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La caccia
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fagianiLa caccia è un argomento su cui molti mi hanno chiesto un parere. Al di là del tema in sé, è importante capire che è un interessante banco di prova per la propria psicologia e per la propria capacità razionale, in primis la capacità di essere coerenti.

A favore

La logica di comodo

Con questa espressione intendo una forma di indagine non oggettiva che investe le proprie energie razionali nella condanna di qualcosa che comunque sentiamo estraneo.
La logica di comodo è usata per esempio da chi vuole risolvere problemi gravi sull'abolizione di ciò che a lui non interessa. Per esempio, "aboliamo le discoteche così evitiamo le stragi del sabato sera". A me di andare allo stadio non importa nulla, né tanto meno di andare in discoteca, ma la mia motivazione sarebbe molto fragile se io dicessi: "per evitare gli incidenti allo stadio, aboliamo il fatto che la gente ci vada, in fondo non è indispensabile andare allo stadio (fra l'altro, la partita si può vedere in tv), ci sono altre forme di divertimento".
Sulla questione della caccia molte persone usano una logica di comodo. Una buona parte della popolazione (30%?) è contraria all'esercizio della caccia in una sua qualsiasi forma. Ecco che quindi Tizio che è contrario alla caccia elabora tutto un bel ragionamento secondo la logica di comodo (tanto lui a caccia non va). Peccato che non sia vegetariano in senso stretto e che durante l'elaborazione non si accorga delle incoerenze della sua teoria.
Infatti

(1) solo un vero vegetariano può essere contro la caccia.

Stimo chi è idealmente contro la caccia, purché sia vegetariano (in altra sede spiego perché non sono vegetariano).
In Italia il numero dei veri vegetariani è all'incirca uguale a quello dei cacciatori, mentre oltre il 90% della popolazione non è vegetariano. Una buona parte di questo insieme (almeno il 30%) è idealmente contro la caccia. Ed è incoerente. Per dimostrarlo basterebbe chiedergli quale significativa differenza razionale esiste fra liberare un fagiano in un prato e cercarlo due mesi dopo per sparargli, ucciderlo e cibarsene e inseguire in un pollaio una gallina per tirarle il collo e poi cucinarla. Ovvio che se non si è vegetariani, si può essere contro certe forme di caccia, ma non contro la caccia in sé. Ecco perché, proporremo un modello moderno di caccia, forse inviso a molti cacciatori, pseudo-Rambo della domenica.
La logica di comodo tocca il massimo quando si elaborano posizioni come questa (da una mail): credo che ci sia una grossa differenza tra essere insensibili alla sofferenza procurata indirettamente agli animali e la sofferenza inflitta manu propria; io, come tanti altri, tantissimi, ci siamo evoluti e ipocritamente facciamo fare il lavoro sporco ad altri, i cacciatori no! Francamente vedo la stessa differenza che c'è fra il capomafia che ordina un'esecuzione e il killer che la esegue. Non c'è nessuna evoluzione, solo ipocrisia.

L'ignoranza

Ignorare cosa sia la caccia predispone a molti errori logici. Innanzitutto molti confondono la caccia con il bracconaggio. Essere contro la caccia perché si è colpiti da un caso di bracconaggio (come l'uccisione di falchi sullo stretto di Messina, secondo un'imbecille tradizione) o da un particolare tipo di caccia (come quella alle balene, pratica alla quale moltissimi cacciatori sono comunque contrari) è come essere contro l'uomo e l'umanità perché esistono pedofili, stupratori, ladri, assassini, evasori fiscali ecc.

