I figli: perché no
Dopo la sfilza di motivazioni negative visti nell'articolo I figli: perché no, potrà sembrare poca cosa trovarne una sola a favore dell'avere figli.
(1) Un figlio lo si deve fare per amore.
Il consiglio positivo può sembrare scontato, ma quanti genitori se lo pongono alla base della loro scelta, cioè come prima motivazione? Ci sono persino quelli che decidono di fare un figlio perché il governo ha alzato le detrazioni fiscali per i figli a carico! Solo l'amore deve essere il motivo per cui si decide di fare un figlio; solo così potrà essere amato, cresciuto ed educato nel migliore dei modi. Prima di mettere al mondo un figlio pensate alle rinunce che ciò può comportare nella vostra vita: se il lavoro è troppo importante, se non ve la sentite di rinunciare ai vostri hobby e a ciò che amate, se pensate di poter demandare ad altri la cura del vostro bambino, allora non è il tempo di avere un figlio.Senza l'amore come ragione prima della genitorialità, il genitore diligente imparerà ad amare comunque i figli e, soprattutto nel periodo più gratificante, quello che va dai sei ai dodici anni, dove massimo è il legame genitore-figlio, affermerà senza dubbio che avere un figlio è una situazione positiva. La ricerca di Simon ha però evidenziato che non è la più positiva.
Poiché un oggetto d'amore ha come condizione necessaria l'indipendenza (altrimenti è una droga), verificate il vostro amore con questa semplice domanda:
(2) se non potessi avere figli, sarei felice lo stesso?
Se la risposta è no, il figlio non lo fate per amore, ma lo fate per soddisfare una vostra esigenza, predisponendovi a un "possesso" del tutto immotivato.L'amore basta?
La risposta è no. Qualunque oggetto
d'amore deve essere coltivato, l'amore si dimostra con le azioni,
non con le vuote parole (uno dei motivi di incomprensione fra genitori e
figli è proprio l'incapacità da parte del genitore di far arrivare l'amore
ai figli). Quindi(3) se non si ha tempo per seguire i figli è meglio non farli.
Quanti parcheggiano i figli ai nonni o negli asili perché "altrimenti non saprebbero come fare"? La prima soluzione è spesso disastrosa e non è certo un gesto d'amore; di puro comodo (i nonni non costano nulla), fa allevare i figli da persone che sono spesso indietro di una o due generazioni; la seconda è più moderna, ma deve essere comunque limitata nel tempo: il figlio deve passare molto più tempo con i genitori che con la maestra dell'asilo o la tata.(4) Altra condizione necessaria è la forza di allevare un figlio.
Se non si ha la forza (vedasi personalità svogliata, classico genitore che vorrebbe amare i suoi figli, ma, costandogli troppo, in parte li trascura), se non si agisce per i figli al di là del semplice benessere materiale (per esempio si vede come un peso occuparsi e seguire l'istruzione dei propri figli, capire i loro hobby ecc.), non si dovrebbe avere un figlio.Nonostante il genitore abbia tempo e voglia, spesso non ha le risorse. Si legga il test di Carla per capire la regola
(5) non fate figli, se ciò penalizza la qualità della vostra vita. Se con il lavoro che fareste normalmente potete mantenerne uno (due), non fatene due (tre).
Ovviamente poi il caso peggiore è quello di chi si ammazza di lavoro e non riesce comunque a supportare la prole che ha messo al mondo.Infine la condizione probabilmente meno conosciuta fra quelle necessarie:
(6) la cosa più importante da fare per un figlio è insegnargli a vivere.
Se non si riesce a trasformare il figlio in un adulto positivo non si dovrebbe avere un figlio, quindi, prima di farlo, si deve essere convinti di saperlo educare bene. Quante famiglie hanno gravi problemi a causa di un'educazione approssimativa dei figli!Quante coppie superano questi sei punti? Realisticamente non più del 10%. Alla banale obiezione che, se solo il 10% delle coppie facessero figli, vivremmo in un mondo di vecchi, è immediato rispondere che l'obiettivo deve essere quello di insegnare agli anziani a invecchiare bene in modo da non pesare sulla società: del resto oggi non è difficile trovare ottantenni più arzilli di cinquantenni mal messi.
L'ultimo test
Purtroppo molte persone sono convinte di aver fatto un figlio per amore perché sentono che eticamente è giusto così. Probabilmente, su 100 genitori cui fosse chiesto se è stato l'amore la molla che li ha spinti a procreare, almeno la metà risponderebbe di sì. Ciò è abbastanza incompatibile con i risultati di Simon, altrimenti sembrerebbe che l'amore non basti a non rendere i figli condizioni penalizzanti. Il tutto si spiega semplicemente con il fatto che una buona parte delle risposte è di facciata, situazione ben nota a chi prepara questionari nei quali si evitano sempre domande che "forzano" risposte. Come si può capire se la gente mente a sé stessa? Semplice: con un'ulteriore ingenua domanda. Rispondete con pochi secondi di riflessione, a questa domanda, prima di aver letto il seguito:siete pronti ad affrontare i sacrifici che richiedono i figli?
Domanda all'apparenza banale, ma che, nel caso di una risposta affermativa, distrugge l'amore precedentemente affermato.Infatti chi ama qualcosa non parlerebbe mai di sacrificio, termine che indica chiaramente una rinuncia, un compromesso, ma risponde con un sincero "ma quali sacrifici?". Di per sé è la giustificazione del discorso sul bilancio esistenziale della genitorialità, bilancio che a molti sembra immorale: se si parla di sacrificio, è giusto vedere la contropartita. Se questa è deludente, ecco che scatta la condizione penalizzante.
Per approfondire il concetto di sacrificio, leggete il commento.
