Figli: perché sì
Come premessa alle motivazioni che portano a considerare i figli come condizioni penalizzanti per la felicità, un commento a un'illogica posizione che ho letto tempo fa:
Credo che innanzitutto dovremmo metterci d'accordo su cosa intendiamo per felicità e poi ricorderei che la felicità ha un prezzo. Che la serenità ha un prezzo. I nostri figli c'entrano solo fino a un certo punto con la felicità. Non possono esserne l'unica fonte. Amarli non ci impedisce di ammettere che in certi momenti possono essere degli enormi rompiballe. Ma questo non ci renderà più o meno felici: siamo tristi se abbiamo una vita grigia.
La posizione è tipica del sopravvivente che è convinto che la felicità sia un concetto sfuggevole, che non si possa definire. Premesso che il Well-being lo fa in maniera concreta (ovvio che si tratti di una definizione, sempre contestabile, ma precisa), la cosa buffa è che il sopravvivente non sa definire la felicità, ma sa comunque che deve avere un prezzo! E chi lo dice? La posizione puzza di cadavere già in decomposizione, una di quelle che definisco "medievali" tanto sono incapaci di guardare al futuro e di smuoversi da stereotipi ormai superati.
La coppia scoppiata
Esistono due condizioni nelle quali a un osservatore esterno i figli sono chiaramente visti come condizioni penalizzanti- in caso di separazione/divorzio.
- nel caso in cui il rapporto sia pessimo e si stia insieme solo per i figli (una soluzione pessima per il Well-being, ma scelta da molte persone).
La persona equilibrata fa un figlio solo con una persona che vede accanto a sé per lo meno per tutto il tempo in cui il figlio ha bisogno di un'educazione comune, cioè fino alla fine dell'adolescenza. Se non c'è questa piena consapevolezza, fare un figlio è solo irresponsabile; è invece egoista chiunque faccia un figlio, disinteressandosi dell'altro genitore, pretendendo di fare contemporaneamente da padre e da madre.
I prossimi casi riguardano quindi persone con una vita di coppia per lo meno soddisfacente.
Il genitore scimmia
Non si devono fare figli perché si deve.
Riguarda tutti quei casi in cui i condizionamenti ricevuti (genitori,
società, religione ecc.) portano ad agire senza aver fatto
un check-up dei propri convincimenti ed essersi posti il
problema con buon spirito critico. La
posizione è tipica del bravo ragazzo, ma non
solo: il soggetto arrivato a una certa età, su pressione di chi gli sta
vicino, per imitazione degli amici, per certe inconsce esigenze della
propria educazione, decide di fare un figlio perché deve. Se si è
sposati o si ha una relazione stabile, prima o poi si devono fare dei figli.
Ma chi lo ha detto?A questa domanda molti danno risposte scontate e banali.
Per perpetuare la specie – Cioè la necessità morale di non essere egoisti e pensare al futuro dell'umanità ecc. La risposta in un commento nella pagina dei sopravviventi.
Per evitare che la società sia costituita da vecchi – Questa è la risposta che più piace ai politici (che del resto non sono certo giovani e moderni!), ma il Well-being insegna la profonda differenza fra vecchi e anziani. Se una persona invecchia bene, resta attiva e positiva fino alla fine dei suoi giorni. Quindi non bisogna costringere la gente con un fine lavaggio del cervello a fare figli, quanto insegnare alle persone a invecchiare bene!
Di genitori scimmia ne esistono due tipi: lo svogliato e il diligente. Lo svogliato fa il minimo necessario per allevare il figlio, sente il peso che ha su di sé e tende a trovare strategie che minimizzino l'impatto del figlio sulla sua vita (ne affida gran parte dell'educazione ai nonni, lo tratta da adulto facendo in modo che si adatti alle esigenze della famiglia, sceglie per lui strade educative, come scuola e hobby, che rechino meno disturbo possibile ai genitori ecc.). Il genitore svogliato è proprio sicuro che con la sua intelligenza non intuirà fin dai primissimi momenti che quel (poco) amore che riceve è forzato? Genitore svogliato, figlio disgraziato.
