L'etica
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L'ultima parte della definizione è spesso riassunta nella contrapposizione di ciò che è bene e ciò che è male. Non a caso viene spesso affiancata al concetto di moralità, l'etica come comportamento morale.
Questa consuetudine non è del tutto corretta; infatti l'aggettivo razionale che compare nella prima parte della definizione serve proprio a distinguere fra morale (insieme dei valori e regole di vita di un soggetto o di un gruppo) ed etica propriamente detta, termine con cui si vogliono, razionalmente, fissare i comportamenti leciti in maniera oggettiva (nel termine morale l'oggettività non è presa in considerazione, in quanto si riferisce a un solo individuo o a un gruppo ben definito).
L'etica oggettiva: esiste?
Nonostante il fallimento della filosofia in senso classico (la scienza di tutte le scienze, con la presunzione di dare risposte su tutti i più grandi enigmi dell'esistenza) che ha riguardato anche l'etica e la sua oggettività, molti pretendono di arrivare a una definizione oggettiva dell'etica con la semplice razionalità, evidenziando la sostanziale equivalenza dei termini oggettivo e razionale. Questo atteggiamento è alla base dell'errore assiomatico (un assioma è una proposizione che viene assunta come vera perché ritenuta evidente).Ogni teoria deve riconoscere punti fermi, verità non dimostrate che sono assunte come vere e dalle quali razionalmente e senza commettere errori logici si desumono tutte le altre proposizioni. Purtroppo in campo etico questi "punti fermi" non sono affatto generalizzabili, anche se all'interno di gruppi omogenei possono essercene molti in comune, rendendo possibile lo scambio e la discussione su temi etici.
È purtroppo abbastanza comune, fra le persone, discutere di questioni etiche senza aver prima verificato di avere una comunanza di assiomi (confusione intersistemica). Così capita di voler smontare la tesi dell'interlocutore usando i propri assiomi: siamo molto soddisfatti della nostra grande capacità razionale, quando in realtà stiamo commettendo un grave errore logico. È evidente che se giochiamo secondo le nostre regole (quelle del nostro sistema) una proposizione dell'altro può essere "sbagliata", ma è scorretto averne dimostrato una scorrettezza universale, abbiamo solo dimostrato la scorrettezza nel "nostro" sistema.
Cerchiamo di spiegare la confusione intersistemica con due esempi.
Esempio dei credenti – Un musulmano e un cristiano si trovano a discutere di questioni morali. Il cristiano (musulmano) cerca di convincere l'altro che la sua etica è quella giusta dicendo continuamente: "Gesù (Maometto) ha detto che…". È evidente la confusione intersistemica. Il musulmano (cristiano) potrà contestare le tesi dell'altro semplicemente dicendo "ma io non credo che Gesù (Maometto) sia fonte di verità assoluta". L'esempio religioso mostra chiaramente che non si vede che stiamo usando un assioma (che per l'altro può non essere valido) perché siamo vittime di un errore razionale (argumentum ad auctoritatem: ciò che dice X è vero) e come sia scorretto pretendere che i nostri assiomi valgano anche per l'altro.
Esempio del killer – Quanto finora detto sembra essere veramente disincentivante, una specie di impossibilità a parlarsi. In realtà non è così. Io posso dimostrare all'altro che sbaglia non usando i miei assiomi, ma, usando i suoi, e facendolo arrivare a conclusioni per lui assurde (tecnica del Ma se…). Se è persona razionale, rivedrà i suoi assiomi e magari si avvicinerà ai miei. Supponiamo che voglia convincere un killer che la sua morale è sbagliata (se mi pagano io uccido, è il mio lavoro). Il modo scorretto (errore intersistemico) è quello di cominciare dicendogli "ma uccidere è male…": sto cercando di convincerlo usando le "mie" regole. Il modo giusto è questo: "OK, se ti pagano tu uccidi. Tu ricevi una busta con un nome e un acconto, vai e uccidi, poi ricevi il saldo sul tuo conto nelle Isole Cayman. Giusto? Vorrei fare un contratto con te, ecco la busta e l'acconto, secondo le tue tariffe". Lui apre la busta e scopre che c'è scritto il suo nome. Probabilmente tenterà un "eh, ma così non vale". Con molta pazienza incominciate a fargli notare che ha dovuto cambiare la regola (aggiungendo per esempio un "tranne me stesso") e trovate una nuova falla nel suo sistema che ha appena ridefinito ecc.
