Le filosofie orientali
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Le
filosofie orientali sono spesso viste come sinonimo di saggezza, di pace, di calma e di serenità.
Negli ultimi decenni siamo stati invasi da decine di discipline provenienti
dall'Oriente, senza che ci fosse un reale tentativo di capirle, di
analizzarle e, soprattutto, di separarle. Probabilmente questo nasce appunto
dal fatto che inconsciamente è presente l'associazione filosofia orientale -
disciplina superiore. Ovviamente presso altri soggetti è presente
l'associazione filosofia orientale - roba da fuori di testa. Entrambe le
posizioni mancano di spirito critico. È anche vero che non sempre i seguaci
di queste discipline si manifestano in modo chiaro e comprensibile (amando
aforismi a effetto tipici dei loro maestri), aumentando la confusione.Oltre a religioni importanti (taoismo, confucianesimo, shintoismo ecc.), si sono affermate molte filosofie legate alle arti marziali o a concetti di benessere generale (come lo yoga o il feng shui). Mentre le religioni (tranne parzialmente il buddhismo) non hanno attecchito, le filosofie (complici anche i media che le hanno a sproposito esaltate con film di scarso spessore, molto vicini come spirito al western all'italiana), se non hanno fatto milioni di proseliti, certamente hanno influenzato la nostra società. Spesso l'influenza è positiva poiché rifiutano la violenza fine a sé stessa o asservita all'egoismo, esaltano il valore dello spirito ecc. Non hanno saputo però dare risposte generali e soprattutto concrete, tendendo a un miglioramento dell'individuo senza inquadrarlo nel mondo.
I limiti di un approccio orientale
Da ragazzi, molti miei coetanei sognavano di andare in India, terra di pace spirituale, quella pace che loro non riuscivano a trovare nel frenetico mondo occidentale. La gente comune li guardava con sospetto e con un po' di commiserazione; in questo giudizio superficiale c'era sicuramente molta mediocrità; da un lato si percepiva che la soluzione della fuga non era quella ottimale, ma dall'altro si accettava spesso una vita al limite della semplice sopravvivenza, con conflitti quotidiani, assenza di valori e abbondanza di problemi, tutte quelle negatività a cui il ragazzo che voleva fuggire voleva sottrarsi.Personalmente penso che il ragazzo in fuga e l'adulto che lo commiserava rassegnandosi a una vita appena sufficiente fossero due aspetti della stessa medaglia: l'incapacità di puntare alla massima qualità della vita.
Oggi, anziché fuggire, molti tentano una sintesi fra orientale e occidentale. Quali sono i risultati? Dipendono dalla personalità:
- il debole vede nella filosofia orientale un rifugio (un po' come un tempo i religiosi usavano l'abito che portavano per difendersi dalle violenze del mondo). In cambio ha serenità, ma se si guarda dentro e si chiede se ha il massimo possibile dalla vita, difficilmente riuscirà a rispondersi positivamente, trovando facilmente cose che vorrebbe migliorare. Non a caso, certe tecniche (yoga, meditazione ecc.) sono più simili a farmaci che il soggetto deve prendere a intervalli regolari per trovare serenità e forza: sono l'analogo degli psicofarmaci occidentali (tranquillanti e antidepressivi), sicuramente con minori controindicazioni, salvo quella appunto di non riuscire ad avere il meglio dalla vita.
- L'irrazionale e il semplicistico sono abbagliati da alcune verità orientali e tendono di fonderle con le proprie, senza accorgersi che sono incompatibili; vivono cioè la confusione dell'eclettico, risolta spesso con comportamenti neofarisei, cioè con adattamenti poco credibili. In effetti ho notato che troppe persone usano le filosofie orientali per giustificare i propri comportamenti spesso incoerenti. Tali filosofie diventano spesso, nella loro complessità, la giustificazione razionale a tutti i propri comportamenti istintivi. Il soggetto vuole vivere istintivamente, ma ha bisogno, vista la propria intelligenza ed esperienza, di un contenitore così complesso che possa nascondere le incoerenze della propria vita. In altri termini, presa una massima, la si interpreta come si vuole, con una propensione all'eristica, cioè all'uso del linguaggio e del dialogo per giustificare la propria posizione! Non a caso, si affiancano alla disciplina orientale tutta una serie di discipline (si pensi alla medicina alternativa) che di scientifico e razionale hanno ben poco.