I COMMENTI
Il test di CarlaCarla è una giovane donna con una relazione disastrosa alle spalle; ha una figlia, frutto della relazione passata. È bella e ha una discreta cultura (è diplomata); non faticherebbe a trovare un lavoro decente, ma non è facile avere il meglio per lei e soprattutto per la figlia, che ama veramente. I casi della vita la portano a contatto della professione più vecchia del mondo; così si mette in proprio, si fa il suo giro di clienti fidati e affezionati, lavora dalle 12 alle 20 in uno studio che ha preso in affitto e guadagna abbastanza per avere un futuro per sé e per la figlia, futuro ben più roseo di quello ottenibile con un lavoro tradizionale.
Come la giudicate? Con che probabilità, nelle condizioni di Carla, avreste fatto la sua scelta?
Il test è molto subdolo perché è indiretto: ve l'ho proposto perché può rivelare forti incoerenze. Infatti non mi interessa discutere sulla risposta, quanto sulla grave incoerenza in cui cade la maggioranza degli intervistati. Il test l'ho ripreso da una rivista che mi è capitato di leggere tempo fa in Francia (penso che in Italia sia ancora peggio!): ben il 62% degli intervistati condannava Carla senza appello (cioè senza attenuanti). Fin qui ci sta. Ma sono certissimo che buona parte di questo insieme di persone:
a) ha un lavoro che gli pesa un po';
b) lo fa per dare un buon sostentamento alla propria famiglia, soprattutto ai figli che, a differenza dell'altro coniuge, non sono autosufficienti.
Ci sarà chi torna un'ora più tardi alla sera e lavora nei week-end perché deve far carriera per mandare i figli all'università; chi non può far carriera, ma fa tanti straordinari per poter dare questo o quello ai propri figli; chi ha scelto un lavoro molto impegnativo e stressante per guadagnare di più ecc. Il lavoro pesa e i più bravi sono riusciti a essere in equilibrio con esso, ma, se si guardano allo specchio e potessero avere un bacchetta magica, si darebbero un lavoro migliore che penalizzi di meno la loro vita. Se si considera poi che una vita più difficile penalizza ulteriormente i rapporti con i figli, perché si deve condannare la scelta di Carla? Solo per ragioni etiche? E non è prostituirsi perdere il proprio tempo e la propria vita, asservendolo ad altri per una manciata di soldi in più?
I genitori-nonni
La domanda: cosa ne pensate dei genitori-nonni, di chi cioè vuole diventare padre/madre a 60 anni?
Anche questo è un test indiretto e "nasconde" un'incoerenza che è tipica di gran parte della popolazione. Fissiamo l'attenzione su coloro che rispondono che è assurdo essere genitori a 60 anni e poi affidano parte dell'educazione e la cura dei loro figli ai loro genitori, cioè ai nonni!
La bocciatura della genitorialità avanzata di solito passa attraverso motivazioni come queste:
1) quando il figlio sarà grande (diciamo avrà 20-25 anni) i genitori avranno buone probabilità di non esserci più o di essere malridotti.
Vero (anche se non è scontato), ma un ragazzo a 20-25 anni dovrebbe essere già autosufficiente e pensare che abbia bisogno ancora dei genitori come guida vuol dire che l'educazione è stata fallimentare (se non sono bastati 20 anni...) e che non si è attuato nessun distacco.
2) C'è un'eccessiva differenza generazionale che non assicura un'educazione ottimale.
Questa motivazione (sulla quale sono d'accordo, salvo rarissimi casi) è quella che rivela l'incoerenza: che senso ha affidare i propri figli ai nonni quando si pensa che una persona non possa fare il genitore a 60 anni? Solo il tornaconto personale può giustificare una tale incoerenza: fa comodo che il nonno dedichi il suo tempo al nipotino.
Lacrime e sacrifici olimpici
Mi
è stato chiesto chi avessi maggiormente apprezzato alle recenti olimpiadi di
Pechino. La mia risposta è iniziata al negativo, eliminando tutti quegli
atleti che, in caso di vittoria o di sconfitta (un telecronista romantico
potrebbe parlare di "cocente delusione"), avevano dato in escandescenze con
lacrime, salti di gioia, capelli strappati o simili. Per questo motivo,
personaggi come Vezzali o Montano finivano agli ultimi posti della mia
classifica. Il motivo è cheun atleta che parla in lacrime della medaglia che l'ha ripagato di tutti i sacrifici fatti nega praticamente l'amore per quello che fa.
Questi atleti hanno nei confronti dello sport un approccio nevrotico che poco li aiuterà quando saranno ritornati nell'anonimato sportivo e potranno vivere solo di ricordi, soprattutto se il loro sport non è tale da garantire uno stabile cambiamento di vita.Il vero sportivo che ama il suo sport sa che
la fatica non è un sacrificio, ma diventa una gratificazione.
Da questo punto di vista, Bolt e altri campioni che come lui vincono, divertendosi (ma anche loro, tutti, fanno fatica!), sono molto più in alto di personaggi che tanto piacciono ai romantici perché piangono e soffrono.La mia palma va a Lori (Lolo) Jones, ostacolista americana che, inciampando al penultimo ostacolo, è arrivata solo settima in una gara in cui era favoritissima. All'arrivo uno sguardo solo stupito, poi, ancora a caldo, alla giornalista che l'intervistava: "È andata male, ma pazienza; è tutta esperienza che servirà per il futuro!".
Quindi, provate a mettervi nei panni di chi per mesi si allena per andare alle olimpiadi, è favorito e poi inciampa al penultimo ostacolo. Valutate la vostra reazione. Se vi mettete a piangere o spaccate a calci un tabellone pubblicitario, non si può certo dire che siete high!
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