Eutanasia
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L'eutanasia attiva è quella dove un soggetto richiede espressamente di morire (per esempio un malato terminale con alto grado di sofferenza), mentre l'eutanasia passiva è quella dove il soggetto è incosciente e altri decidono per lui semplicemente sospendendo ogni forma di assistenza, alimentazione compresa. Secondo alcuni il termine passiva è usato a sproposito, ma è ormai comune ed è inutile cavillare sui termini, quando è chiaro cosa significhino. In realtà c'è anche il caso in cui il soggetto è ormai incosciente e altri decidono la sua soppressione per evitare inutili sofferenze; tale caso non è di solito considerato perché entrano in gioco altri fattori, come per esempio le ricadute legali della morte.
L'eutanasia attiva sotto forma di suicidio assistito è francamente inaccettabile, al meno in una visione positiva della vita. Senza scomodare la religione, anche il laico che dà valore alla vita non può non comprendere che la facilitazione di un suicidio non ha un confine ben netto e nessuno ha il diritto di fissarlo. In altri termini, perché dovrebbe essere legale assistere al suicidio chi soffre fisicamente e non chi soffre moralmente perché per esempio è sul lastrico o ha perso la famiglia in un tragico incidente?
Diverso è il caso di chi decide di sospendere le cure a lui indirizzate e ha il coraggio e la dignità di affrontare una fine ormai segnata. È un po' la storia del vecchio indiano che abbiamo citato a proposito dell'invecchiamento ormai irreversibile.
Rientra ovviamente in questo caso (forse il più interessante, visti i continui episodi portati alla nostra attenzione dai media) l'eutanasia passiva, in cui si decide di sospendere l'assistenza a un malato giudicato in coma irreversibile.
Il Well-being si propone di migliorare la qualità della vita e l'obbiettivo dà per scontato che la vita (come molti altri concetti) non è di per sé un valore positivo indiscutibile. È un valore che va quantificato, appunto con la sua qualità. Coerentemente con questa posizione è favorevole all'aborto (la qualità della vita di un embrione è nulla). Ne consegue che il Well-being è favorevole all'eutanasia passiva in tutti quei casi in cui la scienza attuale reputi il coma irreversibile.
Resta il problema (peraltro presente anche nell'aborto, in genere si parla di "diritti dell'embrione") di valutare il futuro della vita del soggetto, ora in coma, ma, chissà, fra mesi o anni, di nuovo cosciente. A questo punto la discussione diventerebbe infinita, ma questo modo di affrontare il problema è sostanzialmente sbagliato perché puramente dialettico e teorico.
In realtà occorre considerare che ogni malato ha diritto a morire con
dignità. L'accanimento terapeutico è spesso il miglior modo di negare questa
dignità (pensiamo a malati di tumori inguaribili in cui la chemioterapia
addirittura peggiora la qualità della vita degli ultimi mesi di vita).Il prolungamento dell'assistenza è un dramma per chi è vicino al malato; anche chi sostiene le cure a oltranza, spesso lo fa per l'incapacità di staccarsi dal congiunto, soffrendo e in ultima analisi distruggendosi la vita. Spesso la catena di dolore si allarga a toccare anche persone che sono marginalmente legate al malato perché l'amore (inteso come enorme dispendio di risorse umane) che il familiare dà al malato irreversibile ovviamente non può darlo ad altri.
Il costo dell'assistenza di un malato in coma irreversibile è elevatissimo. Con il costo di tale assistenza si sarebbe in grado di salvare molte più vite umane, dotando gli ospedali e le unità di pronto intervento di materiale più sofisticato e all'avanguardia. Per un malato che si sveglia dopo anni dal coma si perdono centinaia di vite umane. È egoistico pretendere che la società si occupi del nostro congiunto sapendo che quelle cure tolgono la vita a decine di altre persone (pensiamo a un infartuato non salvato perché l'unità di soccorso non era adeguata con la strumentazione più recente).
Il risveglio dal coma non è decisivo. Questo a mio avviso è il punto più importante. Anche i rarissimi casi di persone che si sono risvegliate, hanno una qualità della vita che ognuno di noi giudicherebbe per sé veramente pessima, spesso inesistente.
Tutto questo fa propendere perché in una moderna società civile l'accettazione dell'eutanasia passiva sia del tutto auspicabile.