Il diligente può avere coscienza o meno del peso esistenziale della genitorialità, ma si forza con molta dignità ad accettare il suo ruolo; è la soluzione più positiva perché "minimizza i danni" (cioè le perdite nel bilancio esistenziale): nei casi più positivi, genitori equilibrati e con buone condizioni facilitanti riescono a fornire una buona educazione a figli che crescono bene e stabiliscono un buon rapporto con i genitori. Purtroppo quello che il genitore diligente spesso fa è di mentire a sé stesso, parlando di sacrifici in cambio di soddisfazioni. Va da sé che una soddisfazione meno un sacrificio dà come bilancio esistenziale zero o giù di lì, soprattutto se si considera che molte delle rinunce o dei sacrifici fatti saranno piuttosto vani quando il figlio si formerà una sua famiglia. In altri termini, quando ci sarà il distacco (se non ci sarà, il figlio sarà un inibito, ancora dipendente da adulto dai genitori, una condizione che un genitore non dovrebbe assolutamente desiderare) i genitori ritorneranno liberi, ma smarriti: avendo perso gran parte dello slancio vitale, con scelte lavorative coinvolgenti (fatte anni prima per mantenere la famiglia), senza particolari oggetti d'amore (messi da parte proprio a causa dei figli) avranno sì (punto 4 di Simon) un miglioramento esistenziale, ma sicuramente rimarranno a un livello inferiore rispetto alle coppie senza figli. Anzi, i più "stanchi" non faranno altro che attendere di diventare nonni e chiudere la loro vita, immolata alla famiglia.
Il genitore padrone
Non si devono fare figli per avere un bastone per la vecchiaia.
I genitori padroni sono coloro che si aspettano l'eterna riconoscenza dei figli; quando saranno anziani saranno i figli che li aiuteranno a superare le difficoltà della vecchiaia. A parte il fatto che chi vede la propria vecchiaia come un periodo in cui necessariamente si ha bisogno di sostegno ha già un piede nella fossa, i figli non sono cose da possedere e una volta che c'è il distacco essi hanno diritto a fare la propria vita. Resta l'amore per i genitori, ma questi non possono pretendere di essere accuditi e riveriti come se i figli fossero loro schiavi.Il genitore eterno
Nelle famiglie più moderne la posizione del genitore padrone è stata già ridimensionata, a volte trasformata in quella del genitore eterno: fa un figlio per continuare a vivere in qualcuno.Magari si lascia ai figli l'azienda di famiglia oppure si pensa a qualcuno che ci sia vicino negli ultimi giorni della nostra vita ("non voglio morire solo come un cane"). Tutte queste considerazioni sono molto irrazionali perché non cambiano la sostanza del discorso: fra cento o mille anni nessuno si ricorderà di noi ed è inconsistente mettere in scena un rituale (la nascita del figlio) con cui ci si illude di "continuare a vivere".
Il genitore fallito
Non si devono fare figli per realizzare i propri sogni.
È il classico caso del genitore che ha fallito o non ha potuto, per le circostanze della vita, dedicarsi a qualcosa cui teneva molto. Sebbene l'obbiettivo a cui i figli vengono indirizzati da questa cattiva motivazione dei genitori possa sembrare comunque positivo (si pensi al genitore che non è riuscito a laurearsi e vuole che il figlio diventi dottore a tutti i costi), dobbiamo sempre tenere presente che le spinte del genitore fallito sono sempre nevrotiche e non aiutano certo il figlio nella realizzazione dei suoi obbiettivi. Inoltre ognuno (anche i figli!) è libero di decidere la propria strada.Il genitore incosciente
Non si devono fare figli per salvare il rapporto.
Chi fa un figlio per tentare di salvare il rapporto dimostra un'incoscienza e un egoismo senza pari. Possibile che non si chieda che cosa succederebbe se il tentativo fallisse? È come far crollare il tempio sperando di uccidere tutti i filistei e salvarsi sotto le macerie.Il genitore professionista
Non si devono fare figli per sentirsi realizzati.