- Il mistico trova infine una pace alla sua sete di divino. Contrariamente a quanto sostenuto da dubbi fautori dello Zen (con il termine Zen si indicano diverse scuole -buddhismo giapponese, scuola Chan cinese, Son coreana e Thien vietnamita-; la diversificazione delle fonti rende molto difficile anche delineare tratti comuni che spesso non sono che interpretazioni occidentali dell'originaria matrice orientale) e delle discipline orientali, non è affatto vero che lo Zen e le discipline simili siano scevre dall'aspetto religioso e mistico. Semmai la loro deformazione occidentale e la loro volontà di relativizzare ogni discorso per permettere un adattamento personale che consenta la massima diffusione della disciplina sono i fattori che portano a negare ogni distacco dai riti, dalle preghiere, dalla "Chiesa" insomma, dalla figura del monaco, del guru che sono sempre presenti (vedasi www.Zendoccidente.org, www.monasteroZen.it o www.centroitalianoZen.it/).
Dai paragrafi soprastanti, dovrebbe essere chiaro che
(1) esiste una parziale incompatibilità fra vivere in Occidente e seguire uno stile di vita orientale,
incompatibilità che si traduce sempre e comunque in una non completa espressione dell'individuo. Paradossalmente, si scopre che un atteggiamento più coerente era quello del nostro ragazzo che voleva andarsene in India! Per i cinefili, consiglio la visione de L'ultimo Samurai* dove, indirettamente, lo spettatore è portato alla stessa conclusione espressa dalla (1).Zen e benessere
Come esempio di OZ (occidental zen, ma l'espressione vale per tutti coloro che tentano la sintesi
occidente-oriente)
possiamo citare tutti coloro che associano il termine Zen (o
un'altra disciplina orientale) a benessere: seguendo uno stile di
vita orientale si arriverebbe a un'ottima qualità della vita. Certamente si
può arrivare a una buona o decente qualità della vita, ma non ho mai trovato
nessuno che fosse al massimo dal punto di vista complessivo, fisico e
mentale.Difficile trovare persone brillanti, spesso al più un sorriso, mai un entusiasmo pieno per la vita (dal punto di vista del Well-being si direbbe che il loro stato emozionale sia solo debolmente positivo). Anche nei confronti dell'età, una pacata e rassegnata accettazione dello scorrere del tempo, senza nessuna strategia per rimanere giovanili il più a lungo possibile (non a caso il guru orientale è sempre dipinto come "vecchio").
Tuttavia nel grande pubblico l'associazione fra oriente e benessere è sicuramente attraente, una delle tante illusioni che sono collegate a un'informazione soft: faccio yoga e mi mantengo giovane; uso il feng-shui per la mia casa ed ecco l'armonia. Peccato che tutte queste tecniche funzionino finché uno è giovane o perché nella casa l'armonia casualmente c'è già. In altri termini, sono tutte tecniche che funzionano se esistono già condizioni facilitanti che consentono di ottenere qualche risultato. Non a caso i guru OZ sono persone mediamente più intelligenti, mediamente più dotate sul piano fisico ecc., insomma "mediamente più": usano questo plus naturale per convincere delle bontà delle loro tecniche, tecniche che, applicate su chi quel plus non ce l'ha, sono spesso fallimentari.
Ovviamente qualche risultato le tecniche OZ lo danno, ma nulla di più di quello che un sano fitness può dare: tutti noi con una bella passeggiata all'aria aperta in una giornata di primavera ci sentiamo meglio, non c'è certo bisogno di scomodare lo Zen per capirlo!
