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La forza calma
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La forza calma è l'arma più potente a disposizione di un soggetto equilibrato per affrontare i contrasti con il mondo. Da un punto di vista puramente tecnico è l'impiego della forza senza ira.
Infatti per il Well-being

l'ira è la forza degli stupidi.

Nell'ira c'è sempre una buona dose di violenza perché sostanzialmente è una perdita del controllo della situazione. Confrontiamo due persone che gridano le proprie ragioni, analizziamo le loro parole. La prima si esprime comunque con chiarezza, nei termini della legge e in modo fermo e che non ammette repliche, può anche picchiare un pugno sul tavolo a conclusione del suo discorso, ma resta sempre lucida e forte; la seconda incespica, passa da un concetto all'altro senza seguire la logica, l'unica sicurezza che ha è che ha ragione, ma sente che la situazione gli sfugge di mano e allora grida, insulta e sbraita. Visto dal di fuori, il suo atteggiamento è penoso.
Da un punto di vista fisiologico, l'ira è sottolineata da un aumento della pressione arteriosa, dei battiti cardiaci ecc., da una sostanziale modifica dello stato di chi si arrabbia. Non bisogna quindi confondere l'ira con un generico stato di forte avversione per una situazione (ovvio che se la situazione è fortemente negativa non posso essere contento): nella persona equilibrata non ci sono significative variazioni fisiologiche, pur essendoci una reazione psicologica.

La forza

forza calmaNon ha senso scontrarsi con gli altri per il gusto di farlo: deve esserci uno scopo e tale scopo non può che essere la conservazione dei propri diritti all'interno della società per migliorare la qualità della nostra vita. Notate che l'ultima frase è sostanzialmente costituita da due condizioni: conservazione dei diritti e miglioramento della qualità della vita. Questo tema deve essere attentamente studiato da chi ha una personalità violenta o romantica. Non a caso, parlando della personalità violenta, abbiamo detto che in una comunità del terzo millennio non conviene essere criminali.

La forza è l'insieme delle risorse con cui noi cerchiamo di far valere i nostri diritti.

I diritti di un individuo sono teoricamente infiniti ed è praticamente impossibile che l'interazione con gli altri non produca delle limitazioni, proprio come il muoversi in un luogo affollato genera scontri involontari. L'applicazione della forza è necessaria quando vi è una lesione di quei diritti che causa un reale peggioramento della nostra qualità esistenziale. Pertanto non usiamo la forza per piccoli scontri fortuiti.

Il danno

Se ci sono persone che rifuggono ogni scontro, esistono individui che fanno della lite e dello scontro un'usanza quotidiana, si sentono sempre perseguitati dagli altri con i quali hanno un rapporto terribilmente conflittuale. Applicano la forza per futili motivi; in effetti da un punto di vista teorico possono avere ragione, ma quando l'applicazione della forza non porta a nessun vantaggio pratico e ci costa solo uno spreco di energie non vale la pena di applicarla. I nostri diritti vengono lesi solo quando noi subiamo un danno pratico. Se non c'è danno, l'affronto che ci può essere fatto è puramente teorico.

Solo gli stupidi usano la forza quando non c'è danno.

I soggetti più irascibili parleranno di danno morale, di violazione di principi ("Lo faccio per principio"). Ebbene, che senso ha scatenare una guerra per un principio, quando non viene arrecato alcun danno nei nostri confronti? Questo vale anche per tutti coloro che si sostituiscono alla legge e vogliono intervenire per punire chi sbaglia, senza peraltro essere coinvolti. L'esempio classico è quello di chi si sostituisce al vigile e invita l'automobilista frettoloso a non parcheggiare in divieto di sosta. Questo non è senso civico: è solo stupida conflittualità. Molti non saranno d'accordo su questo punto e citeranno casi in cui si "deve per forza intervenire". Supponiamo che il parcheggio sia riservato al mezzo di trasporto per un handicappato. Se un automobilista vi parcheggia senza diritto, un passante può invitare quest'ultimo ad andarsene? Potrebbe ragionare praticamente così: "i vigili ci sono rarissimamente, chiamarli per far spostare il mezzo vorrebbe dire far passare più di mezz'ora, praticamente irrealizzabile, magari il posto serve subito". In realtà questo ragionamento è patosensibile (la vicenda riguarda una persona handicappata), ciò che ci spinge è la volontà di opporci a un sopruso nei confronti di un debole. In realtà, se accettiamo questa soluzione, dobbiamo accettare anche che in molti quartieri dove di sera la vita diventa difficile i cittadini organizzino ronde per difendersi dai malviventi. No, inaccettabile. La situazione è operare per far migliorare le cose, fare in modo che i vigili (basta una settimana di multe e la voce circola...) e la polizia ci siano. Si potrebbe poi ragionare teoricamente così: il divieto di sosta esiste per una questione pubblica per cui tutti hanno il diritto di intervenire. Questo è però un arrampicarsi sugli specchi per giustificare una propria azione. Ogni legge è pubblica, se non altro perché serve appunto a mantenere l'ordine pubblico. Si ritornerebbe al caso del giustiziere che abbiamo esaminato nella personalità dei violenti e la società diverrebbe un Far West dove ognuno, in nome dell'ordine pubblico, si sentirebbe autorizzato a intervenire. Ho parlato di stupida conflittualità perché se l'automobilista, all'invito ad andarsene fatto dal passante, rispondesse in malo modo cosa accadrebbe? Il passante se ne andrebbe con la coda fra le gambe (da debole), chiamerebbe i vigili (ma allora non può chiamarli subito?) o risponderebbe per le rime, accendendo una rissa?