Chi pensa che la propria vita non abbia un senso senza un figlio in realtà non ha la capacità d'amare perché non sa trovare altri oggetti d'amore che rendano significativa la propria esistenza. E se non ha la capacità d'amare è meglio che non faccia un figlio. Non solo, ma è meglio anche che non adotti un figlio perché chi non ha trovato qualcosa che dia un senso alla propria vita non può essere un buon genitore. È un argomento delicato, ma chi vuole adottare un bambino deve chiedersi almeno due cose: l'avrebbe adottato anche avendo un figlio proprio? Avrebbe accettato anche un affido, magari temporaneo, pur di aiutare il piccolo? Se le risposte sono positive, allora l'adozione è cosa giusta e meritoria. Se sono negative, allora l'adozione non è che un atto egoistico. È pur vero che anche da un atto egoistico può nascere amore, ma bisogna andarci molto cauti. Ricordo sempre una coppia di miei conoscenti che lottò per anni per avere in adozione un bambino. Una settimana prima dell'arrivo del piccolo mi recai a casa loro e il marito, ebbro di gioia, mi disse: "La settimana prossima arriverà il nostro piccolo, così mia moglie potrà smetterla di prendere quella roba". Mentre mi diceva queste parole mi indicava un comodino sul quale stavano disordinatamente alcune confezioni di antidepressivi. Pazzesco.Il genitore casuale
Non si devono fare figli per caso.
La contraccezione è sinonimo di civiltà. Un figlio non può arrivare per caso. Troppe vite sono state rovinate da figli arrivati per sbaglio; non penso che la Chiesa possa ormai difendere con intelligenza le posizioni sulla contraccezione e in ogni caso quello che conta è la qualità della vita. Una donna che prende la pillola non offende Dio, penso che Dio sia invece offeso da quei sacerdoti che autorizzano metodi naturali di contraccezione e condannano quelli artificiali. Alla base c'è sempre la volontà dei genitori di non avere figli: che differenza fa se utilizzo dei calcoli, un pezzo di gomma o una pillola? Quello che conta è l'intenzione, non il mezzo con cui la realizzo: se uccido, ha poca importanza se lo faccio con un bazooka, un coltello o una pistola!Nonostante queste considerazioni per cui la contraccezione dovrebbe essere un atto responsabile, molti hanno però un figlio senza motivo, perché "arriva". A prescindere dal fatto che non controllare la propria vita quando è possibile è sinonimo di approssimazione esistenziale, è importante chiedersi se si sarà in grado di amare in modo pieno e responsabile il figlio che viene. Provate a vedervi il giorno prima della consapevolezza della gravidanza e chiedetevi come avreste risposto alla domanda: "perché avere un figlio?".
Se la risposta non è positiva almeno all'80%, avete tre possibilità:
- prendere in considerazione la possibilità dell'aborto;
- accettare il figlio come un peso da gestire il meno peggio per lui e per voi (genitore svogliato);
- accettare un degrado della vostra vita come pena per essere stati approssimativi nel controllo della propria vita e impegnarvi a dargli il massimo (genitore diligente).
Ovviamente la scelta peggiore è la seconda. Così vigliacca da non prendersi la responsabilità dell'aborto e così egoista da non prendersi la responsabilità piena di genitore. Il figlio verrà spesso parcheggiato di qua o di là, posposto al lavoro, ci saranno carenze nel dialogo: insomma un disastro annunciato. Se siete in queste condizioni, non ponetevi nemmeno il problema di come educare i figli: ponetevi seriamente il problema di cambiare la testa e il cuore.
Dal punto di vista pratico esiste spesso una quarta condizione: "non volevano un figlio in questo momento, ma ora sono contenti" (frase classica detta dai genitori dei giovani genitori). Si tratta di una variante della terza possibilità, molto comune quando i genitori sono dell'idea di aspettare ancora un po' prima di avere figli per costruirsi una solida posizione, per divertirsi ancora qualche anno ecc. Ho conosciuto molte coppie di questi genitori "contenti": in realtà nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di genitori che hanno fatto buon viso a cattiva sorte, accettano i compromessi della nuova vita, ma sono, nel loro intimo, consapevoli che hanno dovuto a rinunciare a uno stile di vita che in quel momento sentivano comunque più loro. Sono genitori scimmia.