IL COMMENTO
È
la prima volta che ti scrivo, ma sono un assiduo lettore del tuo sito.
Normalmente trovo che a prescindere dalle tue opinioni, le stesse siano un
ottimo spunto di riflessione, sia che tu sia d'accordo con le mie che in
disaccordo. Tuttavia... Beh come hai affrontato l'eutanasia non mi è
piaciuto. Forse perché io ho accudito mia madre, malata terminale, per 5
anni e posso dire che se avessi avuto le palle l'avrei aiutata a morire.
Non ti dico quante notti passate cercando di non sentire la sua richiesta...
Fortunatamente i medici che la curavano la rifornivano, nel vero senso della
parola, di morfina ed erano convinti terapisti contro il dolore alla faccia
di chi dice ancora oggi e diceva ieri che la sofferenza avvicina a Dio o,
perdonami, str****** simili. Credo che un malato terminale nel pieno delle
sue facoltà mentali e con nessuna, dico nessuna, speranza di vita abbia il
diritto di avere un aiuto a porre fine le sue sofferenze, soprattutto quando
anche la terapia del dolore non ha effetto. Un aiuto a morire con dignità
senza dover aspettare di diventare una larva e che si spenga "naturalmente"
la luce. Certo non è una decisione facile, ma ripeto, vedere una persona che
ami perdere la dignità di una vita umana, è troppo da sopportare sia per lei
stessa che per chi le sta accanto. Ovvio non è una decisione da prendere
alla leggera, non deve essere affidata solo al paziente o al medico curante
o ai parenti prossimi, ma magari da una decisione etico collegiale; tuttavia
si dovrebbe perlomeno tentare di mettersi in quei panni e accettare l'idea
che qualcuno potrebbe non più farcela a vivere. Non dico tutti, ma lasciare
come speranza una morte dolce, non l'incubo di una morte atroce. Marco. Ti capisco, ma resto della mia idea…
Come molti, tu cerchi di oggettivare la tua dolorosa esperienza, ma per risolvere (se possibile) un problema così importante come quello dell'eutanasia è necessario allargare il proprio orizzonte. Di solito si procede partendo dalla propria soluzione e verificando che non ci siano casi in cui si dimostra un po' debole.
Analizziamo la tua proposta: "un malato terminale nel pieno delle sue facoltà mentali e con nessuna, dico nessuna, speranza di vita abbia il diritto di avere un aiuto a porre fine le sue sofferenze".
Si basa su due concetti, terminale e nessuna speranza di vita. Il primo punto è decisamente poco scientificamente quantificabile. Cosa significa terminale? Quanti mesi gli restano da vivere? O forse anni? Esistono malattie che sono incurabili, ma portano alla morte dopo anni. E allora che facciamo? Permettiamo l'eutanasia attiva anche per esse? Esistono soggetti che vivono una vita pseudonormale, ma si sa già che sono "terminali" nel senso che sono così malmessi (per esempio per patologie cardiache gravi) che si sa che non arriveranno all'anno di vita perché una crisi (probabilisticamente) li stroncherà prima. Proviamo a modificare la definizione di "terminale" introducendo il concetto di sofferenza: malato cui restano pochi mesi di vita passati in uno stato di grave sofferenza. A questo punto entra in gioco la "nessuna speranza di vita". Mi pare di intuire che tu non sei credente. Nemmeno io penso che Dio, se esiste, abbia tempo per occuparsi di Tizio o di Caio (che sarebbero raccomandati...) e non dei milioni di altre persone che muoiono di cancro, ma si deve avere rispetto anche per chi crede nei miracoli. In tal senso il "nessuna" è molto presuntuoso perché dà per scontato che la propria visione della vita sia esatta al 100%. Anche da laico il discorso non regge. Per esempio, se un malato ha dieci mesi di vita, chi può escludere che in tale lasso non si scopra qualcosa che possa cambiare la sua situazione? Le più grandi scoperte dell'umanità sono state sempre rapide e immediate. Inoltre c'è un punto più importante da sottolineare. Io sono nettamente favorevole al fatto che i medici e i familiari dicano la verità al paziente in modo da dargli la massima capacità decisionale. Tranne casi rarissimi, se una persona ha deciso in tal senso, prima di diventare come tu dici una larva, può togliersi la vita da sola, se non ne ha il coraggio non è giusto che questo coraggio lo chieda agli altri.
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