Cos'è la forza calma

Chi non ha forza non riuscirà mai a mettere in pratica ciò che sa essere giusto perché per farlo occorre spesso interagire anche duramente con gli altri. Cominciamo con un concetto molto importante

la forza calma ha il minor contenuto possibile di forza fisica (che cioè può produrre un danno fisico).

Troppe persone ritengono che essere forti fisicamente, incutere timore, "sapersi difendere" sia positivo. Niente di tutto ciò. Molti soggetti forti non hanno mai dato un pugno o uno schiaffo nella loro vita, ma non si sono mai fatti mettere i piedi in testa. Troppo facile e semplicistico farsi rispettare solo perché si è forti fisicamente: che garanzia dà questa strategia, visto che non può escludere che, prima o poi, si troverà qualcuno più forte?
Dovrebbero riflettere su questi concetti tutti coloro che praticano body building, arti marziali ecc. per "imparare a difendersi". Le arti marziali servono per prendere consapevolezza della propria forza, per acquisire autorevolezza, non per usarla. Riferitevi al commento per capire come questa strategia sia poco lungimirante.
Non a caso, molte tragedie nascono proprio dall'assurda sicurezza nella propria forza. La risposta a una provocazione con la forza fisica anziché con la forza calma può generare una catastrofe.
La forza fisica deve essere usata solo quando è l'unica arma a disposizione della legittima difesa, sottolineo unica. Quali sono dunque le maggiori componenti della forza calma?
  • La parola
  • la comprensione dello scenario.
Con la parola si può far ragionare il nostro interlocutore o lo si può zittire; ciò vale genericamente se è un debole che ha assunto un atteggiamento da violento. Armi contro i deboli sono l'ironia, la legge, la minaccia (spesso molto più forte dell'esecuzione) e tutto ciò che, con atteggiamento calmo, ma risoluto, noi riusciamo a mettere sul piatto della bilancia.
Se il soggetto debole non è, la parola non è sufficiente; si deve anche capire lo scenario per prevenire la sua violenza (utile nel caso di un violento non criminale tutto sommato calmo: fargli presente le conseguenze del suo gesto) o per applicare l'utilissima strategia del raddoppio: se tu mi crei un problema, io te ne creo uno doppio, quindi non conviene a nessuno dei due. Ovviamente la comprensione dello scenario serve per evidenziare il problema più penalizzante per la controparte.
La strategia del raddoppio funziona bene con violenti non criminali. Con i violenti criminali può non essere vincente, se non viene coniugata con il senso della gerarchia. Infatti la maggior parte dei criminali ha un forte senso della gerarchia. Se con calma e autorevolezza si applicano le strategie precedenti in modo da mettersi alla pari (o sopra) il nostro interlocutore (facendogli capire che il nostro potenziale di fuoco può essere molto maggiore del suo, sia passando attraverso la legge sia seguendo altre strade), si ha un forte potere contrattuale. In genere al debole manca proprio l'autorevolezza per poter trattare con il violento.
Se non si riesce a trovare un accordo o se gerarchicamente si è in inferiorità, si può accettare la guerra, se il gioco vale la candela. La cosa peggiore è cedere. Molto meglio, andarsene. Moralmente, si toglie al criminale la possibilità di esercitare la sua forza, di fatto smorzando la sua pericolosità sociale (la criminalità funziona perché troppi restano e abbassano la testa). Fortunatamente, nei Paesi occidentali quest'ultima soluzione è confinata a determinati quartieri o a determinate zone; certo, se uno è debole può pensare alla fuga anche davanti a un bulletto.

Un esempio: la scuola.
Un esempio: la branda.

La malvagità

Non è possibile amare tutto il mondo e quindi essere buoni con tutti, ma usare la forza contro un nostro simile quando non si stia difendendo un vero diritto significa essere malvagi, significa trasformare ogni azione di forza in violenza.
Come la bontà serve per gestire il mondo dell'amore, la malvagità d'animo è il modo migliore per trasformare il nostro mondo neutro in un mondo d'odio che si ripercuote nei nostri confronti e ciò non migliora sicuramente la qualità della nostra vita. Non c'è pace dove c'è malvagità. Chi è malvagio, per quanto sia potente, prima o poi pagherà esistenzialmente la sua condotta. La violenza non migliora la qualità della vita, perché ci può far vincere cento battaglie, ma ci farà perdere l'ultima, quella decisiva. Quindi:

la violenza ci può far vincere cento battaglie, ma ci farà perdere la guerra.

