Disoccupazione e precariato
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In Italia questi i numeri approssimativi (ultimo trimestre 2009, fonte ISTAT):
- occupati: 22.922.000 di cui circa 3 milioni precari
- disoccupati: 2.195.000
- occupati stranieri: 1.966.000.
in una società moderna il lavoro è un diritto, ma non si deve confondere il diritto al lavoro con il diritto ad avere il lavoro che si è sempre sognato.
In altri termini, tutti hanno diritto a un lavoro, ma il lavoro migliore ce lo si deve conquistare.La disoccupazione
Considerata la forza lavoro, circa un lavoratore su 5 è precario o
disoccupato.I lavoratori stranieri sono più dei disoccupati, il che indica che il disoccupato è tale per il fatto che non accetta un lavoro che invece è accettato da stranieri. Tale rilievo può interessare anche la fascia del precariato, anche se è più difficile estrapolare dati significativi.
Il discorso è ulteriormente confermato dal fatto che ormai da più parti si sottolinea la necessità che migliaia di immigrati entrino nel nostro paese per sopperire alla carenza di manodopera. A prescindere dalla propria posizione politica rispetto a questa proposta, occorre notare come essa dimostri una delle verità fondamentali del Well-being: anche se la nostra simpatia può andare ai deboli, occorre notare come il concetto di debolezza sia oggi sinonimo di incapacità di adattarsi al mondo; concretamente, è più debole un italiano che non trova lavoro perché non è in grado di adattarsi alle proposte del mercato che un extracomunitario nullatenente che però si adatta a lavori umili e duri.
A sorpresa, per il Well-being, nella moderna società il lavoro non è un diritto senza confini. L'affermazione il lavoro è un diritto è priva di spessore logico perché di fatto sottintende l'esistenza di due fattori che per una buona percentuale della popolazione non sono veri: la capacità nello svolgere un certo lavoro e la voglia di lavorare. Per il Well-being il lavoro è un diritto solo per chi ha superato questi due esami. Purtroppo molti si autopromuovono (soprattutto sul primo) in virtù di condizioni molto generiche (ho un titolo di studio quindi ho diritto a un lavoro!). Se è cioè vero che i governi a volte non fanno il massimo sforzo per garantire il tasso minimo di disoccupazione, è altresì vero che anche il ruolo dei singoli individui ha un'importanza fondamentale. Infatti nessuno può negare che molti disoccupati accettano passivamente la loro sorte, crogiolandosi nella loro situazione e soprattutto nei loro sogni. Analizziamo i comportamenti individualmente non accettabili:
- persone che cercano solo un determinato lavoro, che sia consono alle loro ambizioni. Sono i disoccupati intellettuali; in genere preferiscono vivere nell'indigenza o farsi mantenere dalla famiglia piuttosto che abbassarsi ad accettare un lavoro più umile.
- Persone che ritengono di non saper fare che un certo tipo di lavoro e mai accetterebbero di cambiare o di impararne uno nuovo; sono i disoccupati esistenziali.
- Persone che non si sporcherebbero mai le mani con un lavoro che non le gratifichi dal punto di vista economico; sono i disoccupati apparenti.
Se non avete lavoro, per togliervi ogni alibi, datevi da fare nell'incredibile scuola della sopravvivenza: cercate mille lavoretti e non vergognatevi nel fare quelli più umili. Imparate dai giovani che per racimolare qualche soldo si ingegnano come possono: studenti che si riciclano come camerieri part-time, ragazze che fanno le baby-sitter, le dog-sitter o le pulizie presso qualche vecchia signora, ragazzi che si occupano della cura dei giardini di chi è troppo impegnato con un lavoro importante che non lascia spazio alle attività di gestione ecc. Oltre a imparare molte cose sulla vita, avrete la coscienza veramente a posto!
Il precariato
Il discorso sul precariato è molto più complesso di quello sulla disoccupazione perché se per molti lavori da un lato è necessario un periodo di apprendistato, dall'altro questo periodo non può essere eterno, se da un lato alcuni lavori sono necessariamente periodici o a tempo determinato, dall'altro il lavoratore deve essere tutelato al di là del periodo, per il semplice fatto che gli effetti del suo lavoro si propagano oltre l'effettivo periodo di lavoro (per esempio consentendo la sopravvivenza economica di un'azienda fino al periodo successivo).Nota - Parlando di precariato sarebbe opportuno limitare la discussione a quei soli casi in cui alla precarietà del lavoro si affianchi anche una certa insoddisfazione economica. Difficile giudicare precario l'allenatore di calcio che prende un milione di euro l'anno, ma che può non arrivare alla fine della stagione!
In linea di massima, compito dei governi è quello di ridurre i tempi di precariato e di dare garanzie di stabilità a ogni forma di lavoro periodico o a tempo determinato. Il compito del singolo è di non accettare passivamente la situazione sperando o pretendendo che si risolva. Si possono definire due tipi di precari: quelli passivi e quelli attivi.