Lo Zen
Dopo questa lunga premessa, possiamo esaminare in dettaglio le differenze principali fra Zen e Well-being.La sofferenza - Per lo Zen (e per il buddhismo) la strada è la seguente: presa di coscienza che la sofferenza esiste; comprensione del fatto che la sofferenza può essere superata se la si accetta e riconosce; comprensione del fatto che le cause della sofferenza sono proprio nell'ignoranza e nell'attaccamento ai bisogni, alle cose, ai desideri; pratica quotidiana per liberarsi dagli attaccamenti e vivere sereni superando e vincendo la sofferenza. Per il Well-being la sofferenza esiste, ma è uno stato che spesso nasce a posteriori da scelte errate, non necessariamente derivanti dall'attaccamento a qualcosa (si pensi al caso di un matrimonio "sbagliato"): la salute (spesso influenzata anch'essa dalla comprensione della realtà) e la comprensione della realtà (il Well-being, appunto) sono le uniche cose che servono per arrivare alla felicità. La pratica sta nell'applicazione di ciò che si è compreso, non in una crescita interiore (che comunque ovviamente non è condannata).
La felicità - Per il Well-being nelle civiltà avanzate uno stato di felicità continua non è un'illusione, anche se pochi ci arrivano. Lo Zen si ferma alla serenità; per il Well-being è necessario andare oltre e non limitarsi ad accettare i momenti felici che ci arrivano. Per il Well-being se non c'è felicità il cammino non è concluso, vuol dire che c'è ancora qualcosa da sistemare. È ovvio che questa presa di posizione è tipicamente occidentale e va gestita correttamente per evitare che si trasformi in un'inversione di rotta (non sono pienamente felice, allora sono infelice, invece di cambiare la mia vita e di gioire nella conoscenza ulteriore che mi porterà al cambiamento).
La difficoltà - Lo Zen non è per tutti anche se a tutti è teoricamente accessibile. Chi non ha una mentalità orientata all'approfondimento filosofico dei problemi dell'esistenza non è in grado di fare molta strada. Le poche persone che ho conosciuto che affermavano di essere Zen o buddhiste in realtà non avevano capito granché e si limitavano a giustificare la loro vita, le loro sofferenze, le loro scelte con atteggiamenti Zen-like che erano in sostanza anti-Zen. Il Well-being usa regole chiare, a volte "spietate", che si possono contestare o rifiutare, ma che non si può dire di non aver capito. In quest'ottica è praticamente accessibile a tutti.
La meditazione - Per il Well-being l'attuazione della capacità d'amare ha le stesse finalità della meditazione. La ricerca profonda dell'io si può fare correndo, giocando a scacchi, suonando il pianoforte ecc. Sono anche scettico sui possibili risultati della meditazione Zen perché non ho mai conosciuto nessun occidentale, fra chi mi diceva praticarla, che fosse una persona equilibrata e senza problemi: ho sempre avuto l'impressione che la meditazione fosse una sorta di medicina da prendere per avere un giovamento esistenziale; questo giovamento il Well-being lo realizza attraverso la capacità d'amare, in modo molto più semplice. La meditazione deve essere praticata seriamente; pochissimi ci riescono e quindi mi sembra veramente che sia una disciplina per pochi. Il fascino che può suscitare è solo legato alle sue potenzialità (e al mistero dell'Oriente) che però non possono essere traslate nella popolazione. Banalizzando: se una persona è felice è pensabile che "perda tempo" a meditare? Impiegherà il proprio tempo a seguire ciò che ama.
Il giudizio - La grande tolleranza dello Zen passa anche nella sostanziale critica del giudizio ("Chi sono io per criticare?"). Per il Well-being ogni conoscenza passa attraverso un giudizio (del resto appena si apre bocca si emette un giudizio). Fondamentale è la consapevolezza che il giudizio deve essere rivedibile. Chi si cristallizza in un giudizio definitivo senza avere la predisposizione a cambiarlo è "morto", inerte. La predisposizione a un giudizio dinamico è alla base di una tolleranza concreta.
Il rapporto fra mente e corpo - Per lo Zen sono "fratello e sorella", tendendo alla fusione completa fra mente e corpo. Per il Well-being sono madre e bambino. La madre deve ascoltare il figlio, ma deve mantenere quella razionalità che consente di educare il bambino. L'esempio più semplice è quello dell'appetito. Se la mente ascolta i messaggi del corpo e li farà propri, nel 90% dei casi il soggetto si ritroverà sovrappeso. Non appare convincente attribuire la colpa del sovrappeso all'incapacità di ascoltare il corpo a causa di una cattiva coscienza alimentare. Per un soggetto in sovrappeso il messaggio che viene dal corpo è chiaro: voglio mangiare! Per il Well-being il corpo deve essere educato dalla mente.
