L'immagine di sé
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Lo
spunto di questo articolo nasce dall'elezione di
Franco Arese alla presidenza della FIDAL,
avvenuta nel novembre scorso. Arese, 61 anni il prossimo 13 aprile, campione
europeo nei 1500 m nel 1971, ha ottenuto quasi il 92% dei consensi. Essendo
affermato industriale (dirige l'ASICS Italia), nessuno può dubitare delle
sue capacità manageriali. Eppure, quando ho visto l'aspetto anziano
(sinceramente 61 anni si possono portare meglio) e la pancetta non celabile,
ho pensato che io istintivamente avrei votato per l'altro candidato, Massimo
De Giorgio, ex-azzurro di salto in alto. Perché? Magari sarebbe stato un
disastro come manager e presidente della FIDAL, ma poteva essere un esempio
per un giovane ragazzo.Proviamo a immaginare che valori può trasmettere la figura (non la persona, sicuramente di alto profilo) di Arese a un allievo che calca le piste di atletica.
Il giovane sa che è un campione e ne ha ammirazione, probabilmente sogna di vincere almeno i campionati europei; poi però avverte il distacco con quella figura proprio nei valori che sta vivendo: non potrebbe mai allenarsi con il suo mito che ora "è un altro".
Metabolizzerà che le persone cambiano e, se non ha molto spirito critico, concluderà che la società accetta e premia questi cambiamenti in peggio. Quindi lo sport serve "solo" per vincere i campionati europei. Sono sicuro che il presidente della FIDAL non la pensa così, ma l'immagine di Arese non fa altro che promuovere il concetto dello sport fine a sé stesso, dove conta unicamente vincere. È anche dura promuovere campagne come "Io non rischio la salute" quando il presidente della propria federazione la rischia con un sovrappeso non salutistico.
Se Arese leggerà queste righe, da persona intelligente, capirà sicuramente e forse troverà il tempo e la voglia di occuparsi anche della sua immagine, oltre che del suo lavoro.
Ovviamente
il messaggio è generale e rivolto a tutti coloro che per il lavoro, la
carriera, il denaro dimenticano sé stessi. Occorre andare al di là del
vecchio motto Mens sana in corpore sano (il motto latino
consigliava solo di avere una mente sana in un corpo sano, ma di fatto,
disgiungeva le due cose):un buon cervello non supportato da un buon fisico è come un buon fisico non supportato da un buon cervello: chi è molto intelligente e non fa nulla per curare il proprio fisico provi a immaginarsi con un fisico perfetto, ma con il cervello della persona più stupida che conosce; forse mediterà un po' e cambierà stile di vita.
Ovvero:l'immagine di sé è la prima sommaria valutazione della propria persona.
Avere una buona immagine (nel senso di "coerente con quello che si è dentro") non è condizione sufficiente (come credono le personalità apparenti che puntano tutto sull'apparire anziché sull'essere), ma è sicuramente necessaria per- essere coerenti con sé stessi;
- trasmettere un messaggio corretto agli altri.
Mettendo i personaggi sempre sotto i riflettori, la politica è per esempio piena di personaggi incoerenti: dal parlamentare di destra, che vorrebbe la galera per chi consuma droghe e poi fuma, al parlamentare di sinistra, che è contro la guerra e poi fa a pugni con l'avversario politico. Naturalmente tutti ricorrono alla vecchia difesa "Sì, ma io…" e iniziano ad arrampicarsi sugli specchi.
IL COMMENTO
I bravi ragazzi lavano l'auto
Vorrei
che tu chiarissi quella che a me appare come una contraddizione, che leggo
nei due seguenti concetti tratti dal tuo sito:1) Articolo "L'immagine di sé":
L'immagine di sé è la prima sommaria valutazione della propria persona... [è sicuramente necessaria per]
- essere coerenti con sé stessi;
- trasmettere un messaggio corretto agli altri.
2) HPM nr. 34/2007: Visto che lavo la macchina una volta all'anno, la mia scrivania è dominata da un "disordine ordinato", il giardino è spontaneo...
cono anch'essi sulla nostra "immagine" trasmettendo un messaggio agli altri? Inoltre ti domando: se tu avessi un colloquio di lavoro importante (con un editore ad esempio), ti presenteresti all'incontro con la macchina sporca di due mesi?
Se mi rispondi sì, penso che sia un'azione poco "furba"... In pratica: se possiamo trarre vantaggi puramente pratici, conviene assecondare quello che gli altri si aspettano da noi? P.
Non vedo la contraddizione perché quando parlo di immagine di sé do per scontato che si prendano in considerazione solo gli aspetti che contano di tale immagine. è importante capire che purtroppo noi mettiamo nell'immagine di sé anche aspetti che sono del tutto irrilevanti (ai fini della qualità della nostra vita), ma che noi, immeritatamente, alziamo di priorità.
1) Il fatto che una buona parte della popolazione cada vittima dell'apparenza e faccia i salti mortali per mostrare una bella casa, una bella macchina, un bel gioiello ecc. è significativo. Queste persone, vittime dell'apparenza, tendono a mettere nell'immagine di sé tutto quello che può servire per "piacere agli altri" (in fondo distorcono l'immagine di sé, deformandola, allargandola, stiracchiandola). Molto spesso tale atteggiamento è destinato a peggiorare sensibilmente la qualità della vita. Se rileggi la tua ultima frase, comprendi che per un qualunque vantaggio (anche un plauso), alla fine diventi un apparente, cerchi di apparire "bello" agli occhi altrui non con ciò che sei, ma con ciò che hai. Quindi non è saggio "piacere agli altri" se ciò ci procura costi esistenziali spropositati.