Gli errori comuni
Nella ricerca di un'etica oggettiva (soprattutto con lo scopo di opporsi al relativismo morale o addirittura all'assenza di regole morali) si possono scegliere sostanzialmente due strade sbagliate:
- Si sceglie un'etica rivelata (lasciando a Dio il compito di spiegarci cosa sia giusto o sbagliato), proveniente cioè da una religione rivelata; come detto sopra, per un credente di un'altra religione, per un ateo o un agnostico quell'etica non ha alcun pregio.
- Si sceglie una formulazione etica di facile comprensione, spesso ad effetto (etica semplicistica). Il ragionamento (sbagliato) è circa il seguente: questo principio (o questo insieme di principi) mi sembra inattaccabile, mi basta questo per essere sicuro che possa valere per tutti! Da un punto di vista psicologico, chi elabora un'etica semplicistica lo fa spinto da una grande carica morale, sulla quale spesso poggia (giustamente) la sua autostima. In alcuni casi è palese la mancanza di coerenza e non è difficile trovare casi in cui regola morale crolla (in genere il proponente incomincia ad arrampicarsi sugli specchi per gestire tutte le eccezioni che diventano sabbie mobili dalle quali lui non sa più uscire). Se la scelta è più ragionata e intelligente, come vedremo, tale strada porta spesso a una notevole incompletezza etica. In entrambi i casi, per quanto la formulazione sia semplice (al limite una frase) non si può pretendere che valga come assioma universale.
Etica e Well-being: la coerenza
Nel caso di etica semplicistica, caso banale di formulazione etica
incoerente è quella che ha come unica massima "Ama il
prossimo tuo come te stesso". Un caso più complesso è rappresentato da
tutte le varie forme del discorso della montagna, la regola d'oro dei
cristiani: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi
fatelo a loro (Matteo 7:12). Molti cristiani (e non cristiani che
hanno scelto la regola perché a prima vista inattaccabile) non si accorgono che questa
regola promuove proprio il relativismo morale che loro condannano: se
applicata, ci saranno tante morali quanti sono gli uomini! Gesù intuì
l'importanza della reciprocità nell'etica, ma enunciò il precetto in modo
totalmente devastante: se i nostri desideri sono "sbagliati" è il caos
totale. Pensiamo a questo banale caso: io vorrei che la persona che amo mi
ami. In base alla regola, sarei costretto ad amare anche chi mi ama, ma che
io non amo. Oppure, vorrei che il professore mi promuova: quando diventerò
professore, promuoverò tutti! La regola è un modo molto ingenuo di
codificare una morale. Per ulteriori approfondimenti rimando a
Il mistero di Dio.Dovrebbe essere ormai chiaro che cercare assiomi comuni e globali è del tutto utopistico. Il motivo risiede nel fatto che la realtà è in gran parte costituita da scenari incerti, ogni situazione, ogni ambiente ha mille variabili, condizioni al contorno, eccezioni, casi particolari ecc. In genere chi crede in un'etica oggettiva non fa altro che semplificare la realtà molto rozzamente, dando molte cose per scontate e ignorando dissonanze cognitive palesi. Poiché la realtà è in gran parte incerta, e poiché la definizione dell'etica non può che essere razionale, il Well-being non fa altro che applicare all'etica la teoria della scelta razionale:
un'etica è razionale se è coerente.
Per il Well-being, cioè etica e coerenza (di tutta la nostra vita) coincidono.Delusi dall'affermazione? Raziologicamente parlando, quanto maggiore è la vostra delusione quanto meno siete razionali!
