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I farmaci: quando servono?
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Nel vecchio West c'erano personaggi che si spostavano nelle praterie vendendo miracolose pozioni, spesso in compagnia di una moglie o di figlia. Le donne avevano il compito di mitigare con la loro femminilità le ire della gente quando l'abilità oratoria del ciarlatano non riusciva a convincere il pubblico della bontà del suo rimedio cura-tutto. Oggi non c'è più l'impiccagione, non ci sono più i linciaggi, per vendere farmaci occorrono autorizzazioni, ma, nonostante ciò, la gente continua a prendere un sacco di farmaci inutili o dannosi.
Poiché ne va della qualità della nostra vita, ognuno dovrebbe porsi seriamente la domanda: quali sono i farmaci da prendere? Quando prenderli? Per quanto tempo? In che quantità?
La soluzione più semplice è affidarsi a un medico, ma può anche essere quella meno produttiva. Il medico si affida ai nostri sintomi e troppo spesso gli arriva un'informazione sbagliata; inoltre con l'automedicazione spesso il medico è all'oscuro di ciò che facciamo e un suo giusto consiglio iniziale può trasformarsi, mal gestito, in un errore per la nostra salute. È il caso cioè di farsi una coscienza farmacologica.
Relativamente a una patologia, l'assunzione di un farmaco può appartenere a una delle tre possibili categorie: inutile, dannosa, utile. Primo rilievo da fare: si parla di assunzione e non di farmaco; infatti un farmaco può essere utile in una situazione e dannoso (o inutile) in un'altra.
Assunzioni inutili - Per capire quando è inutile assumere un farmaco si può fare riferimento alla legge di guarigione totale.

una terapia è valida quando la patologia è guarita totalmente nella totalità dei casi in un tempo breve.

farmaciIl significato di totalmente (guarigione completa), totalità di casi (non per un individuo particolare o per una classe non ben definita di individui) e tempo breve (non mesi o anni, ma giorni o settimane) dovrebbe essere chiaro a tutti.
La legge di guarigione totale rende inutili il 90% dei rimedi naturali: nessun farmacista vi assicurerà che un rimedio naturale vi guarirà dall'emicrania, dall'ansia, dalla stanchezza ecc.: "Lo provi..." è la frase più comune. Idem dicasi di tranquillanti o antidepressivi nei casi A di psicopatologia. Da notare che la stessa classe di farmaci (benzodiazepine) può rivelarsi utile per un'insonnia temporanea (assunzione per esempio per una settimana) legata a un fatto contingente, mentre si rivela del tutto inutile rispetto a patologie ben più gravi. Altri esempi di farmaci tradizionali inutili sono molte cure contro l'acne (il dermatologo "prova" prima di passare a una nuova cura, magari non presa in considerazione all'inizio per gli effetti collaterali).
La legge di guarigione totale può sembrare molto severa, ma è l'unico modo per non cadere nel baratro dell'effetto placebo: il paziente assume di tutto sperando che faccia bene e convincendosi che senza farmaci la sua vita sarebbe peggiore.
Assunzioni dannose - Ovviamente sono gli effetti collaterali dei farmaci che fanno giudicare dannosa un'assunzione. Poiché i farmaci possiamo classificarli in sintomatici e curativi, se applichiamo la legge di guarigione totale ai curativi vediamo che spesso (tranne casi di gravi malattie che non sono oggetto di questo articolo, come cancro, AIDS ecc.) le assunzioni dannose provengono dai farmaci sintomatici: si continua a curare il sintomo, trascurando le cause e facendo in modo che gli effetti collaterali del farmaco diventino a poco a poco imponenti. Ricordatevi che se un farmaco cura un sintomo, non potete prenderlo all'infinito, cercate di eliminare le cause!
Provare male non fa - È la posizione più assurda perché evidenzia una coscienza farmacologica molto bassa: sia i farmaci tradizionali sia quelli naturali (naturale non vuol dire senza effetti collaterali!) hanno comunque sempre effetti collaterali, piccoli o grandi. Se non li hanno, vuol dire che la loro potenzialità farmacologica è talmente scarsa che non potete aspettarvi nulla. Chi "prova" si comporta come un acquirente del ciarlatano delle praterie, vive cioè ancora nel XIX sec.
Come si sceglie un farmaco? - Se non si "prova" occorre avere un metodo di scelta:
 
