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I sopravviventi
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I sopravviventi rappresentano un'ampia classe della popolazione. Sono rappresentati da

coloro che accettano i problemi dell'esistenza come se facessero parte della normalità, senza nessuna azione che tenda a eliminarli.

Come si può ben capire dalla definizione, il sopravvivente è una personalità per lo più definita normale ed è quella per cui il Well-being può fare di più. Di fronte ad altre personalità critiche, non occorre essere dei fini psicologi per identificare i problemi che esse possono portare. Invece, di fronte a un sopravvivente, la maggior parte delle persone asserirebbe che è un soggetto del tutto normale, a volte anche positivo. Uno psicologo tradizionale ne vedrebbe piccoli vizi e difetti, ma tenderebbe a riportarli a un comportamento medio della popolazione.

Le tipologie

Le tipologie principali sono tre: il bravo ragazzo, il sereno e il passivo.
 
sopravviventeIl bravo ragazzo - È sicuramente la tipologia di sopravvivente meno incline a mettersi in discussione perché, tutto sommato, non vive male. Si potrebbe dire che i condizionamenti che ha ricevuto nella prima parte della sua vita gli abbiano fatto un tale lavaggio del cervello che è veramente difficile fare un check-up della coerenza e ricominciare una nuova vita. Mentre in altre personalità il check-up è reso difficoltoso da caratteristiche intrinseche, nel bravo ragazzo la difficoltà nasce dai condizionamenti esterni ricevuti: famiglia e società hanno scritto nel suo cervello in modo indelebile (o quasi) una serie di regole che sono in grado di garantire una sopravvivenza, ma non una vita vissuta al massimo.
Di solito i condizionamenti familiari risentono dei tempi (sono cioè regole vecchie), mentre quelli sociali risentono della necessità di mediare i comportamenti dei singoli, assicurando un equilibrio sociale che però mal si sposa con il benessere di chi vuole essere più moderno e avanti rispetto alla media.
Se è anche un sopravvivente passivo, il bravo ragazzo ritiene a torto che ognuno di noi non possa sfuggire ai condizionamenti sociali e che quindi il check-up sia una situazione estremamente difficile da realizzare. In realtà, queste persone non si accorgono che generalizzano (errore di generalizzazione) una loro incapacità a ribellarsi ai condizionamenti sociali e a "rimettersi in gioco".
È necessario notare che molte personalità critiche arrivano agli stessi valori, ma nel bravo ragazzo tali valori sono stati appresi con la caratteristica della diligenza. Non li metterebbe mai in discussione perché "non si può". Ecco i principali condizionamenti.
La famiglia: il matrimonio come valore sempre positivo e la famiglia come pilastro indissolubile della società.
I figli: fondamentali per dare un senso alla propria vita e per proseguire il cammino dell'umanità e ciò che abbiamo fatto di buono nella nostra vita.
I genitori: da onorare sempre e comunque, da accudire quando non sono più autosufficienti perché questo "è il compito" dei figli.
I parenti: la famiglia allargata come nucleo "preferenziale" della società; un clan nel quale il singolo si deve muovere secondo regole precise di mutuo soccorso (strategia della cooperativa, vedasi La felicità è possibile).
Il lavoro: come mezzo di realizzazione esistenziale e di salvaguardia della società.
Dio: la religione come base dell'etica individuale e fondamentale per una società sana e a misura d'uomo. In chi non ha ricevuto una particolare educazione religiosa, Dio è sostituito da una forte propensione alla solidarietà e al bene altrui.
Il risultato dei condizionamenti sulla vita del bravo ragazzo è paragonabile a quello di tanti piccoli macigni che ci investono mentre tentiamo di scalare una montagna. A seconda della loro grandezza e della nostra forza possiamo schivarli, ma, inesorabilmente, rallentano il nostro cammino.
Poiché scambia i condizionamenti per valori assoluti, tipica del bravo ragazzo è una certa rinuncia a vivere, a differire le cose migliori della vita a tempi migliori, a quando cioè "avrà assolto il suo compito". Peccato che spesso i tempi migliori non arrivino o arrivino quando ormai si è vissuta gran parte della vita. La vita del bravo ragazzo è piena cioè di doveri, senza comprendere che tali doveri non sono "necessari".
Il sereno - Scopo della sua esistenza è una generica serenità; è convinto che il dolore sia una componente ineluttabile della vita e che i problemi facciano parte della quotidianità, arrivando a volte a ritenere falso o superficiale chi si definisce "felice".
Tende a promuovere il suo stile di vita come l'unica difesa contro la difficoltà del vivere; spesso si ritrova in molte filosofie orientali che hanno il suo stesso scopo (la serenità), senza comprendere che l'evolversi dei tempi consente di ambire a qualcosa di più gratificante della semplice assenza del dolore.
Anche chi non ha derive filosofiche è convinto che la vera abilità del vivere sia la risoluzione dei problemi, senza accorgersi che la vera intelligenza sta nella prevenzione di quei problemi che quotidianamente si affanna a risolvere.  
Il passivo - È un sopravvivente perché ha una ridotta capacità d'amare. Sa sopravvivere, ma non sa vivere, perché non trova nulla che lo coinvolga pienamente. Le varie caratteristiche della personalità (forza di volontà anevrotica, autostima ecc.) sono sufficienti, ma non vanno mai oltre la sufficienza. Per esempio, l'autostima non è grandissima, ma nemmeno così bassa da generare frustrazione. Questa situazione lo rende ansioso nelle situazioni più difficili della vita (mentre l'ansia può essere la regola per i deboli o i fobici), mentre nelle situazioni quotidiane ha elaborato strategie di tamponamento basate sull'accettazione di una dose contenuta di negatività. Il sopravvivente non ha una strategia particolarmente complessa, si limita a "limitare i danni".
Quando queste strategie non funzionano, tende a cadere in depressione. Si tratta sempre di depressioni reattive, dovute a una profonda insoddisfazione della sua situazione, in genere mai gravi perché la depressione viene accettata come "normale" (spesso questa accettazione viene addirittura amplificata dal terapeuta!).
Incorre spesso nell'errore di generalizzazione, tendendo a generalizzare tutto ciò che di negativo c'è nella sua vita: "problemi? Chi non ne ha?"; "l'amore non è bello se non è litigarello"; "a tutti capita di essere depressi o infelici" ecc.
Vede i più fortunati come eccezione che conferma la regola, in lui la pigrizia esistenziale ha preso il sopravvento anestetizzando completamente la sua vita. Infatti è privo di slanci, di entusiasmo, è uno che "non ci prova mai", ma non ha la rassegnazione del vecchio.