La completezza
A questo punto, molti sostenitori dell'etica semplicistica non saranno
ancora convinti e cercheranno di "complicare" la regoletta di partenza,
sicuri comunque di arrivare a qualcosa di oggettivo. Peccato che incorrano
nel secondo problema dell'etica: la completezza.Quando una persona vuole esplicitare la sua morale (cioè renderla cosciente) deve elencare un insieme di regole su cui la morale si basa. Il processo è analogo a quello di un giurista che esplicita la legge in un codice. Senza codice, per quanto il nostro giudice sia bravo, non potrà mai pretendere di applicare la Legge, ma applicherà la "sua legge", spesso non sempre uguale, dipendente dalla sua personalità e persino dall’umore del giorno in cui giudica. Inoltre non sarà in grado di trasferire efficacemente la legge ad altri. L'insieme di leggi dovrà essere coerente, ma anche completo, cioè gestire tutte le situazioni che normalmente si possono verificare.
Allo stesso modo le regole morali devono gestire positivamente il maggior numero di casi possibili. Vediamo due casi di etica semplicistica che non sono completi.
Primo caso (il buono) - Si consideri per esempio una morale costituita da tre regole che mi è stata recentemente sottoposta:
1) Al di fuori di ogni ragionevole dubbio, l'azione non è dannosa per alcuno, né in modo diretto né in modo indiretto, né nel breve né nel lungo termine? Se sì, allora fermati pure: l'azione è accettabile.
2) Se la domanda di cui sopra non ha una risposta chiara, immaginati che tutti gli uomini trovandosi in quella situazione, si comportino così: la società che ne risulterebbe ti sembra una società buona, che rispetta l'uguaglianza e con la minor sofferenza possibile? Se sì allora fermati pure: l'azione è accettabile.
3) Occorre naturalmente considerare anche tutti i casi in cui non esistendo una scelta "a dolore zero", bisogna scegliere il male minore, stando attenti a evitare il più possibile l'egoismo.
Dalla lettura delle regole si comprende subito che la preoccupazione maggiore (patosensibilità) è di non ledere gli altri. Altra conclusione immediata è che molti concetti non sono definiti. Cosa vuol dire "male minore"? Cosa vuol dire "più possibile"? Cosa vuol dire "egoismo" (che qui è percepito come negativo in assoluto)?. Ognuno può interpretare il tutto a suo piacimento, la regola 3 rende tutto soggettivo.
Vediamo due semplici casi pratici che smontano le tre regole.
1) Un genitore riempie di botte un figlio che non studia perché “ciò è per il suo bene”. Dopo la regola 1 deve andare avanti, ma a 2) si fermerebbe perché lui è veramente convinto che i lazzaroni rovinino la società. Anche ammesso che in 2) abbia perplessità, arrivato in 3) ecco che il “male minore” per lui è un po’ di botte al figlio che da grande lo “ringrazierà” per avergli mostrato la "giusta strada".
2) Tizio ha la madre che a 70 anni non è più autosufficiente, soffre di Alzheimer. Non sa cosa fare, ma alla fine, applica le regole e decide che è moralmente giusto accoglierla in casa propria (ha moglie e due figli), anziché metterla in una residenza per anziani. Per 20 anni (la madre muore a 90) la famiglia deve prendersi cura di una persona non autosufficiente con un grande sconvolgimento della vita, non solo di Tizio, ma anche della moglie e dei figli. La sua scelta è perfettamente compatibile con le 3 regole, ma è masochistica e rivela il carattere patosensibile delle regole: per molti la scelta è disastrosa e quindi certamente l'etica formulata non è (e non potrà mai essere) universale!
Secondo caso (il politico) - Pensiamo a una persona non credente, ma che assuma come regola morale la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Si sentirà soddisfatto perché molti principi sono largamente condivisibili e avrà la presunzione che possano essere accettati universalmente dal genere umano. In questo atteggiamento si deve comunque notare il germe di un errore razionale (argumentum ad numerum): un concetto è vero o giusto se è condiviso da molti.