1) la legge di guarigione totale. Il farmaco guarisce veramente la patologia nella totalità dei casi in un tempo breve? Se sì, è utile, occorre valutare gli effetti collaterali. Se no, occorre essere molto scettici.
2) Se la risposta 1) è negativa, il farmaco potrebbe "comunque fare qualcosa". A questo punto chiedetevi: perché? E alla risposta chiedetevi ancora perché? fino ad andare a una profondità sufficiente.
Primo esempio: il tè verde contrasta il colesterolo. Perché? Perché agisce sull'enzima HMG-CoA-reduttasi che controlla la sintesi del colesterolo nel fegato. Questa risposta vi sembra intelligente e vi fermate.
Secondo esempio: "ecco un antibiotico che cura la vostra acne".
"Perché, la mia acne è sicuramente di origine batterica?"
"Non è detto, le cause dell'acne sono diverse e non ancora perfettamente conosciute".
"E allora perché mi dà gli antibiotici?"
Terzo esempio: "Perché prendere la propoli per difendersi dall'influenza?"
"Perché lo dice un giornalista su un giornale". Un po' poco non vi pare, sui giornali si dicono tante cose...
3) Superato anche il punto 2) dobbiamo chiederci ancora qual è la quantità efficace. Ricordate che senza la dose corretta ogni farmaco è inefficace. Nel caso del tè verde, se la mia colesterolemia è grave, è abbastanza inutile che pensi di risolverla con il tè verde, a meno di non berne una cinquantina di litri al giorno (e forse non bastano); studiando l'effetto quantitativo si scopre che la sua azione è cioè modesta. Sembrerebbe assurdo che si vendano farmaci inefficaci perché proposti in dosi troppo basse e invece accade, principalmente per due motivi. Primo, per ragioni commerciali si vende un principio attivo che svolge un'azione modesta come se fosse risolutivo. È il caso di tutti gli antiossidanti (se spazzassero via veramente tutti i radicali liberi vivremmo sicuramente più a lungo), di molti rimedi naturali, di rimedi contro la calvizie ecc. Secondo, ma più raro, un farmaco funziona, ma in dose risolutiva (quella che soddisfa la legge di guarigione totale) avrebbe troppi effetti collaterali. Vediamo ora un esempio sollecitatomi da un navigatore.
Il plasma di Quinton - E cos'è? Si chiederanno in molti. Partendo dalla tesi che la vita abbia avuto origine dal mare, il fisiologo francese R. Quinton preparò nel 1904 una soluzione marina "simile" al plasma sanguigno. Agli inizi degli anni '80 comparvero prodotti (e sono ancora oggi venduti) che si basano sulle tre leggi formulate da Quinton: costanza marina, costanza termica e costanza osmotica. L'acqua è diluita con acqua di sorgente per renderla isotonica con il sangue umano e resa sterile. Poiché secondo molte pubblicità "contiene tutti i 92 elementi della tavola di Mendeleev" dovrebbe equilibrare la nutrizione cellulare.
1) Se veramente apportasse benessere dal 1900, o per lo meno dal 1980, sarebbe uno dei farmaci più diffusi del mondo. Non dimenticate che un farmaco che funziona è la miglior pubblicità a sé stesso.
2) Perché dovrebbe far bene? L'analogia dell'acqua marina con il plasma è scientificamente assurda: anche la birra, se diluita opportunamente, può diventare isotonica con il plasma e contenendo molte sostanze utili ed essendo naturale potrebbe essere proposta come nuova panacea per l'umanità (in effetti penso che, pur non bevendo birra, sia meglio del plasma di Quinton e costa di meno...). Fa molto scena il fatto che contenga tutti i 92 elementi chimici della tavola di Mendeleev: peccato che fra questi ci siano anche elementi radioattivi come l'uranio e che l'affermazione è falsa perché in natura sono presenti solo 83 elementi stabili o a tempo di decadimento molto lungo. Continuiamo?


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