La diagnosi differenziale

Non è facile confondere il sopravvivente con altre personalità. Rispetto allo svogliato, il sopravvivente ha una FVAN per lo meno sufficiente. Rispetto al debole, ha una quantità di forza sufficiente a evitare molti compromessi. Rispetto allo statico, ha comunque una certa propensione a non fermarsi.
Basta cioè un'analisi un po' approfondita per accorgersi che, a differenza delle altre personalità, il sopravvivente non ha "difetti" evidenti, sembra aver fatto tutto per bene, convinto che i problemi siano ineluttabili e che "l'importante è risolverli!".

La qualità della vita

La qualità della vita dipende strettamente da che tipo di sopravvivente è e dalle condizioni facilitanti che ha.
In realtà un sopravvivente, se ha sufficienti condizioni facilitanti, può vivere decentemente o addirittura bene, peccato che accetti una vita da 7 quando potrebbe averla da 10. Se non è particolarmente fortunato può avere una vita sufficiente o mediocre, ma difficilmente ce l'ha pessima perché in lui non sono presenti in modo devastante altre componenti critiche.
L'accettazione passiva della realtà gli impedisce di progredire significativamente in modo netto e, a seconda della tipologia, l'evoluzione futura è già scritta nel suo stato.
Molto spesso il sopravvivente cerca di espandere il proprio orizzonte esistenziale partecipando a un gruppo; esempio classico è rappresentato dal tifo sportivo quando quest'ultimo arriva a penalizzare momenti di vita per un'adesione troppo stretta al modello di riferimento (la squadra del cuore); altro esempio è rappresentato dall'adesione, mai in forma di capo, ma sempre di gregario, ad associazioni o gruppi nei quali egli tende a sopravvalutare il suo effettivo ruolo.