La patosensibilità

lepreIl non vegetariano che è contro la caccia solo perché la ritiene crudele, probabilmente è una persona patosensibile che accetta il dolore e la morte se non li vede (macellazione degli animali) o se li dimentica! A questo proposito riporto in calce un pezzo sulla patosensibilità tratto dal mio La felicità è possibile. Affermare che "il mio divertimento non può essere collegato alla sofferenza o morte di un altro essere vivente" è comunque una forma di patosensibilità perché si soffre per l'altro (che è sostanzialmente un estraneo), mettendosi dalla sua parte e dimenticando sé stessi. Esattamente come quando ci si rattrista perché si vede una famiglia sterminata da un incidente automobilistico in televisione: ci si mette dalla parte dei familiari delle vittime o delle vittime stesse. E questo è sbagliato perché, come spiegato nella pagina sulla patosensibilità, si potrebbe soffrire per sempre, tutti i giorni. Il non vegetariano patosensibile soffre per la scena di caccia, ma non soffre (perché lo dimentica o non lo vede) per il vitello ammazzato sparandogli un chiodo in testa.
Il divertimento - Utilizzare la discriminante del divertimento significa arrampicarsi sugli specchi. Che c'entra il divertimento? La sua assenza (come nel contadino che uccide la gallina per mangiarsela; tra l'altro il piacere del cibarsene c'è sempre!) non è un'attenuante: il killer non può dire al giudice "ma signor giudice, io non lo faccio per divertimento, lo faccio per lavoro, dovrebbe concedermi le attenuanti!".
Premesso che il vero cacciatore non caccia solo "per divertirsi" (in ogni oggetto d'amore c'è piacere e divertimento, ma non solo). analizziamo la frase "non è lecito distruggere esseri viventi per divertimento o senza motivi legati ai bisogni umani". Peccato che si dimentichi che il divertimento è un bisogno umano. Senza divertimento la nostra qualità della vita sarebbe ben misera. Si potrebbe rispondere che non è necessario andare a caccia per divertirsi, ma si cadrebbe in contraddizione su tutte quelle attività che si fanno per divertimento, ma concorrono alla distruzione della natura (vedasi paragrafo seguente sull'opportunismo).

L'opportunismo

Vediamo diversi casi in cui per opportunismo si accettano situazioni dove la natura è penalizzata, mentre si pretenderebbe di negare la caccia.
Il piacere di non avere fastidi - Un'altra forma di superficialità è la dimenticanza che l'uomo elimina le specie animali che gli sono comunque in qualche modo ostili: dalle fastidiosissime zanzare ai ratti (avete presente la derattizzazione?), agli animali che danneggiano l'agricoltura (avete presente tutti gli insetti dannosi?), alle meduse o agli squali che allontanano i turisti dalle spiagge. Il non vegetariano superficiale è come il pacifista a oltranza che vuole la pace mondiale, ma non si accorge che poi è il primo a incazzarsi alle riunioni condominiali. Un esempio è dato nel commento sui caprioli piemontesi.
Il piacere del cibo - Visto che non è necessario cibarsi di carne per stare in salute, alcuni non vegetariani si arrampicano sugli specchi per motivare perché è giusto mangiare animali allevati mentre è sbagliato cacciare. Uno di essi ha sostenuto la singolare tesi che gli animali allevati sono "nati già morti e io me ne cibo". mentre quelli cacciati sono liberi ed è inutile ucciderli perché "ogni animale ucciso soffre". Ovviamente questa posizione è facilmente contestabile:
a) se, per coerenza, nessuno mangiasse carne, non si ucciderebbero nemmeno polli, maiali ecc. Pensiamo (riecco la patosensibilità...) al dolore di una bambina che ogni giorno passa vicino a uno steccato dove è rinchiuso un vitellino e ci gioca per qualche momento. Poi un giorno non c'è più e il nonno le spiega: "lo hanno ammazzato per fare la bistecca che tu hai mangiato oggi".
b) Molti animali cacciati non sono che animali allevati. Quindi al più si può essere contro la caccia ad animali liberi, ma non contro la caccia in generale se contempla solo l'uso di animali allevati (fagiani, lepri, quaglie, anatre ecc.).
I cacciatori si occupano (anche economicamente) delle zone di ripopolamento (dove la caccia è vietata) che sono null'altro che grossi allevamenti dove i fagiani (e altra selvaggina) si riproducono per poi essere lanciati nelle zone dove si può cacciare. Non c'è molta differenza con i pollai dei contadini. E il non vegetariano opportunista le galline le mangia, anche se delega ad altri l'uccisione.
Nelle riserve di caccia i fagiani (di allevamento, in grandi voliere, esattamente come i polli) sono liberati la sera prima della battuta (vedi il commento su Madonna). Quindi essendo "già morti", non vedo perché vietarne la caccia. Quindi il non vegetariano opportunista non dovrebbe essere contrario a questo tipo di caccia.
c) Il confronto fra selvaggina e animali allevati è gravemente incompleto perché ci si dimentica che comunque ci si ciba (chi non è vegetariano) di animali nati liberi. Pensiamo ai tonni o ai salmoni e a molti pesci o molluschi. Se si mangiano tonno, salmone, spaghetti alle vongole "veraci" e si è contro la caccia si è incoerenti. Perché quegli animali non sono nati "già morti". Mi riesce difficile credere che il non vegetariano opportunista entri in un ristorante e quando gli portano il menù chieda: "ma questa orata (tonno, pesce spada, salmone, merluzzo, persino le lumache!) è d'allevamento? Perché sa, se non è d'allevamento io non mi sporco l'anima mangiando un animale ucciso mentre era libero". Avete presente le mattanze dei tonni?
Il piacere del vivere comodi - Abbiamo visto che se ogni italiano avesse a disposizione un campo di 70x70 m non ci sarebbe più spazio, tutto sarebbe cementificato. Eppure moltissimi italiani continuano a farsi o a sognare villette e seconde case. Quindi qualunque persona razionale dovrebbe capire che costruire una villetta è comunque un attentato all'ambiente. Se poi ci si passa sopra "perché non è così grave", allora anche il cacciatore potrebbe rispondere che uccidere un fagiano che lui ha liberato non è così grave.
L'uomo distrugge la natura per la propria qualità della vita e sono pochissimi coloro che non utilizzano questo approccio. Che dire delle piste da sci che hanno sventrato montagne intere? E di parchi come Eurodisney o Gardaland che hanno inghiottito milioni di metri quadrati di verde per puro divertimento? Che dire delle spiagge italiane d'estate praticamente negate a ogni forma di vita animale perché la gente deve stendersi al sole? Che dire delle molte e inutili strade che massacrano milioni di animali (il 30% delle lepri che i cacciatori liberano vengono travolte dalle auto)? Avete presente i ricci spiaccicati sulle strade costruite per il progresso civile? Come sarebbe accolta la proposta del presidente del Consiglio di una tassa dello 0,5% sul reddito per finanziare la dotazione di tutte le strade di una recinzione di sicurezza alta 50 cm?