Il meccanismo (bloccato in una minoranza della popolazione da stimoli ormonali o psicologici, come lo stress, -infatti in vacanza di solito mettono su qualche chilo-, ma il ragionamento va fatto sulla maggioranza delle persone) è questo:
- il corpo (rimasto evidentemente indietro nei secoli, con una visione primitiva che piace a molti orientali) dice: "cerca il cibo, ho finito di digerire quello precedente; se ne trovi altro lo immagazziniamo per tempi peggiori".
- Il sistema va in crash perché oggi il cibo si trova troppo facilmente (e quello che si trova è molto calorico).
Alcuni sostengono che in realtà il soggetto non sente il controstimolo della sazietà che comunque il corpo invia. Messo in termini generali, il controstimolo esiste, ma non è temporalmente e quantitativamente uguale per tutti. Nella maggioranza delle persone arriva quando ormai si sono introdotte troppe calorie. E non parlo solo di bombe caloriche. Se il soggetto va al ristorante e mangia un primo, un secondo e un dolce (anche ipocalorici) non è affatto sazio e non ha nessun controstimolo, anzi spesso gli sono serviti come stuzzichino. Il vero problema è che, se un soggetto è positivo e ama il cibo, il controstimolo difficilmente arriva!
Se ci si costruisce una coscienza alimentare, invece della sazietà, si impara a controllare (con la mente) il senso di fame e a utilizzarlo per apprezzare ancora di più il cibo. Certo non sono d'accordo per optare per una soluzione "ascetica" dove mi sento sazio mangiando poco e frugalmente: mi sembra una situazione troppo punitiva, leggermente anoressica.
*
The last Samurai è un film del 2003 diretto da Edward Zwick e interpretato da Tom Cruise, Koyuki Katō e Ken Watanabe. Il film narra la storia di un capitano, reduce dalla guerra civile americana, che si reca in Giappone con il compito di addestrare l'esercito imperiale giapponese per la lotta contro i Samurai. Durante una battaglia il capitano statunitense viene ferito e preso come prigioniero dai Samurai. La prigionia lo costringerà al confronto con una realtà che cambierà il corso della sua esistenza.
IL COMMENTO
Discutendo sull'Oriente
Alcuni
buddhisti mi hanno ripetuto fino alla noia questa frase:Nella vita occorre avere la serenità di accettare le cose che non si possono cambiare, il coraggio di cambiare quelle che si possono e la saggezza di distinguerne la differenza.
Si tratta di una frase ad effetto, che ben si adatta a chi cerca punti fermi, ma abbastanza nebulosi da essere "interpretati" personalmente.Alcuni membri del Social Network hanno fatto rilevare che la massima non sarebbe affatto zen, anche se molte sono le attribuzioni possibili (massima cherokee, preghiera della serenità degli Alcolisti Anonimi di R. Niebuhr ecc.). A prescindere dal fatto che non condivido* la massima al 100%, dalla discussione nella nostra community sono emersi alcuni punti che mi preme sottolineare:
> Le filosofie orientali non sono in contrasto con il Well-being.
A mio avviso chi pensa ciò usa la strategia dello struzzo: anziché scoprire le diversità si cerca di scoprire i punti di contatto.
> Il WB è una via molto semplice...per questo non è in contrasto con le strade orientali...
Chi scrive una frase del genere non ha ancora completamente metabolizzato il check-up della coerenza. Nell'articolo generale sulle filosofie orientali sono state evidenziate tante piccole (o grandi) incompatibilità. Per riassumerle, commento la frase di un amico buddhista: "per il buddhismo esiste la sofferenza, ed è pervasiva; come ogni cosa, la sofferenza ha delle cause; è possibile eliminare le cause della sofferenza e quindi essere felici".
Non potrò mai accettare questa logica. Tutto giusto fino al quindi. Eliminare la sofferenza significa essere sereni Non piangere non significa automaticamente ridere. L'impressione che ho è che una sopravvalutazione della sofferenza faccia confondere la serenità con la felicità. Come chi ha un gran mal di denti, se passa è felice? Al più non avverte più dolore. A me non basta non avere il mal di denti.