Purtroppo la dimensione politica e sociale non è che una dimensione della morale. Per esempio la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo enuncia solo diritti e non doveri, cioè non considera l'altra faccia della morale. Molte costituzioni considerano anche i doveri, ma di fatto lasciano ampi buchi su tutto ciò che "è legale, ma non morale". Per esempio un soggetto che ritenga la prostituzione poco etica non può rifarsi a tali testi perché, a meno di interpretazioni molto forzate, non troverà un articolo che condanna la prostituzione volontaria.
Inoltre nel mondo tali principi sono sistematicamente violati in molti Paesi dalla maggioranza delle persone (per esempio in nome della religione), facendo nuovamente cadere la pretesa di una morale universale.
Le regole d'oro del Well-being
Le mie regole d'oro non esauriranno certo tutti i casi (nessuno è perfetto), ma non sono così banali da essere smontate in 5'; con casi tutto sommato comuni. Sono coerenti e complete, non si limitano a citare diritti, ma comprendono anche doveri, descrivono una persona eticamente positiva. Son un esempio di etica, non la sola possibile. Le ho proposte perché di fatto, tranne nelle religioni rivelate, non esiste niente di analogo.L'azione morale: etica e società
Certo, ogni individuo può essere soddisfatto di avere una propria etica coerente e completa, ma come conciliare il fatto che è concretamente impossibile arrivare a un'etica totalmente oggettiva (cioè riconosciuta da tutti) con la necessità dell'etica per il corretto funzionamento della società?Sono infatti palesemente evidenti due fattori:
- l'etica non può prescindere dall'unificazione delle morali dei vari individui, morali le cui incompatibilità sono un ostacolo insormontabile all'unificazione e quindi alla definizione delle regole etiche.
- La società ha bisogno di valori etici per un corretto funzionamento e per la definizione di regole pratiche (la legge ne è un esempio).
La teoria della scelta razionale ci dice cioè che
una condizione facilitante per una società è quella di essere formata da gruppi compatibili.
Ecco quindi che, anziché cercare un'etica oggettiva, la nostra azione deve tendere ad allargare ad altri i nostri convincimenti etici, a sondare la compatibilità con chi ci è vicino, a smussare le incompatibilità. La nostra azione non deve avvenire ordinando agli altri la nostra etica, ma consigliandola perché di fatto promuove per esempio un miglioramento sociale o della qualità della vita dei singoli (visione eudemonistica dell'etica, cioè coincidenza del bene con la felicità).Lo scopo della mia pagina Facebook è proprio questo: diffondere l'etica del Well-being per promuovere una società più moderna.
I COMMENTI
La coerenza è un valore?Perché la coerenza è considerata un valore? Se è un assioma, una norma a priori del Well-being (come penso che sia) va benissimo. Ma ci sono dei motivi che giustificano tale scelta?
A prescindere dai molti motivi che rendono la coerenza individuale auspicabile, se la coerenza (intesa come assenza di contraddizioni nel proprio agire e pensare) non fosse un valore, cadrebbe il senso di ogni forma di dialogo fra gli uomini per stabilire un qualunque punto, fermo o di passaggio, assoluto o relativo che sia. Prendiamo un politico. Se per lui la coerenza non è un valore, non riuscirà mai a convincermi che le sue tesi siano migliori delle mie (magari strampalate e opposte alle sue), potrà solo sperare che emotivamente io sia sulla sua stessa lunghezza d'onda.
Chi non ammette che la coerenza sia un valore, perde il diritto a usare la ragione perché ogni discorso razionale si basa sull'assenza di contraddizioni.
personalità critiche: gli amorali dove li mettiamo?
Bella domanda che però presuppone una chiara, precisa e concreta definizione di cosa sia la morale. Il Well-being dà dell'etica una sua definizione e ogni filosofia lo fa o cerca di farlo.
Anche se può dare molto fastidio, pretendere di arrivare a una morale assoluta, valida per tutti, è utopistico come dimostrare che Dio esiste o che non esiste. Ci possono essere morali compatibili, ma occorre stare molto attenti a non identificarsi con il senso comune della morale che, naturalmente, è vittima dei tempi.