Contro

La legge

In Italia la legge è sempre stata eccessivamente a favore della caccia. Basta pensare che l'articolo 842 del Codice Civile recita: il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l'esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno. Egli può sempre opporsi a chi non è munito della licenza rilasciata dall'autorità. Paradossalmente un cercatore di funghi o una famiglia che passeggia nei campi deve chiedere il permesso al proprietario del fondo, un cacciatore no. In altri Stati anche il cacciatore è soggetto alla richiesta di permesso e ciò tutela il proprietario che è contrario alla caccia alla pratica sul suo fondo (in Italia il fondo deve essere chiuso, cioè cintato con una rete alta almeno 1,80 m, con costi cioè elevatissimi).
Di fatto la selvaggina resta sempre res nullius (e quindi è di chi la cattura), in contrapposizione a concetti più logici come res communis o res propria (del proprietario del fondo). Appare difficile definire un animale migratore di nessuno quando un giacimento minerario è dello Stato, cioè di tutti. Il concetto di res nullius di fatto giustifica lo sterminio di ogni specie sul territorio.

I cacciatori

È importante distinguere la caccia dai cacciatori. Come tutte le categorie umane, i cacciatori hanno in sé esempi veramente deplorevoli. A questi di solito si attaccano gli anticaccia per sostenere le loro tesi. L'errore logico è evidente: se condanno la caccia per quello che fanno i cacciatori, dovrei condannare l'umanità per quello che fanno gli uomini, visto che c'è chi non è onesto, chi evade le tasse, chi ruba, chi tradisce il coniuge, chi picchia i bambini, chi è pedofilo, chi uccide ecc.
Così fra i cacciatori c'è il violento che spara a ogni cosa, l'apparente che si veste come Rambo, il sopravvivente che vaga fra i campi come hobby ecc. Probabilmente solo un cacciatore su dieci dovrebbe cacciare, proprio come al massimo una su dieci è una persona equilibrata. Basta leggere il progetto che segue sulla caccia sostenibile per capire come i cacciatori che sparano ad animali liberi non in soprannumero non hanno più alcun senso nel XXI sec.