I COMMENTI

Una testimonianza

the family manUn nostro amico ci ha scritto una lunga mail per verificare il suo allineamento con il sito; penso sia riuscito a sintetizzare la situazione di moltissimi amici attorno ai 40-50 anni che hanno dato una svolta alla loro vita, ma si trovano ancora impastoiati in situazioni derivanti dalla loro giovinezza o da modelli di vita poco coerenti con la svolta che hanno iniziato. Le risposte che ho dato sono perciò fondamentali per una piena comprensione dell'High People style.
Ecco i passi più interessanti della mail. In nero miei commenti.
 
Solo da poco, ho cominciato ad analizzare le varie personalità così come tu le proponi per capire cosa vuol dire essere "high" e ora mi è chiaro perché fino a poco tempo fa ho "evitato inconsciamente" il Well-being: avevo e ho paura di scoprire qualcosa della tua filosofia che fosse incompatibile con il mio modo di essere e che potesse minare "l'idea" che ho di te.

Ho sempre detto che il Well-being è una delle possibili vie per arrivare alla felicità, l'importante è trovarne una. Anche nelle differenze ci può essere stima e rispetto reciproco.
 
Non vorrei ripetermi, ma tu mi hai guidato nella svolta salutista e sportiva della mia vita facendomi rivivere sensazioni ormai dimenticate, facendomi sentire giovane, pieno di energie e permettendomi di guardare al futuro in modo sereno. 
Ora proverò a spiegarti, portandoti qualche esempio, quel 20% che non mi vede in perfetta sintonia con te… Ritengo che alcune tue posizioni un po' radicali se da un punto di vista logico e razionale confermano la tua coerenza, dall'altro non aiutano nella diffusione della tua filosofia e temo che possano limitare il numero di persone che decidano di seguirla e questo sarebbe un vero peccato.


Non ho mai cercato l'audience, né gli applausi degli altri. Metto solo a disposizione di chi vuole riflettere il modo in cui la mia vita è diventata molto bella. Del resto, non penso sia facile per la maggioranza delle persone seguire in toto la mia strategia di vita; molti comunque la seguono anche parzialmente avendo giovamenti nella qualità dell'esistenza.
Chi cerca l'audience è spesso vago proprio per non urtare nessuno oppure fa promesse impossibili che sono francamente al di fuori della mia etica.
 
dubbiosoHo l'impressione che tu ti rivolga "troppo" a una élite a livello intellettuale e culturale e che tu faccia "troppo" affidamento alla "ragione", alla "razionalità", all'"intelligenza" e al suo quoziente. Esistono cose, come la "fede", che per definizione non possono essere spiegate con la ragione.

Di questo argomento parlo diffusamente nelle pagine sulla religione. Non c'è contrasto fra fede e ragione, purché la fede non sia cieca superstizione o sciocca speranza. 
 
Guarda ai milioni di persone (tra cui persone molto intelligenti, capi di stato, filosofi, scienziati) che credono ai miracoli descritti nel vangelo.

Spero che la tua fede non si basi su questa considerazione perché è (scusa la franchezza) completamente illogica. Pensa ai milioni di persone che seguono una religione diversa dalla nostra (fra cui capi di Stato, filosofi, scienziati ecc.) oppure lo stesso discorso fallo per gli antichi romani o greci che adoravano dei che oggi fanno sorridere. Il tuo sembra un argomento forte, ma in realtà è uno dei tanti con cui le Chiese hanno legato a sé i fedeli dotati di scarso spirito critico.
 
Non so se tu sia credente o meno, io sono un modestissimo cristiano per nulla bigotto che crede, per fede, che esista Dio e che assolutamente la vita non possa essere spiegata solo come casualità ed evoluzione.

