Depressione
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La
depressione è considerata uno dei mali più subdoli che affliggono
la nostra società. Difficile da diagnosticare con esattezza, difficile da
curare. La complessità del problema dipende dal fatto che non si tratta solo
di una patologia (il cui campo sarebbe di totale competenza della medicina),
ma di una situazione esistenziale in cui s'intrecciano:- uno stato fisico patologico (componente fisica)
- uno stato psichico patologico (componente psichica)
- scelte di vita errate (componente esistenziale)
- vissuto di situazioni negative (componente reattiva).
per ogni paziente esiste una forma di depressione.
In altri termini:la depressione è una malattia personalizzata.
Questo semplice concetto non è spesso compreso né dal terapeuta né dal paziente; se entrambi tentano di ricondurre a una sola componente una forma depressiva complessa, difficilmente si potrà uscire dalla situazione. È sorprendente come anche agli addetti ai lavori sfugga sovente il vettore depressione, cioè la presenza (o assenza) di una o più componenti nel soggetto depresso. È pertanto fondamentale comprendere come dalla descrizione medica si riesca a formulare una nuova classificazione, moderna e soprattutto concreta.La medicina - Dal punto di vista medico la depressione è uno stato mentale evidenziato da riduzione delle attività psichiche e motorie, incapacità di progettare il futuro, ansia. Può essere reattiva o non reattiva. La depressione reattiva si manifesta in seguito a un evento negativo. Fra quelle non reattive si devono separare le depressioni su base organica (causate da altre malattie come disturbi della tiroide, disturbi neurologici degenerativi ecc.) e quelle iatrogene (causate da farmaci come i cortisonici, i betabloccanti ecc.). Fra le depressioni non reattive prettamente psichiche si possono ricordare quelle ricorrenti (si ripresentano con una certa regolarità e sono collegabili a disturbi biologici del cervello), quelle bipolari (originariamente denominate psicosi maniaco-depressive perché il soggetto alterna periodi di euforia a periodi di depressione), le distimie (depressioni nevrotiche, in cui si ha un costante abbassamento del tono dell'umore senza giungere a gravi compromissioni della vita del soggetto). La depressione può essere curata con farmaci o con la psicoterapia. La scelta deve essere effettuata in base al tipo di depressione che, anziché una malattia, deve essere considerata una classe di patologie. Ai due estremi possiamo trovare la depressione maggiore malinconica (profonda depressione del tono dell'umore, netto rallentamento psichico e motorio, idee di colpa e di rovina, andamento episodico con tipico peggioramento al mattino ecc.), per la quale è fondamentale il ruolo dei farmaci, e la depressione minore ansiosa (depressione del tono dell'umore meno grave, ansia, autocommiserazione e accusa del mondo esterno per le proprie condizioni, decorso più o meno continuo, eventualmente aggravato o alleviato da fattori esterni), per la quale è importante la psicoterapia. Quest'ultima può essere di tipo cognitivo (per correggere gli errori nello schema di pensiero del paziente), a orientamento interpersonale (per migliorare la socialità del soggetto) o a orientamento psicodinamico (per ricostruire eventi o conflitti passati alla base della patologia).
Gli antidepressivi - Milioni di persone vi ricorrono, ma sono pochissimi quelli che sono guariti da depressioni severe. Basterebbe questa constatazione per far dubitare. Purtroppo la ricerca ha continuato a sfornare negli anni dati che sembravano attestare la validità di farmaci antidepressivi, convenzionali e non (come l'iperico). In realtà in tutte le ricerche la percentuale di successo del farmaco era superiore a quella del placebo, ma inspiegabilmente l'efficacia di quest'ultimo non era nulla!!! Come dire il 30% guarisce col placebo (cioè con nulla!) e il 60% con l'antidepressivo, quindi il 30% delle guarigioni è merito del farmaco. In realtà è un modo di ragionare decisamente scorretto. Una ricerca in cui il placebo abbia una qualche efficacia è una ricerca sbagliata (nel campione, nelle metodiche, nell'analisi dei risultati o altro, vedasi Il trucco del placebo). In effetti la tesi di J. Frank (Persuasion and Healing), secondo la quale suscitare speranza aiuta a guarire, spiega non solo l'effetto del placebo in queste ricerche, ma anche il risultato dell'antidepressivo, somministrato a un paziente ignaro, ma da un medico che con le sue attenzioni può "aiutare a guarire", temporaneamente s'intende, ai soli fini della statistica della ricerca. Nel 2002 Irving Kirsch ha pubblicato un lavoro (su Prevention & Treatment, rivista on line della American Psychological Association) in cui esamina gli studi che le case produttrici inviano alla FDA (Food and Drug Administration). Kirsch ha scoperto che:
- la differenza fra farmaco e placebo è minima;
- non esiste una relazione fra la quantità di farmaco assunto e il suo effetto prodotto nell'organismo.