2) Altre persone invece sono vittima, più che dell'apparenza, dell'errore di personalizzazione; sono gli illusi che sperano che un plus che loro hanno li ripaghi dei molti minus; si veda l'esempio del vestito nell'articolo Gli illusi, un esempio abbastanza simile a quello che fai dell'auto.
Quindi dal punto 1 discende che lo sforzo fatto per migliorare l'immagine di sé non deve peggiorare la qualità della nostra vita, dal punto 2 che deve servire veramente a qualcosa.
Tu mi poni due domande:
La macchina sporca e il giardino trasandato non influiscono anch'essi sulla nostra "immagine" trasmettendo un messaggio agli altri?
Sì, ma per il punto 1 a chi ha una personalità forte non interessa piacere a tutti; se è intelligente sa che ciò non è possibile e quindi sceglie di dare importanza alle cose che per lui contano veramente. Chi mi giudica trasandato perché non curo il giardino è lontano dalla mia visione positiva della vita che tende a limitare (ho detto limitare non eliminare…) le attività di gestione e quindi non mi interessa più di tanto la sua approvazione. è un "precisino" che passa gran parte della sua vita a mettere in ordine questo o quello senza una vera passione, molto spesso per solo "dovere". Che vantaggio ne ho se il giardino è in ordine o meno?
Se tu avessi un colloquio di lavoro importante (con un editore ad esempio), ti presenteresti all'incontro con la macchina sporca di due mesi?
Una premessa. Spesso chi ha una personalità debole cerca "in ogni modo" di piacere all'altro per ottenere un lavoro o comunque un vantaggio. Analizza la frase "se possiamo trarre vantaggi puramente pratici, conviene assecondare quello che gli altri si aspettano da noi"; è frase corretta solo se l'assecondare non mi costa più del vantaggio. Un mio amico vive, sul lavoro, di favori reciproci; alla fine francamente non so cosa ci guadagni ad assecondare i potenti con cui ha contatti, visto che poi questi "gli chiedono il conto". Se ci pensi bene la tua frase è anche alla base degli scambi di favori mafioso-simili. Tu continui:
Se mi rispondi sì, penso che sia un'azione poco "furba.
Qui, a mio avviso, sta l'errore. Per capirlo si deve applicare il punto 2 o l'esempio del vestito. Nel lavoro contano quelle cose che sono inerenti al lavoro stesso, è inutile che da "bravi ragazzi" ci illudiamo che chi deve decidere lo faccia in virtù di cose che migliorano la nostra immagine, ma sono del tutto ininfluenti nella nostra caratura professionale.
Se il colloquio fosse per ottenere il posto di autista personale è ovvio che dovrei presentarmi con la macchina perfettamente in ordine, ma nulla c'entra con l'immagine di sé, l'auto è un ferro del mestiere come possono esserlo giacca e cravatta per un venditore o la tuta per un meccanico (pensa a due meccanici, uno che ti si presenta in doppiopetto e l'altro con una tuta macchiata qua e là di grasso: tu a chi affideresti la tua auto?).
Se il colloquio è con un editore per pubblicare un libro, che cosa c'entra avere la macchina pulita? Se l'editore dà importanza a queste cose invece che al libro, francamente non deve essere una persona molto sveglia ed è meglio che io ne cerchi un altro per promuovere la mia opera.
La tua domanda mi fa ricordare quelle persone che venivano a fare il colloquio per essere assunte nella mia azienda e a cui non importava nulla né di come ero io, né dell'azienda. Questo non è corretto nei confronti della qualità della vita. Quando vado a un colloquio di lavoro e ho una personalità forte, non debole, devo anche verificare che il lavoro sia adatto per me (e non parlo solo economicamente, magari è meglio ridimensionarsi, ma con un lavoro senza contrasti), non solo "che mi diano il lavoro"!!!
Che me ne faccio di un principale che mi giudica dall'auto pulita (ammesso che la veda) se il lavoro con la pulizia dell'auto poco conta? Se accetto questa situazione, accadrà anche che il principale vorrà impormi il colore dei calzini. No, grazie! Di Fantozzi ce n'è già uno.
Se non sei convinto di questo punto ti cito un aneddoto che forse ho raccontato altre volte. Anni fa feci una delle mie prime dimostrazioni da titolare/venditore/factotum della mia azienda informatica a un medico del Policlinico. Finita la dimostrazione, cortesemente si offrì di aiutarmi a riportare in macchina computer (il mitico Apple II), stampante e accessori. Arrivati davanti alla mia macchina, non potei non notare il suo sguardo di disappunto quando vide la mia utilitaria, una stupenda Fiat 126. Inutile dire che comprò il computer dalla concorrenza. Qualche anno dopo tornò per un altro sistema, nel grande negozio che era diventato la sede della mia azienda, ormai la più grande della provincia e non solo. Dopo la dimostrazione del mio venditore era ormai convintissimo, ma volli dargli comunque il colpo finale quando seppi per caso da una sua frase che era anche un cacciatore. Con la scusa di dargli alcuni interessanti depliant, lo portai alla mia macchina che era parcheggiata davanti al negozio. Poté così notare il "salto di qualità" dalla 126 alla Mercedes di "rappresentanza". Ci voleva però il colpo del KO. Con noncuranza, chiudendo la portiera, guardando l'auto tutta impolverata: "Sì, fa proprio schifo, dovrò lavarla. Sa, la uso spesso per andare a caccia, quando non ho voglia di tirar fuori dal garage l'auto del cane…".
Ora ti chiedo: ha più possibilità il bravo ragazzo che va all'incontro di lavoro con la Matiz da 6.950 euro tutta lustra e fiammante oppure l'ormai navigato commerciante che ti minimizza l'auto sportiva tutta sporca perché "da caccia"?
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