Il lavoro
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Generalmente
per lavoro s'intende "l'impiego delle proprie attività
fisiche e intellettuali in un'attività produttiva", "un'occupazione" o "una
serie di attività svolte da un gruppo di persone che operano insieme per un unico fine". Più praticamente si parla di lavoro
come di quell'attività che ci dà da vivere. Non per nulla di chi
vive di rendita si dice che "può permettersi di non lavorare". In tutte
queste definizioni non entra il concetto fondamentale di qualità della
vita. Un lavoro può essere piacevole o può stroncarci l'esistenza: come
si possono mettere sullo stesso piano e chiamare nello stesso modo due
attività che possono produrre effetti così diversi sull'individuo? Due sono i tipi di attività economica che possiamo svolgere.
- Il primo tipo di attività è ciò che viene svolto in cambio di una contropartita economica, ma che non lo sarebbe se venisse a mancare tale contropartita.
- Il secondo tipo è ciò che viene svolto per il piacere di farlo o per l'amore verso l'oggetto di tale attività. È un hobby o un oggetto d'amore. Un hobby o un oggetto d'amore possono anche procurarci un utile economico.
Il lavoro come condanna sociale
Nel primo dei due casi sopraesposti si comprende che il lavoro è una condanna sociale (che ognuno cerca di scontare nel miglior modo possibile).Visto che l'articolo 1 della Costituzione (L'Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro) mette il lavoro alla base del nostro Paese, parlare di "condanna sociale" potrebbe sembrare addirittura immorale. Premesso che in molti Paesi le costituzioni sono una specie di religione (si pensi agli USA dove c'è ancora chi crede ciecamente che una costituzione scritta qualche secolo fa debba essere intoccabile), dovrebbe essere però chiaro a tutti che l'articolo 1 fu scritto sotto l'emozione del periodo storico in cui si doveva ricostruire tutto e che lasciarlo in vita significa equiparare i bisogni attuali dell'Italia a quello di Paesi emergenti come India o Cina (ricordo che la Costituzione italiana è programmatica). Oggi non ha più senso. Un paese moderno sostituirebbe l'articolo 1 con qualcosa del genere: l'Italia è una repubblica democratica, fondata sui valori che promuovono la qualità della vita (benessere).
L'attacco di questo paragrafo si può esprimere semplicemente dicendo che (negazione dello stacanovista)
non è detto che si debba lavorare.
La definizione di lavoro al punto 1 è sicuramente poco etica per tutti coloro che ritengono che il lavoro nobiliti. "Il lavoro è una merce" diceva Marx; "lavorare stanca" sosteneva Pavese, mentre Oscar Wilde aggiungeva che "noi viviamo nell'epoca in cui la gente è così laboriosa da diventare stupida". Sono in buona compagnia, almeno intellettuale, se sostengo che il lavoro non è affatto necessario per essere felici: chi sa amare utilizza la propria capacità d'amare indirizzandola verso altri oggetti d'amore. Nelle società moderne, dove la piaga della disoccupazione è tuttora presente, non lavorare potrebbe essere una nobile decisione per lasciar posto a chi un lavoro vorrebbe averlo e non ce l'ha. D'altra parte quanti, se potessero, farebbero a meno di lavorare?La vecchia frase che "il lavoro nobilita" nel terzo millennio non ha più senso. Se una volta chi non lavorava era preda dell'ozio e dei vizi, oggi si può usare il proprio tempo libero in modo eticamente corretto per sviluppare i propri hobby. Ciò non significa che non si debba lavorare (sono pochi quelli che possono permettersi di non farlo...), ma che lavoro e hobby hanno pari dignità. Per vivere i propri hobby non si deve aspettare la pensione. Chi lo fa, spesso li ha "dimenticati" e si ritrova con una vecchiaia vuota e inconcludente.
Il lavoro sanguisuga
Leggendo il paragrafo precedente, molti superimpegnati saranno portati a obiettare che non è vero quanto affermato, che per loro il lavoro è tutto, che lo amano profondamente, che è una passione ecc. Queste affermazioni nella stragrande maggioranza dei casi rivelano una personalità non equilibrata che ha semplicemente messo in pratica i condizionamenti subiti. Realisticamente solo una persona su 100 (un numero buttato lì a caso, solo per significare l'eccezionalità della situazione) continuerebbe a lavorare 8-10-12 ore al giorno se potesse non farlo!
Non è difficile capire che, fra le personalità perdenti del Well-being, le più soggette al lavoro sanguisuga sono i romantici, gli apparenti, i violenti e, a volte, i mistici e i contemplativi.