La giustificazione alimentare

Nessuna persona può trovare un motivo razionalmente valido al fatto che si caccino animali non edibili (o difficilmente edibili perché troppo minuti) solo per sport o divertimento; difficile giustificare lo sparare a un uccello più piombo che il suo peso oppure la caccia a specie che sono talmente piccole e ormai poco diffuse (beccaccini) che una giornata di caccia fortunata non può comunque produrre risultati alimentarmente apprezzabili. Se una persona vuole esercitarsi nel tiro, come sport può dedicarsi al piattello o al tiro a segno.
La caccia ad animali edibili di media-grossa taglia può invece tranquillamente sostituire le immangiabili carni dei prodotti di allevamento intensivo, fra l'altro assicurando all'animale una vita più decorosa (e, a differenza della gallina nel pollaio, una non minima probabilità di sopravvivenza, se casualmente si rifugia in zone dove la caccia è proibita).

Caccia sostenibile


Chi utilizza una posizione più imparziale comprende che non ha senso negare (no alla caccia, no alle villette, no a…), ma è necessario regolamentare. Da qui il concetto di caccia sostenibile.
È evidente che la caccia è soggetta a leggi (altrimenti è bracconaggio; l'analogia è guadagnare soldi onestamente o meno, dalla rapina in banca all'evasione fiscale); tali leggi possono essere molto permissive (e ciò è sbagliato) oppure no. Quindi non esistono solo le posizioni estreme (contro la caccia o a favore della caccia) ma anche quella a favore di un certo tipo di caccia in un certo territorio e in certi periodi. Secondo me, questa posizione si chiama caccia sostenibile.
Premesso che rigetto le motivazioni del non vegetariano patosensibile o di quello superficiale, nella posizione del vegetariano opportunista esiste un concetto che è meritevole di essere studiato: il concetto di animale libero. Dove per libero non si intende quello nato in libertà (come abbiamo visto, molte zone di riproduzione non sono che grandi pollai dove la selvaggina si riproduce), ma quello di specie non allevabili.
Vietare la caccia ad animali liberi (io per esempio non caccio beccacce, beccaccini, pavoncelle ecc. e sono contro la caccia alle balene o ai piccoli di foca) è una forma moderna d'interpretare la caccia. È importante però essere realisti e non ricadere nelle obiezioni che abbiamo fatto ai punti precedenti, facendo quindi delle eccezioni.
Ecco il semplice manifesto della caccia sostenibile.
 
1) È consentita la sola caccia/pesca alle specie allevabili e a quelle non allevabili destinate all'alimentazione di massa.
2) In deroga, è consentito il prelievo venatorio su specie in soprannumero e che siano in qualche modo conflittuali con le attività umane (dal punto di vista economico o salutistico) o con l'equilibrio ecologico.
 
Ovvio che questa proposta non può soddisfare gli animalisti più convinti (io direi estremisti), ma dovrebbe convincere il non cacciatore non vegetariano che vuole essere coerente.
Il punto 1) consente per esempio la pesca di merluzzi, salmoni, tonni ecc., ma esclude la caccia alla migratoria minuta.
Il punto 2) consente di superare i punti critici citati nel paragrafo sull'opportunismo.
 
A mo' di esempio in provincia di Pavia potrebbe essere ammessa la sola caccia a:

Fagiano, starna, pernice rossa, lepre, coniglio selvatico, minilepre, volpe, cinghiale, coturnice, colombaccio, cornacchia grigia, germano reale, quaglia.

Se la proposta vi piace, diffondetela. Penso che la maggioranza dei cacciatori sia contraria, ma una buona parte sarà favorevole. Probabilmente, se anche gli animalisti l'avessero sostenuta, avrebbero ottenuto qualcosa, mentre in 30 anni di lotte non hanno ottenuto praticamente nulla.
 
Se volete leggere mail e commenti sull'argomento, cliccate qui.
Cosa è la caccia

Chiediamo a un cacciatore cosa sia per lui la caccia.
Proviamo a sostituire cacciatore con "uomo" e caccia con "donna" e si comprenderà il test. Cosa pensare di un uomo che dica che una donna per lui è un divertimento, un hobby, uno sport, un'arte o un oggetto d'amore?