Il vettore depressione
La descrizione che la medicina dà attualmente delle forme depressive è facilmente inquadrabile nel modello del vettore depressione e ciò consente di avere le idee molto più chiare. Le corrispondenze sono facili per le depressioni pure:- depressione reattiva <-> componente reattiva massima
- depressioni su base organica o iatrogena <-> componente fisica massima
- depressione bipolare, depressione maggiore malinconica <-> componente psichica massima.
Troppe volte una tristezza occasionale, sbalzi d'umore, una facile affaticabilità vengono scambiati per depressione, mentre non sono che un semplice calo dell'umore. Da qui si rientra in un labirinto da cui non si riesce più a uscire; gli psicofarmaci diventano le mura di questa prigione e il soggetto si convince della loro necessità, tralasciando ogni analisi della componente esistenziale dei suoi problemi.
La depressione esistenziale
Questa parte è dedicata alla depressione in cui la componente esistenziale è piuttosto alta. Le sue conclusioni non si possono applicare cioè a quelle depressioni in cui questa componente è piccola.Come riconoscere una depressione esistenziale? Molti soggetti riferiscono di aver perso interesse per le cose quotidiane della giornata e, se il loro stato è penoso, è difficile concludere che si tratti di una depressione esistenziale. In realtà ciò che è fondamentale è scoprire se fra gli interessi persi esistevano oggetti d'amore e se questi erano amati correttamente. Se la perdita di interessi riguarda solo la quotidianità, come il semplice lavoro, lo studiare, il guardare la televisione ecc. e si scopre che il soggetto non aveva veri oggetti d'amore (o che li amava male, in maniera nevrotica), allora è molto probabile che la componente esistenziale della sua depressione sia massima. La domanda fondamentale è dunque la seguente:
prima della depressione c'era qualcosa che amava veramente investendo entusiasmo in questo oggetto d'amore?
Se no, la depressione non è che la "presa di coscienza inconscia" (notate l'apparente contraddizione da cui nasce il dramma della depressione) dell'assenza nella vita di vero amore.Il dolore non è necessario - Secondo la religione buddhista la vita è dolore; questo è un concetto che non è noto a molti buddhisti occidentali che hanno frainteso la loro religione e hanno aderito a essa solo in un impeto di misticismo o per liberarsi dai vincoli di religioni come il cristianesimo e l'islamismo che intervengono pesantemente nella vita quotidiana, condizionando le scelte dei loro fedeli. Non è però solo il buddhismo che ritiene che la vita sia dolore; molte altre religioni attribuiscono al dolore e alla sofferenza un valore particolare e fanno di chi soffre una specie di eletto. La cosa non è chiara nemmeno ai sacerdoti; per limitarsi al cattolicesimo, è indubbio che esistano uomini di Chiesa che sono inclini al sorriso e alla gioia e altri che invece fanno dell'ascetismo, della sofferenza, del dolore il filo conduttore della vita.
Con una semplice analisi della situazione odierna si scopre facilmente che oggi troppe persone soffrono di depressione. Tralasciando i casi clinici, molte forme depressive (soprattutto se lievi) sono perfettamente spiegabili con l'organizzazione della vita del soggetto. Purtroppo per molti individui il dolore, la sofferenza, i problemi sono proprio ciò che aiuta a vivere, riempiendo una vita incolore. L'assenza di amore (per la loro incapacità di amare) li porta a trovare nella sofferenza l'unica cosa che giustifichi la vita; il loro atteggiamento sembra masochistico, ma in realtà è un mezzo di difesa. Se prendessero coscienza della loro incapacità di amare (e purtroppo molti arrivano a questo stadio), capirebbero che la loro vita è vuota e inutile per colpa loro, non per i problemi che li affliggono, per le preoccupazioni che li schiacciano, per la malattia che li uccide.