Il termine cristiano è compatibile con la mia visione; come ho spiegato nelle pagine sulla religione che ti ho indicato, non lo è il termine cattolico. Purtroppo temo che se ti chiedessero se sei cattolico la risposta sarebbe affermativa.
 
famigliaSpero di sbagliarmi ma, ho l'impressione che il tuo sito sia seguito principalmente da single o comunque da persone senza figli e che essere "high" possa implicare di essere un po' "troppo" innamorati di sé stessi, cioè di essere un po' egoisti e di mettere la propria persona e la propria "libertà" sempre e comunque al primo posto. (Chi ti scrive è spesso accusato di essere narcisista ed egoista!!!).

Tu, come altri, dai (romanticamente, secondo la definizione del Well-being) un valore sempre positivo al matrimonio e ai figli, cosa che non è. Il matrimonio e i figli possono essere valori positivi se interpretati correttamente, ma possono essere anche devastanti. è per questa visione romantica che molte persone della tua età (che è cronologicamente la mia, ma io sto parlando di età psicologica) non apprezzano i discorsi che faccio su matrimonio e figli. In effetti io mi interfaccio meglio con i giovani che sono molto più pronti a modellare la loro vita non secondo schemi preconfezionati spesso da altri, ma secondo quello che la fa effettivamente migliorare.
 
È comprensibile che sia così quando si è single e soprattutto quando non si hanno figli ma, quando si decide di legarsi a un'altra persona (sposandosi o convivendo) e di generare dei figli, bisogna sapere che le cose cambiano e quindi bisogna rivedere la lista delle "libertà" che ci si può permettere quando si è marito/moglie e padre/madre.

bravo ragazzoUna scelta può anche essere sbagliata, ma non per questo deve essere condivisa e giustificata. Io sono sposato e la mia vita non è affatto cambiata dopo il matrimonio. Non ho perso (né tolto) un grammo di libertà. I matrimoni che si reggono sui compromessi sono cattivi matrimoni, anche se c'è amore. Occorre avere il coraggio di dirlo.
Così come non è saggio ed è solo un errore, generare dei figli se ciò fa degradare la qualità della propria vita. Secondo me, quando "le cose cambiano" in peggio, si è sbagliato qualcosa.
 
Con il matrimonio, e soprattutto con l'arrivo dei figli, ho dovuto rinunciare a tante cose tra cui  suonare e cantare: fino a una decina di anni fa lo facevo regolarmente 2-3 ore al giorno mentre ora sono anni che non tocco più la chitarra. La cosa mi dispiace, ovviamente, ma in cambio ho due figli ai quali mi dedico cercando di essere un buon genitore.

Quello che mi stupisce della tua mail è che tu non dica "ho due figli che ora amo moltissimo", ma parli del tuo dovere di genitore. Sicuramente li ami, ma sono sicuro che tu hai deciso di avere figli perché "si deve". Sai quante persone con mentalità ottocentesca, i primi tempi che ero sposato, mi chiedevano: "ma i figli, quando arrivano?". Io rispondevo semplicemente in modo dissacrante: "no, ho già un cane che amo moltissimo...". Fare figli su pressioni esterne (familiari, sociali ecc.) è una scelta disastrosa. I figli si fanno perché diventano oggetti d'amore. In questo senso non è logico parlare di rinunce e aspettare che diventino grandi per riprendere gli antichi amori.
 
i nonniSono sicuro che arriverà il giorno, fra qualche anno, che potrò riprendere in mano la chitarra e assecondare nuovamente quella mia passione.

Spero per te che sia possibile, ma per molti genitori, finito il "dovere" di genitore, inizia quello di nonno, senza contare poi che molti figli generano a loro volta problemi che solo i loro genitori riescono a risolvere. Scusami la battuta, ma come la metti tu, è come se avere dei figli non sia in fondo un ergastolo, ma una pena a 10-15 anni che un giudice clemente può (forse) accorciare.
 
Per completare il discorso sulla famiglia, ti dico che è triste vedere tante unioni andare a rotoli...