Un divertimento -> Da abbattere al posto del fagiano. In genere è un violento.
Un hobby -> Si può usare una cartuccia dell'11 per non ferirlo gravemente, ma anche questo soggetto non è granché
Uno sport -> Bisognerebbe indagare come va a caccia, ma cosa ci sia di sportivo nel far fare tutto al cane o sparare magari 35 g di piombo a un'allodola che ne pesa altrettanti, non saprei proprio.
Un'arte -> In genere è un contemplativo.
Un oggetto d'amore (una religione) - La mia risposta.

Domani mattina, se non nevica (con il terreno coperto di neve non si può cacciare), vado a caccia. Troverò Claudio. Io e lui praticamente ci dividiamo la zona attorno all'Area Rossa. Gli altri cacciatori ormai la evitano perché ci siamo noi due, alcuni, senza esagerare, ci odiano. Perché noi ci siamo sempre, mentre loro vorrebbero fare un giretto di un paio d'ore, sparacchiare a un fagiano facile, come si faceva tanti anni fa quando di fagiani ce n'erano tanti. Quest'anno è più dura, ma io e Claudio inventiamo tantissimi fagiani, quelli che un altro cacciatore "bravo" che caccia "per divertirsi" magari fa in dieci anni. A dire il vero, lui è da quest'anno in pensione e fa qualche fagiano più di me, ha un cane che macina chilometri e fa passare in un minuto il terreno che io e Cassie battiamo in dieci. Ci stimiamo, cosa incredibile visto che fra cacciatori di solito c'è solo invidia (trasforma la tua invidia in ammirazione per chi è più bravo di te!). E' una delle poche persone che mi ha insegnato qualcosa. In particolare mi ha insegnato quello che cerco di trasmettere nel sito, l'incredibile concetto d'amore basato sulla conoscenza. Chi caccia per divertirsi dopo poco si stufa e pensa che non ci siano più fagiani, ammesso che ne abbia trovato uno. Noi sappiamo che uno c'è sempre, se la terra vuole che ci sia.
Ricordo una mattina di dicembre di un paio anno fa, a cinque sotto zero con la nebbia che inghiottiva tutto: ci incontrammo, ormai eravamo i soli che battevano ancora la campagna, da giorni non prendevamo nulla (sembravamo i protagonisti de Il vecchio e il mare, ricordate: "Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce."). Scambiammo qualche battuta, poi ci "accordammo", lui andò verso il canneto, io verso la Rotta. Poco dopo dal canneto riecheggiò uno sparo, l'aveva preso. Nella mente cercai d'immaginarmi come il suo cane l'aveva trovato, sorrisi, forse ne avrei trovato uno anch'io. Feci ancora qualche passo lungo la roggia quando partì un maschio, praticamente dal nulla, tanto la riva era pulita. Cadde al di là della roggia e dovetti guadarla per andarlo a riprendere, mentre Cassie mi aspettava con la zampa sul fagiano. Fui sicuro che in quel momento Claudio stava sorridendo.
I pantaloni erano fradici, ma la mattina era appena cominciata, a cinque sotto zero faceva caldo.

La tortora, il pesce e la carota (il patosensibile)