Il genitore temporaneo
Non si devono fare figli se non si è sicuri del proprio rapporto.
Abbiamo già visto che è assurdo fare un figlio per tentare di salvare il rapporto, ma ciò non basta. Occorre anche essere ragionevolmente sicuri che il rapporto duri nel tempo. È da irresponsabili fare un figlio sapendo che è probabile che nel giro di qualche anno si cambierà partner; è un atto egoistico fare un figlio sapendo già che questi probabilmente non avrà accanto uno dei genitori. Nessuno può illudersi di essere contemporaneamente un padre e una madre.I genitori incompatibili
Non si devono fare figli se non si ha una visione comune sulla loro educazione.
Se i genitori divergono sull'educazione del proprio figlio, quest'ultimo diventerà una mina vagante nel loro rapporto, rimanendone coinvolto in prima persona. Una coppia formata da una persona di religione cattolica e da una di religione musulmana, entrambe praticanti, come potrà educare un figlio? È inutile nascondersi che fra le due religioni esistono punti di vista diametralmente opposti che la tolleranza religiosa può mitigare, ma che non possono coesistere in una stessa persona. Poiché entrambi i genitori sono (veramente) osservanti, non accetteranno mai di crescere il loro figlio senza religione per farlo decidere quando sarà maggiorenne. Come si vede, la situazione è veramente difficile e non basta il buonsenso per risolverla. Il problema è che un figlio è qualcosa di comune e, se non c'è accordo su ciò che è comune, si arriva allo scontro. Senza giungere a esempi così estremi, ogni divergenza educativa si tramuterà in motivo di conflitto fra i genitori e in un avvicinamento del figlio a chi dei due gli è più favorevole.Il genitore superimpegnato
Non si devono fare figli se non si ha il tempo di amarli.
Ormai sempre più coppie pianificano l'arrivo di un figlio, sapendo di poterlo poi parcheggiare all'asilo nido durante il giorno e alla sera presso i genitori. Altri sanno che il lavoro li occupa a tal punto da condurli distrutti a casa ogni sera; alcuni di loro arrivano a chiedere al medico di prescrivere dei tranquillanti per il figlio che alla sera non vuole saperne di addormentarsi. Il figlio diventa un pacco postale da spostare qua e là, tutt'al più una piacevole sorpresa durante i week-end. Chi crede nella famiglia condanna questi atteggiamenti, invitando i neogenitori a sacrificare un po' della propria esistenza in nome dei figli. Io non credo che mentire a sé stessi e ai figli (perché tale è compiere un sacrificio di malavoglia) sia la soluzione migliore: i figli hanno una sensibilità particolare per capire quando non sono amati. La soluzione più semplice per questi genitori è una sola: non fare figli.LA MAIL
Il senso della vitaGully ci scrive:
Riguardo i figli, proprio ieri mi è capitato di riflettere mentre ascoltavo una trasmissione radiofonica che aveva come tema "il senso della vita". La gente telefonava o mandava sms per dire quale fosse per loro il senso per vivere la vita. Certamente, per quanto possa esser buono il bacino di utenza di una radio come 101, l'attendibilità del sondaggio è decisamente discutibile, ma quello che ne è uscito è stata una schiacciante prevalenza per i figli.
La cosa mi ha messo proprio tristezza. Come si può, ancora nel 2008, ridurre il senso della vita solo nei figli??
Ammesso che lo sia, quando crescono e se ne vanno di casa, uno si deve ammazzare perché non ha più nulla per cui vivere!
Purtroppo i figli sono stati imposti come scopo esistenziale dalla religione; le risposte in Danimarca sarebbero state molto diverse. Si veda l'articolo: Felicità: i numeri.
Come giustamente conclude Gully, una risposta moderna e molto più ampia di quella data è: "il senso della vita è trovare oggetti d'amore".
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