La predisposizione - Il profilo tipico di un depresso esistenziale è:
- assenza di veri interessi
- assenza di autosufficienza
- forza di volontà anevrotica assente o limitata.
L'amore per qualcosa o per qualcuno non proviene dalla capacità di amare, ma è subordinato ad altre cause come il successo, la necessità di appoggiarsi alla persona amata ecc. Non si tratta di interessi veri, ma effimeri, che stanno in piedi finché danno al soggetto quello di cui ha bisogno: ci si butta nel lavoro per la carriera o per i soldi non perché si ama ciò che si fa, si pratica sport perché si vince e non per il piacere di farlo, si coltiva un hobby perché ci permette di avere relazioni sociali e non perché lo si ama ecc.
L'individuo spesso non è autosufficiente: ha bisogno della famiglia, dei genitori; spesso soffre la solitudine in assenza di un partner con cui vivere la vita; se lo trova, diventa dipendente sia economicamente sia esistenzialmente da lui ecc.
Per approfondire il concetto di forza di volontà anevrotica si segua il link sopraindicato.
I motivi - I motivi apparenti di una depressione esistenziale sono tanti e a volte sembrano molto credibili; può darsi per esempio che chi aveva qualcosa d'amare e lo ha perso entri in un periodo di depressione; se il periodo si protrae probabilmente la persona aveva vissuto senza aver sviluppato sino ad allora la capacità d'amare che gli avrebbe permesso di sostituire l'oggetto dell'amore. In realtà il vero motivo è sovente lo stesso: purtroppo chi è portato a vivere periodi di depressione esistenziale non sa amare (o lo fa in modo sbagliato) sin da piccolo; anche se si è interessato a molte cose, mai in genere lo ha fatto per amore: lo ha fatto perché spinto dalla famiglia, lo ha fatto per ottenere l'ammirazione degli altri, lo ha fatto per un'infatuazione passeggera, lo ha fatto per nascondere o risolvere i propri problemi. Chi ama veramente non ha tempo per essere depresso e amare dipende solo da noi, non da ciò che ci viene offerto dal mondo.
Come uscirne - In poche righe non si può certo avere la pretesa di insegnare come riorganizzare la propria vita. Si può però dire cosa non si deve fare. Il depresso esistenziale spesso fa di tutto per non modificare una virgola della sua vita: si affida ai farmaci, convinto che la sua sia una malattia solo chimica, oppure si affida al terapeuta perché vuole sentire parlare della sua condizione, dei suoi sintomi, di come curarsi: ci vogliono spesso mesi o anni per arrivare alle cause. Deve invece fare tabula rasa del suo precedente modo di vivere, nascere ancora, imparare (o reimparare) ad amare il mondo, sviluppando la sua capacità d'amare: non può pretendere che la sua anima ritorni a volare se non cambia nulla, se non si costruisce un nuovo paio di ali.
IL COMMENTO
Prozac® generation
Sembra
che a breve anche in Italia il Prozac®, un farmaco
anti-depressivo etichettato come SSRI (inibitori selettivi riassorbimento
serotonina), potrà essere somministrato con facilità ai minori, bambini
compresi. La notizia ha sconvolto i più, ma non vedo cosa ci sia di male.Se un adulto deve ricorrere alla pastiglia per (cercare di) vivere decentemente, pur avendo tutte le facoltà razionali e l'esperienza per uscire da certe situazioni che sono sicuramente peggiorate dalle sue scelte esistenziali (la depressione endogena non è frequente nella popolazione), perché non può ricorrervi un bambino che non è sicuramente ancora in grado di capire i suoi eventuali errori esistenziali? Praticamente l'adulto si autoassolve con l'alibi che "la depressione non dipende da lui" (e, ripeto, ciò è vero in una percentuale abbastanza piccola di casi), mentre il bambino dovrebbe risolvere i problemi in altro modo.
La realtà è che, adulto o bambino, chi assume Prozac® può al più sopravvivere…