Non capisco il senso della frase. Perché essere tristi? Le unioni vanno a rotoli perché una coppia su dieci è felice e solo una su dieci dovrebbe sposarsi.
 
...e constatare che "razionalmente" (o egoisticamente???) in tanti decidono di non avere figli.

Il termine "egoisticamente" non mi piace, non tanto perché mi tocca da vicino, quanto perché dà per scontato che ci si debba sposare, si debba fare figli, si debba, si debba... alla fine si debba avere una vita scadente.
 
Permettimi questa provocazione: se fossimo presi tutti dal delirio di razionalità e decidessimo di non avere più figli per non intaccare le nostre libertà, nel giro di pochi decenni il genere umano si estinguerebbe.

Accetto la provocazione e ti rispondo altrettanto provocatoriamente: embè??? Provocatoriamente ti propongo una scelta: una vita pessima, ma un'umanità felice nei prossimi secoli oppure una vita bellissima e un'umanità estinta fra duecento anni? Io non avrei dubbi. Un paio di mesi fa incrocio una vicina mentre torno da caccia; sta parlando con mia moglie e, appena mi vede, mi dice che la sera prima, a cena da un conoscente comune, hanno parlato di me: "Come lei X è ingegnere, ma ha abbandonato l'università. Un vero peccato perché cervelli come i vostri dovrebbero servire la scienza e fare onore all'Italia". Capito? Io "dovrei" immolarmi per la scienza (una scelta che avevo già escluso da ragazzo). Ovvia la solita risposta dissacrante: "Ma non sarei potuto andare a caccia otto ore al giorno!".
 
vecchiaiaRelativamente al tuo articolo sulla libertà: per quanto riguarda il condizionamento che viene da matrimonio/figli credo di aver espresso il mio pensiero: ci sono tante rinunce ma, nessuna che possa farmi pensare di aver sbagliato. Lo stesso vale per quel che riguarda la rinuncia a qualche libertà in cambio di attenzioni che sento di dare ai miei genitori che non sono più completamente autonomi come qualche anno fa.

Anche qui non siamo allineati. La mia posizione (che tu definiresti egoistica) è che la vecchiaia è una colpa. Molte persone invecchiano perché non si curano della loro salute e della loro parte psicologica. Sai quante persone ritengono assurdo che noi spendiamo magari una o due ore al giorno per fare sport o quante ritengano assurdo limitarsi nel mangiare? A queste persone poi l'età salda il conto. E io poi dovrei essere triste per il loro stato?
Mio padre è morto di enfisema polmonare a 66 anni (grande fumatore); mia madre è sempre stata attiva fino alla soglia degli 80 anni. Poi, incredibilmente, ha deciso, secondo una filosofia di vita superata, che era vecchia e che fosse ora che gli altri si prendessero cura di lei. Ha perso ogni autosufficienza. Un "buon figlio" l'avrebbe tenuta con sé, anche se poi, quando non era presente, la madre avrebbe passato tutto il giorno su una seggiola a sonnecchiare, di fatto una morta vivente. Io e mia sorella abbiamo scelto una via più moderna e l'abbiamo affidata a una residenza per anziani dove è parzialmente rinata. Non si tratta di essere missionari, si tratta di capire che sopperire alla mancata autosufficienza dei genitori è togliere loro dignità (vedi la storiella dell'indiano in Genitori autosufficienti).
 
vita occupataAssolutamente non voglio apparire come una specie di missionario pronto a sacrificarsi per la famiglia e i genitori e, soprattutto non voglio apparire come una persona soddisfatta della propria vita. …Purtroppo, ritengo di avere poca libertà esteriore in quanto non sono soddisfatto dal lavoro che svolgo, il che significa che almeno un terzo della mia vita è speso in attività che assicurano il mio sostentamento ma, non la mia realizzazione…
In famiglia ho esempi di persone (mio fratello e i miei cognati) che sono completamente "prese" dal proprio lavoro e da attività varie e che, da un punto di vista economico, hanno raggiunto livelli notevoli. Credimi, non riesco né a invidiarli, né ad ammirarli, però devo ammettere che in loro traspare una grande sicurezza e soddisfazione. Per loro parole come sport e salute, fanno solo sorridere e credo che anche la famiglia venga comunque messa in secondo piano rispetto al lavoro e ai soldi.