Nel passivo troviamo spesso i fattori del lavoro insoddisfacente:
- capacità ridotte; il precario pensa di essere capace solo per il semplice fatto di avere un titolo di studio o di conoscere un lavoro, senza rendersi conto che anche altri ce l'hanno, che quel titolo di studio o quel lavoro non sono più competitivi (si pensi a tutti quei lavori che la tecnologia ha cancellato negli ultimi decenni) ecc. Manca cioè di realismo.
- Scarsa determinazione; vuole il posto sicuro, non ama rischiare, mai si metterebbe in proprio. Personalità fragile.
- Pretese economiche; non accetta lavori più umili, meno qualificati; è un'evoluzione del disoccupato intellettuale o di quello apparente.
IL COMMENTO
Precario o salario?Supponiamo di essere nei panni del presidente del Consiglio. Dopo aver analizzato la situazione economica mi si prospetta un'alternativa:
A) eliminazione di ogni forma di precariato. Per realizzare questo è necessario fare investimenti tali che i salari resteranno praticamente immutati.
B) Raddoppio dei salari degli italiani, diciamo per salari fino a 30.000 euro netti (cioè chi prende 1.500 euro al mese ne prenderebbe 3.000), poi l'aumento sarà progressivamente meno contenuto fino ad azzerarsi per importi superiori a X euro. Per realizzare questo non sarà però possibile rendere stabili i lavori dei precari.
Cosa scegliete: A o B? Evitate di salvare capra e cavoli con analisi approfondite della realtà italiana e soluzioni improvvisate da bar dello sport.. È solo un gioco psicologico (non politico!) che prevede solo due scenari.
Io sceglierei senza dubbio B.
Chi ha scelto A può rivelare tratti di una personalità svogliata, debole, insufficiente, patosensibile o sopravvivente o può avere una visione della società alternativa a quella attuale; sposa il mito del posto fisso, una soluzione che oggi in realtà non esiste se non nella personalità di chi la vive. Pretendere di avere un'assunzione a vita in un'azienda quando si sa benissimo che la stessa potrebbe entrare in difficoltà e fallire nel giro di qualche anno è più una speranza che un diritto. Nella pubblica amministrazione può essere più sensato, ma rivela comunque una scarsa propensione a vendere bene sé stessi e quindi la tendenza a sopravvivere. Se in un certo ambiente nessuno mi dà un posto fisso e la cosa mi dà fastidio, possibile che non mi venga in mente, se valgo, di poter trovare di meglio altrove? Anni fa due miei amici persero quasi contemporaneamente il posto di lavoro. Il primo divenne traduttore di libri tecnici fino a farne un'attività redditizia e tranquilla (poteva lavorare a casa), il secondo entrò in depressione dopo aver cercato per mesi lo stesso posto di lavoro perso, non so se perché pretendesse quel tipo di lavoro, se fosse convinto di non riuscire a far altro, se ritenesse umiliante fare altro (molti ingegneri non cercherebbero mai un posto da commesso o da cameriere!) ecc. L'unica cosa che so è che non sapeva riciclarsi.
Sicuramente avrei scelto B perché, se la persona è accorta, B è molto più importante di A per costruirsi un futuro. In sostanza, è meglio essere precari da 3.000 euro al mese che fissi da 1.500 euro.
Il problema più grave dell'Italia non è tanto la mancanza di lavoro o il precariato (punti che toccano una percentuale comunque bassa della popolazione), ma il fatto che una grande percentuale di persone sono scontente del proprio stipendio. A ti tocca quando sei giovane, B per tutta la vita.
Eroi o vecchi?
Come giudichi l'eroica impresa degli operai della Innse che sono riusciti a mantenere il posto di lavoro rimanendo asserragliati nella loro fabbrica su una gru?
Ti propongo una diversa chiave di lettura, rispetto a quella data dai media.
Personalmente la vicenda Innse per me è stata la dimostrazione che l'Italia è un Paese vecchio. Gli operai che hanno lottato per mantenere il posto di lavoro non sono degli eroi, sono persone che sono rimaste nel passato.
Oggi il miraggio del posto fisso non esiste più e, forse, è giusto che sia così. Ho molti amici che in Francia e in Germania hanno perso il posto di lavoro e, a fronte, di indennità di 1 o 2 anni, non se la sono poi presa più di tanto. È una questione di autostima. Il ragionamento è questo:
se io valgo, in X anni non è possibile che non riesca a trovare un nuovo posto di lavoro, se non valgo non è corretto che pesi sulla società occupando un posto sovradimensionato.
Fra le qualità che deve avere il lavoratore del futuro in primis deve esserci la flessibilità. Io ho fatto di tutto... Consiglia l'articolo su Google, clicca