> Non ritengo che il Well-being racchiuda o esaurisca tutta l'esistenza.
Se tratti i vari temi dell'esistenza, puoi trattarli male, ma non puoi non esaurirli. Spesso le persone che parlano di "mancanze" è perché vorrebbero avere risposte diverse. Per esempio in campo religioso, il Well-being oltre certi confini non va, ma sfida gli altri ad andarci razionalmente. L'argomento non sarà per molti soddisfacente, ma è esaurito. Come dice Saul, "sono le persone a porre confini al Well-being, il Well-being non ha confini".
> Nelle filosofie orientali si possono trovarsi di contributi utili.
Attenzione alla confusione dell'eclettico. Non si può prendere un po' di qua e un po' di là se poi il tutto è incompatibile; si rischia di rimanere sempre allo stesso punto oppure di tornare indietro.
> Una sfumatura come quella zen, in una religione complessa come il buddhismo, non è cosa semplice; è un po' come pretendere di essere un genio di Wall Street dopo aver letto Zio Paperone.
Sono tre anni che studio lo shintoismo e ancora non mi sento in grado di nemmeno fare il rito per diventare shintoista...
Il fascino che certe filosofie/religioni suscitano è proprio quello di essere altamente incomprensibili. Un po' come il genio di Wall Street ti incanta con decine di grafici e di paroloni. Forse è meglio leggere Zio Paperone.
Il Wall Street Journal invita periodicamente alcuni guru della finanza a dare "consigli per gli acquisti". Allo stesso tempo viene scelto lo stesso numero di titoli lanciando freccette sulle pagine dei giornali finanziari appese alla parete. Poi i due portafogli (guru e freccette) vengono seguiti per un determinato periodo. Visti i risultati, o i guru non sanno prevedere nulla oppure chi lancia le freccette ha una mira fantastica!
Di fronte a una filosofia che non capisco, o non funziono io o non funziona lei. Nel primo caso, prima di studiarla, cerco di diventare più intelligente per capirla...
*
Un commento a questa massima mi permette di chiarire meglio la differenza
fra concezione orientale del mondo (rivolta alla serenità) e concezione
occidentale (rivolta alla felicità).
Non condivido la massima al 100% perché per me vale la versione occidentale:
Non condivido la massima al 100% perché per me vale la versione occidentale:
Nella vita occorre avere la Saggezza di accettare le cose che non si possono cambiare, il Coraggio di cambiare quello che si possono e l'Intelligenza di distinguerne la differenza.
Notate che il coraggio (la forza) resta; la serenità diventa la saggezza, cioè la capacità di gestire comunque aspettative non realizzate. La semplice serenità sa di rassegnazione, mentre la saggezza è anche operativa, devo elaborare comunque una strategia che minimizzi i danni. La saggezza della frase all'orientale, nella mia versione diventa intelligenza, la capacità di capire razionalmente il mondo. Infatti la saggezza non è legata alla comprensione quindi non si capisce come si possa "distinguere differenze". Per esempio è saggio non impegnarsi in una speculazione in borsa se non si sa nulla di economia (forse lo è anche dopo aver vinto il premio Nobel in tale disciplina!), è saggio non partecipare a una maratona se non si è allenati ecc. In teoria un saggio "ignorante" rinuncerebbe a tutto!Meditazioni impossibili
Davide ci scrive:
alcuni effetti della meditazione sono chiari già dopo pochi mesi (e sono il motivo per cui mi piace meditare), per altri occorrono anni, fino ad arrivare ai più elevati, per credere ai quali non esiste altro modo che fidarsi della parola di esperti maestri.
Hai colto uno dei motivi per cui non credo molto nelle filosofie orientali; gli effetti immediati sono ottenibili anche con altri strumenti (magari personalizzando lo strumento scelto), mentre è tutto da dimostrare che i cosiddetti livelli più elevati siano accessibili a tutti. Sarebbe come se il campione olimpico della maratona pretendesse di convincermi che, seguendo un certo percorso, riuscirei a realizzare i suoi tempi.