Per capire come la domanda sia involontariamente poco concreta basti pensare che un cattolico ritiene chi è favorevole all'aborto (insieme di persone rappresentato ovviamente da una psicologia variabilissima) un amorale. A questo punto si comprende che non ha senso cercare di mettere in correlazione le personalità con il concetto di assenza di morale.
Di fronte a una persona che pensiamo sia un amorale è necessario capire perché lo è e, una volta compreso, sarà possibile una classificazione.
Quello che voglio dire è che si può essere amorali per violenza, per apparenza (chi cerca il successo, la ricchezza ecc.), per dissolutezza, persino per romanticismo.
Un sottoinsieme interessante è quello costituito dai furbastri, di tutti coloro che pensano di usare l'astuzia, la scaltrezza, di stare ai confini delle regole (o di infrangerle senza essere scoperti) per vivere meglio. Da Ulisse in poi il termine astuzia coniuga l'intelligenza, ma anche l'inganno e ciò, prima o poi, diventa un boomerang. Non a caso questi individui suscitano molta diffidenza nelle persone dotate di un decente spirito critico e quindi, restano alla fine comunque penalizzate nei rapporti umani.
Ci sono persone che danno poco valore alla morale e ritengono di non essere "critiche". Personalmente sono convinto che si sbaglino. Non basta non sentire rimorso per come si vive per non avere una personalità critica, tale cioè da non generare problemi. La strategia esistenziale corretta è quella che assicura un buono stato esistenziale il più a lungo possibile, non solo quando si è giovani.
Chi non ha morale difficilmente alla lunga conserverà un buon mondo dell'amore. Un po' come chi ama il sesso e non è interessato per nulla ai sentimenti verso il partner, passando da un'avventura all'altra. A 20-30 anni la strategia sembra che funzioni, a 40 incomincia a scricchiolare, a 50 già diventa un patetico uomo maturo che insegue le ragazzine (o che deve accontentarsi di quelle "donne sciupate" che anni prima non vedeva nemmeno). A 60 è finito.
Così l'amorale non ha armi per affrontare il passare del tempo, il suo mondo dell'amore diventa sempre più vuoto e diventa perdente perché il mondo dell'amore migliora la qualità della nostra vita.
In genere con gli amorali non voglio averci nulla a che fare perché non penso siano in grado di costruirsi un vero mondo dell'amore. E quindi non posso che metterli nel mio mondo dell'indifferenza (neutro)
personalità critiche coerenti?
Faccio fatica a pensare un mondo equilibrato in cui ognuno segua coerentemente la propria morale. Cioè se uno ha alcune personalità critiche, magari si ricava una morale coerente, vive coerentemente con le sue personalità critiche e ostacola anche gli altri; ovviamente più individui così combinano un disastro!! Però sono tutti coerenti internamente.
Anche nel quotidiano ognuno ha la propria morale (che spesso vuole imporre agli altri)!
Dal punto di vista pratico sono sotto agli occhi di tutti i contrasti di morali diverse (vedasi l'attuale scontro su Eluana Englaro). Quindi è utopistico pensare a una morale unica e assoluta. Va da sé che avere una morale coerente significa almeno sforzarsi di esserlo e, credimi, non è facile. Oggi gli amorali non si pongono il problema di seguire una morale, né di esservi coerenti. Quindi la soluzione del Well-being è comunque un passo avanti rispetto alla situazione attuale.
> magari si ricava una morale coerente, vive coerentemente con le sue personalità critiche e ostacola anche gli altri
La stessa cosa succede con la morale assoluta. Un mistico (vedi il papa) chiamerà me assassino perché sono favorevole all'aborto. Tu non puoi impedire che una persona (che tu giudichi positivamente o meno) segua una sua morale; il Well-being ti dice anche che tu devi verificare che sia coerente, senza pretendere di imporre utopisticamente questa o quella.
Sul fatto poi che una personalità critica riesca a essere coerente ho veramente grandi dubbi; infatti tu dici magari, ma io non ho mai trovato nessun perdente così coerente da generare comunque la mia stima.
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