Chi ha imparato a esercitare la propria forza nei rapporti sociali, spesso non riesce a controllare questa capacità e finisce per abusarne: la forza diventa violenza. Con motivi più o meno validi arriva ad approfittare dei più deboli, confidando di essere sempre lui il più forte. È una visione del mondo dove la prepotenza ha il sopravvento, ma in modo inutile perché solo temporaneo. La vita diviene una guerra continua, con battaglie magari vinte facilmente, ma prima o poi si trova sempre qualcuno più forte che ci fa rimpiangere la strada che abbiamo scelto. Il piccolo delinquente che rapina i passanti esibendo un affilato coltello può pensare di aver risolto tutti i problemi della propria vita, ma cambierà idea quando per caso rapinerà un poliziotto in borghese che estrarrà la sua pistola e lo fredderà.

Chi abusa della propria forza prima o poi troverà qualcuno più forte di lui.


I COMMENTI

Il senso della gerarchia

Anni fa, mi fermai in un'area di servizio nei pressi di Pozzuoli; entrammo a prendere un caffè. All'uscita, vidi un ragazzo che si faceva dare mille lire da un automobilista che aveva parcheggiato vicino alla mia macchina. Quando arrivai all'auto (una Mercedes 200, uno dei rari casi in cui apparire può servire a stabilire una gerarchia), capii il perché.
"Dotto' vi ho lavato i vetri, sono mille lire".
Con calma, lo guardai negli occhi e senza cattiveria, ma con assoluta fermezza gli dissi:
"E chi te lo ha chiesto?"
Il ragazzo fu sorpreso e replicò, ritirandosi:
"Ah, scusate!"
Molti sarebbero stati soddisfatti, ma bisogna considerare che senso della gerarchia non vuol dire umiliare il sottomesso. Gli feci fare qualche passo, poi lo richiamai:
"Stiamo andando a Palermo da un mio carissimo amico, ma a pranzo ci fermiamo qui in zona. Mi sai indicare un posto dove si mangia bene?"
Mi diede l'indicazione con dovizia di particolari, nonché gli estremi per una raccomandazione presso il ristoratore, al che gli allungai una moneta da 500 lire.

Quando la rissa non è l'unica arma

L'estate dopo la maturità la passai nei campi allenando i miei segugi. Per non disturbare la selvaggina, l'addestramento dei cani era consentito solo dai primi di agosto, ma i miei cani non sapevano leggere il calendario e io li assecondavo volentieri, anche perché, più che un disturbo, lo vedevo un modo di rendere più furbi i selvatici.
Una sera, tornando alla macchina, trovai che mi aspettava un vecchio cacciatore che incominciò a inveirmi contro, ritenendomi responsabile praticamente di ogni scempio contro la fauna. Conoscendolo, sapevo che parlava per l'invidia tipica verso un forte rivale. Stimai la situazione: avevamo la stessa corporatura e lui aveva il triplo dei miei anni. Molti non avrebbero accettato gli insulti e "gliela avrebbero fatta pagare" (pur avendo torto, visto che dovevo essere multato per addestramento fuori dai tempi consentiti). Scelsi un'altra strategia. Mentre inveiva e cercava il contatto, indietreggiavo e cercavo di farlo ragionare:
"Non penso che riuscirai mai a prendermi. Potevi avvertire un guardiacaccia e farmi multare. Cosa pensi di fare? Se facciamo a botte e le prendi ti va male; se ci rimetto io, supponiamo che cado, batto la testa e ci resto secco. Non hai a casa qualcuno che ti aspetta? Cosa ci guadagneresti a passare i tuoi ultimi anni in prigione? Ecc."
Fece si è no cento metri, poi il caldo e l'umidità della sera di luglio sbollirono la sua rabbia. Rimase immobile e ansimante, senza sapere che fare.
"Fra dieci giorni si può "andare con i cani"; che ne dici se prendi i tuoi due più bravi e, insieme ai miei, ti porto in un posto dove troviamo sicuramente 3 o 4 lepri?"
I suoi occhi si illuminarono e gli uscì solo di chiedermi dove.
"Scusa, se ti ho fatto correre. Dai, torniamo alla macchina che ti spiego dove."...

L'invincibile

Un mio amico iniziò a frequentare un corso di arti marziali con ottimi risultati. Mi spiegò che ora si sentiva molto sicuro con gli altri, certo che nessuno avrebbe potuto ledere un qualunque suo diritto. Con una smorfia espressi perplessità, al che mi sfidò: "supponi che tu sia un poco di buono, un prepotente che vuole farmi fare quello che vuole. Con il tuo fisico (lui era molto più alto di me) cosa potresti fare, se non rischiare di prenderle?"
Dopo un attimo di riflessione, mi venne spontaneo rispondergli: "Se io fossi un poco di buono e volessi farti capire chi comanda, ti sparerei. Non penso che le tue mosse fermino anche i proiettili".


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