Neanch'io invidio, né ammiro chi per inseguire la ricchezza e il successo non ha altri oggetti d'amore. Però accetto che per altri il lavoro e la carriera possano essere un oggetto d'amore. Bisogna vedere poi se sono veramente felici o solo soddisfatti, immersi nei mille problemi che la loro ricerca di successo crea. Circa il fatto che concetti come sport o salute non contino, ho sempre detto che la filosofia high paga tanto più quanto più si va avanti negli anni. Quando il cattivo stile di vita presenterà loro il conto, a cosa serviranno i loro soldi? A 80 anni io spero di correre ancora, di giocare ancora a scacchi e di essere autosufficiente, loro forse saranno già morti... 
 
Fino ad un paio di anni fa il mio lavoro era la cosa più importante in quanto mi permetteva (e mi permette) di vivere più che dignitosamente e sebbene mi assorbisse più del dovuto lo facevo per senso di "dovere e riconoscenza" nei confronti dell'azienda. Non ho mai pensato ai "soldi" o alla "carriera", né ero pienamente conscio che conducevo una vita molto discutibile dal punto di vista salutista. Ora so che le aziende private non sono "istituti di beneficenza" e che fra qualche anno (tre, quattro, forse cinque???) se non sarò un peso di certo non potrò essere un punto di riferimento per l'azienda e sicuramente sarò "vecchio", aziendalmente parlando, e questo è in grande contrasto con l'energia fisica che sento oggi e che conto di poter alimentare per tanti anni ancora. Questo mi turba molto.

Ti turba perché tu hai sempre sentito il lavoro come un "dovere", ne hai fatto un ideale romantico. Ora scopri che non è così (ed è giusto che non sia così).
 
Mi dirai: perché non cambi lavoro? Perché non provi a realizzare quello che ti interessa di più, quello che ami? La risposta è che ci ho pensato e che ci sto pensando ma, credimi alla mia età (fra 2 mesi entro nel 50° anno di vita) non è per niente semplice pensare a un cambiamento così radicale; oltretutto la mia è l'unica entrata in famiglia e con due bambini piccoli come i miei sarebbe un po' troppo rischioso pensare di lasciare questo lavoro. Questo si traduce nella consapevolezza di essere limitati nella libertà esteriore in quanto almeno un terzo della mia vita è occupato da attività che non "amo". Fortunatamente, il mio naturale senso di "moderazione" e di "equilibrio" mi sta aiutando a vivere questo momento in modo abbastanza sereno senza farmi cadere in depressione.

Infatti, si potrebbe dire che tu sei una persona saggia. Dalla tua mail sei una persona onesta, sensibile, senza conoscerti di persona, di te mi fiderei ciecamente, ma lasciamelo dire, con molta durezza, in modo da sperare che tu rifletta su queste parole (magari mi manderai al diavolo e avrò perso un altro visitatore, ma, per quanto detto sopra, accetto il rischio): lavoro, matrimonio, figli, genitori, ti hanno fregato! Un mare di doveri per avere in cambio gran parte della tua vita.
Sei quello che le istituzioni e le convenzioni sociali definirebbero un "bravo ragazzo". Non so se ti interessa cambiare e/o ti sarà facile farlo, ma il mio augurio è che l'educazione che darai ai tuoi figli permetta loro di essere modernamente, più che dei "bravi ragazzi", dei "ragazzi bravi" con una vita pienamente soddisfacente.

