vivono in conseguenza dell'evento negativo siano motivate dal fatto che il negativo accada principalmente a loro e che invece ai più "fortunati" non accada mai. Grave errore: non si accorgono che i cosiddetti più fortunati hanno solo elaborato sane e sagge gestioni delle aspettative che automaticamente consentono che un evento negativo non faccia danni. Per chi ancora non fosse convinto un recente aneddoto.
All'ultimo turno del torneo internazionale d'inverno 2006 a Nizza giocavo con un forte maestro francese; se avessi vinto sarei arrivato decimo (per rendere l'idea i primi di un torneo internazionale sono professionisti, un po' come i keniani nelle grandi maratone internazionali…), un risultato che mai avevo raggiunto. Facendola breve, il francese mi ha massacrato e dopo tre ore di lotta ho abbandonato la partita. La gestione dell'aspettativa fallita è scattata automatica: dapprima ho pensato a una frase del maestro internazionale Bela Toth ("per migliorare di un gradino nella comprensione degli scacchi bisogna perdere almeno cento partite"), poi mi è venuto in mente che se mostravo il "massacro" a un mio amico scacchista, avremmo riso insieme di come il Bianco fosse stato distrutto senza pietà (l'autoironia penso sia molto importante per gestire le aspettative fallite): insomma se uno spettatore esterno avesse osservato la scena, mentre firmavamo i fogli delle partite, sembravo io quello che aveva vinto, tanto il francese era serio…

Per diventare saggi

Se ancora saggi non siete e avete capito la definizione, è abbastanza facile e non dovrebbe volerci molto tempo.
  1. In ogni occasione chiedetevi se la forza e la resistenza che impiegate siano adeguate a ottenere il miglior risultato pratico possibile. Soprattutto non eccedete…
  2. Quando esaminate le vostre aspettative, chiedetevi che probabilità hanno di realizzarsi. Se non sono realistiche (del tipo: uno su mille ce la fa…), rivedetele, magari cercando di arrivare alla cima attraverso aspettative intermedie più realistiche: per esempio, per diventare milionari bisogna prima mettere da parte 10.000 euro.
  3. Per ogni aspettativa preparate il piano di riserva: se l'aspettativa fallisce, non vivete il fallimento emotivamente, ma cercate di risolvere la situazione al meglio applicando il piano di riserva.
Un'ultima importante osservazione: non pensate che si nasca saggi, saggi (come high) si diventa.
 
(1)
scacchi
Rispondo a chi umanamente mi potrebbe chiedere: "ma come si fa a non essere delusi, se una gara preparata per mesi, va male?".
Premetto che lo sport non deve essere la valvola di sfogo di un'esistenza non del tutto appagante (un runner pavese, Roberto Romano, rendeva ironicamente il clima di assurda tensione che c'era durante le nostre garette amatoriali gridando a tutti prima della partenza: "ragazzi, ho puntato tutta la stagione su questa gara, lasciatemela vincere!") e che la gara è solo un pretesto per vivere i mesi di preparazione, nei quali la gioia di fare sport, di stare bene, di correre con gli amici ecc. deve essere il vero fulcro delle nostre azioni. Detto questo ribadisco che il non saggio non ha in realtà un piano di riserva: inconsciamente lui "pretende" che la gara vada bene, ne ha bisogno. E pretese e necessità mal si sposano con il concetto di saggezza. Per capire quanto sia doloroso (e poco saggio) non avere un piano di riserva, un altro aneddoto dal mondo degli scacchi. Anni fa, a un campionato sociale affrontavo un giocatore non particolarmente forte. Forse sottovalutandolo, mi trovai in posizione nettamente inferiore e in forte svantaggio di tempo (per chi non si intende di scacchi, ogni giocatore ha un tempo massimo per giocare le sue mosse nella partita, finito il tempo perde, anche se è in netto vantaggio). Ricorsi a una banale trappola, sperando che il mio avversario non la vedesse, tutto preso ad attaccare.
Per difendersi c'erano almeno un paio di mosse valide, ma nella foga dell'attacco ne preferì una che, secondo lui, doveva mettermi ulteriormente in ginocchio. Appena mosse, realizzai che potevo dargli scacco matto in una mossa, ma non mossi subito (la mossa vincente è Th6; il mio avversario penso non l'abbia vista perché sicuro che la Torre non potesse andare in h6, a causa del pedone in g7, che però è inchiodato dall'Alfiere in b2). Volli mettere alla prova la sua saggezza e finsi di pensare, preoccupato. Mi accorsi subito che non aveva un piano di riserva perché diventava sempre più sicuro, si alzò e incominciò a parlare con un giocatore che aveva già finito la sua partita. Poi ritornò al tavolo e con soddisfazione guardò che sul mio orologio il tempo scorreva; non solo la mia posizione gli appariva disastrosa, ma mi restavano così pochi secondi che era praticamente certo che avrei perso per il tempo, se anche avessi resistito all'attacco. Quando mancava una manciata di secondi allo scadere del mio tempo, presi la Torre e detti scacco matto. Il mio avversario restò allibito quando si accorse che era finita, che non poteva catturare la Torre. Dopo un secondo di paralisi sferrò un terribile pugno sul tavolo che poco ci mancò che si ruppe una mano. Poi scurissimo in volto, se ne andò senza salutare.
Notate la differenza: come il principe di Condé la notte prima della battaglia di Rocroi, io la notte dopo il massacro subito dal francese dormii benissimo; il mio avversario del torneo sociale penso non abbia chiuso occhio!

IL COMMENTO

SCI di fondo
 
contemplazioneSono travolto spesso da una frase che evidentemente ha colpito molte persone.

Nella vita occorre avere la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quello che posso e la saggezza di distinguerne la differenza.

Un commento a questa massima mi permette di chiarire meglio la differenza fra concezione orientale del mondo (rivolta alla serenità) e concezione occidentale (rivolta alla felicità), accennata nel commento riportato nella pagina precedente.
Non condivido la massima al 100% perché per me vale la versione occidentale:

Nella vita occorre avere la Saggezza di accettare le cose che non posso cambiare, il Coraggio di cambiare quello che posso e l'Intelligenza di distinguerne la differenza.

Notate che il coraggio (la forza) resta; la serenità diventa la saggezza, cioè la capacità di gestire comunque aspettative non realizzate. La semplice serenità sa di rassegnazione, mentre la saggezza è anche operativa, devo elaborare comunque una strategia che minimizzi i danni. La saggezza della frase all'orientale, nella mia versione diventa intelligenza, la capacità di capire razionalmente il mondo. Infatti la saggezza non è legata alla comprensione quindi non si capisce come si possa "distinguere differenze". Per esempio è saggio non impegnarsi in una speculazione in borsa se non si sa nulla di economia (forse lo è anche dopo aver vinto il premio Nobel in tale disciplina!), è saggio non partecipare a una maratona se non si è allenati ecc. In teoria un saggio "ignorante" rinuncerebbe a tutto!


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