Il cacciatore vide la tortora avvicinarsi, probabilmente con l'intenzione di sostare un poco sull'albero sotto al quale era appostato; quando l'uccello fu a tiro, l'uomo sparò. La tortora cadde come un sasso, a una quindicina di metri dal cacciatore che subito corse a raccogliere la preda. Quando arrivò sull'uccello si accorse con delusione che il suo tiro non era stato preciso e che l'animale aveva solo un'ala spezzata. Decise di non farlo soffrire inutilmente; lo prese in mano e spense quegli occhi pieni di paura sbattendogli la testa violentemente contro il calcio del fucile un paio di volte. Poi ripose l'uccello nel carniere e si pulì la mano sporca di sangue in un ciuffo d'erba.
Il pescatore vide il galleggiante muoversi e sparire sotto il pelo dell'acqua. Con la consueta abilità portò l'ultimo pesce della giornata a riva, staccò l'amo e buttò la preda nel retino. Dopo una decina di minuti, quando il sole cominciava a essere troppo basso, decise di tornare, svuotò il secchio e mise i pesci in una busta di plastica. Mentre tornava a casa in quel sacchetto i pesci asfissiavano alla ricerca di un po' d'acqua, morendo terribilmente in silenzio.
Nonna Anna decise che quella sera avrebbe fatto un buon minestrone; andò nell'orto, raccolse le verdure che servivano, da ultimo due bellissime carote che aveva strappato dal terreno, scegliendole fra quelle che sembravano più grandi. Pulì tutto attentamente, in particolare le carote, che raschiò per bene con un coltello e lavò più volte, poi cucinò il minestrone con la solita cura.
Queste tre storielle in realtà sono un test contro una malattia molto diffusa: la patosensibilità. Molti lettori (che chiameremo patosensibili) avranno letto ognuno di questi tre piccoli quadretti con un atteggiamento spirituale completamente diverso: ribrezzo per la crudeltà del cacciatore, pietà per la sorte del povero pesce e affetto per nonna Anna. Chi si è così comportato ha sicuramente un cattivo rapporto con la morte e con il dolore in generale, un rapporto che porta l'individuo a commettere il grossolano errore di dare alla vita un valore emotivo legato alla paura della morte.
Infatti il cacciatore, il pescatore e nonna Anna si sono comportati esattamente nello stesso modo: ognuno ha troncato in maniera brutale una vita non umana, ma il patosensibile ha avvertito in maniera diversa le loro azioni. Gli occhi del pesce non sono espressivi come quelli della tortora, non grida, non perde sangue, muore orribilmente per asfissia, con una lenta agonia, ma in silenzio. Le carote colte da nonna Anna non gridano, non sanguinano e forse non si capisce nemmeno bene il momento in cui muoiono, vista la loro staticità anche da vive; ma si cerchi di immaginare la loro agonia, strappate dalla terra con mille ferite e poi tagliuzzate: eppure il patosensibile dice che nonna Anna ha colto le carote, non che le ha uccise.
Le conclusioni - Il cacciatore o il pescatore sono logicamente coerenti perché per loro la vita di una tortora o di un pesce non è paragonabile a quella di un uomo; nonna Anna è coerente perché la vita di una carota non è paragonabile a quella di forme superiori. Partendo da queste ipotesi, le loro azioni sono giustificate.
Il patosensibile invece non accetta tali ipotesi e sostiene che ogni vita ha pari dignità. Ma le proprie azioni possono essere coerenti (e quindi giustificate) con questa nuova ipotesi?
  • Solo pochissimi patosensibili rispettano ogni forma di vita (e quindi sono coerenti).
  • Alcuni patosensibili per rispetto alla vita animale diventano vegetariani e spesso si comportano come nonna Anna uccidendo solo i vegetali. Per essere coerenti obiettano che la vita di una pianta non è paragonabile a quella di un animale (e in effetti non lo è!), ma questo discorso è molto pericoloso per la coerenza del vegetariano, poiché rende tutto relativo: la vita di un uomo vale più di quella di una tortora (e quindi il cacciatore è eticamente accettabile), che vale di più di quella di un pesce che vale di più di quella di una quercia che vale di più di quella di una carota.
  • Per salvare la coerenza ho sentito anche questa giustificazione da parte di zoofili incalliti: i vegetali non soffrono. E allora sarebbe giusto uccidere un uomo o un animale, basta non farlo soffrire…
La storiella dimostra quindi chiaramente che una posizione vegetariana non riesce a salvare la coerenza.
In una società dove ormai, soprattutto per un individuo giovane, sembra che il dolore fisico, la malattia e la morte siano eventi eccezionali, non si è più preparati ad affrontarli e si cerca di rimuoverli in ogni modo, si diventa cioè patosensibili. Chi sviene o si sente male per un prelievo di sangue, chi prova sensazioni spiacevoli alla vista di un morto, chi non vuol sentire parlare di malattie, sono tutte persone che non hanno un buon rapporto con la morte. Se la vostra zoofilia è causata dalla vostra patosensibilità, dovete correre ai ripari e analizzare il vostro rapporto con il dolore e con la morte.