SupeRob

  
Super RobNon tutti i "bravi ragazzi" sono desiderosi di migliorare la propria vita, alcuni sono persino contenti di immolarsi per le convenzioni sociali. Sentite questo:
 
Salve, purtroppo spesso mi capita (per via della ricerca su Google) di entrare nel sito di Albanesi e subito ho una senzazione (l'amico ha creato un neologismo: senzazione: sensazione molto forte, scioccante, che in genere si prova dopo aver visitato il sito di un certo Albanesi - N.d.D.) di disgusto e repulsione (alla faccia del marketing) perché il sito in questione è l'immagine perfetta dell'onnipotenza. L'Albanesi sembra essere il Sig. sò tutto, posso tutto, solo io so (beh deciditi, con l'accento o senza, "bravo ragazzo", ma incoerente; per la cronaca, si scrive senza! - N.d.D.) stare sulla faccia della terra.
La mia giornata è fatta di 24 ore suddivisa umilmente in questo modo:
8 ore per dormire (cosa molto naturale e necessaria per il cervello!);
8 ore per lavorare;
8 ore per nutrirmi, spostarmi, seguire la famiglia, informarmi e allenarmi.
Per Superman la giornata sembra fatta a dir poco di 72 ore...
Secondo me l'Albanesi è un furbacchione che sa scopiazzare, spesso tutto è sinonimo di niente e male. Mi viene in mente la frase di un famoso film: "chiacchiere e distintivo".
Prova a fare questo: la mattina quando ti alzi prendi la borsa, esci da casa alle 7:30 e fino alle 18:00 cerca di dare un contributo valido alla società!! Per quelli che ti sostengono: uno sciocco trova sempre uno più sciocco che lo ammiri"

 
Mi spiace che la tua vita sia talmente insoddisfacente da riuscire a disgustarti quando visiti il sito.
Io ho trovato uno dei modi (non sono certo onnipotente, ma felice sì, forse il tuo disgusto è invidia...) per essere appagati della propria vita.
Ti scrivo da Nizza, sulla Costa Azzurra, dove mi godo il sole con mia moglie, il mio amatissimo cane, fra una corsettina e una partita di scacchi. Visto che sono nato in una casa in cui il bagno era in cortile (cioè non sono ricco di famiglia), non pensi che valga la pena di capire come ho fatto a trasformare la mia vita in una favola?
>Prova a fare questo: la mattina quando ti alzi prendi la borsa esci da casa alle 7:30 e fino alle 18:00 cerca di dare un contributo valido alla società!!.
Tu darai anche un valido contributo alla società, ma la tua vita non è certo il massimo. Sei un "bravo ragazzo", leggi le righe soprastanti sui "bravi ragazzi": forse hanno fregato anche te! Il mio "contributo alla società" l'ho già dato dai 25 ai 35 anni, quando lavoravo anche 12 ore al giorno per "prepararmi il futuro". All'inizio ho fatto per tre anni il pendolare fra Milano e Pavia (e quando tornavo lavoravo "in proprio" fino all'una di notte per poi rimettermi in pista alle 6,30 del mattino), ma ho subito deciso che avrei dovuto cambiare, fare a meno di quella vita, non sarei cioè morto sul treno. Piuttosto, come spiego nell'articolo sulla rivoluzione (Il lavoro), se la mia strategia di una pensione altamente anticipata (strategia del traguardo) fosse fallita, avrei fatto un lavoro più modesto.
Comunque, per tua conoscenza, oggi la mia giornata è così costituita:
  • 8 ore per dormire;
  • 5 ore per la famiglia;
  • 5 ore per lavorare; quando vado a caccia, lavoro solo il martedì e il venerdì.
  • 2 ore per allenarmi;
  • 2 ore per giocare a scacchi;
  • 2 ore per nutrirmi "piacevolmente".
Totale 24 ore: nessun Superman, solo intelligente gestione del proprio tempo. Se ti sembra impossibile, considera questo: per scrivere un articolo da pubblicare su un sito come il mio, molti ci metterebbero una giornata intera, insicuri, indecisi, con rifaciture e brutte copie a non finire, io mi siedo alla tastiera e ci impiego mezz'ora, un'ora al massimo (Hai anche una grande redazione, bisogna dirlo... - N.d.R.).
I miei spostamenti sono minimi (un concetto che troppe persone sottovalutano, pensiamo a coloro che spendono 2-3 ore al giorno per "spostarsi" sul posto di lavoro) perché gioco a scacchi in Internet, per correre mi basta uscire da quella casa dove anche lavoro.


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