Alcune massime del lavoro sanguisuga:
- successo nel lavoro vuol dire successo nella vita. Storie, le "soddisfazioni" non sono la felicità. Troppe persone che hanno già realizzato la strategia del traguardo (magari per caso, senza volerlo) continuano a lavorare per mantenere un altissimo tenore di vita, quando, con più modestia, potrebbero non lavorare, pur vivendo comunque alla grande! Che senso ha sprecare la propria vita lavorando come pazzi per mantenersi una bella casa, un'auto fiammante, due o tre settimane di vacanze da sogno ecc.? Essere apparenti alla lunga non paga.
- Fare bene il proprio lavoro è un dovere morale. Chi ha una visione etica del lavoro avrà sempre problemi interpersonali perché tenderà a considerare il lavoro come una competizione in cui ognuno deve dare il meglio e il sospetto che ciò non accada avvelenerà i rapporti (gli accentratori per esempio non si fidano mai del lavoro altrui; il padrone pretenderà sempre il massimo dal dipendente o dal sottoposto e tenderà a punire ogni mancanza).
-
Solo
chi lavora è libero o è realizzato. Panzane che ricordano le scritte
all'ingresso dei campi di sterminio nazisti (il lavoro rende liberi).
Pensiamo a uno degli aspetti negativi dell'emancipazione femminile: per
sentirsi pari all'uomo, molte donne hanno reso la loro vita inutilmente
stressata con lavori francamente discutibili. Non parlo solo delle donne
in carriera, ma di tutte quelle donne che, per poter dire di lavorare,
si sono scelte lavori insensati. Come giudicare una donna che ha un modesto
lavoro part-time di 4 ore al giorno e spende (lei questi conti
incredibilmente non li ha mai fatti!) tutto ciò che guadagna nella
retta dell'asilo per i due figli che non può accudire, nei costi del
trasporto per andare al lavoro ecc.? E in più è anche "stressata dal
lavoro". Non farebbe prima a stare a casa ad accudire e a crescere
serenamente i figli che si spera abbia fatto per amore? Altro esempio è chi
continua a lavorare "perché si deve" anche se ormai dalla sua attività non
ricava più nulla (e vive dei guadagni dei tempi d'oro) oppure chi ha la
fortuna di aver ereditato dai genitori un bello stabile nel quale ha
impiantato una traballante attività e non si accorge che guadagna meno dal
suo lavoro che da un eventuale affitto del locale!
Se non si ha altro nella vita, lavorare può essere un modo di riempirla; diventa normale pensare che ci si realizzi quanto più si lavora. Non si è capito che
non si deve lavorare per riempire la propria vita (il morto vivente).
Molti pensano che "senza lavoro la loro vita sarebbe vuota". Ciò equivale ad affermare il proprio fallimento esistenziale, l'incapacità di aver trovato qualcosa da amare, qualcosa per cui vivere i propri momenti. Molto spesso questi individui passano la loro esistenza aspettando il venerdì quando sono al lavoro e aspettando il lunedì quando nel fine settimana non sanno che cosa fare. Dovrebbero però meditare che "di venerdì in venerdì arriverà anche l'ultimo venerdì": essi vivono nella condizione dei morti viventi.Le personalità più interessate dalla "patologia" del lavoro salvagente sono sicuramente i sopravviventi, i deboli e gli inibiti.
La massima del lavoro salvagente:
- avere un lavoro gratificante aiuta a vivere. Sicuramente, ma spesso le gratificazioni vengono usate dagli altri per sfruttarci: a fronte di una retribuzione economica modesta, si usa cioè il nostro entusiasmo per sfruttarci. Ho spesso incontrato dipendenti che svolgevano il loro lavoro creativo con entusiasmo anche se erano oberati dalla mole di faccende da sbrigare: spesso stanchi, con poco tempo per sé, non si accorgevano che se avessero svolto lo stesso lavoro in proprio avrebbero guadagnato almeno tre volte tanto!
Il lavoro come oggetto d'amore
Dalle definizioni precedenti è chiaro che non è affatto scontato che un lavoro piaccia e lo si ami alla follia, anzi, per la maggior parte delle persone non è così. Si tratta di un dato statistico inoppugnabile che molti hanno la tendenza a contrastare con la pretesa di un lavoro piacevole e gratificante sotto ogni aspetto.Quindi:
(1) non si può pretendere che il proprio lavoro piaccia al 100%.
In genere chi non accetta la (1) non ha compreso due punti fondamentali:- Non è detto che i propri oggetti d'amore (se se ne hanno) siano tali da garantirci una contropartita economica adeguata. Non è da tutti.
- Non si deve mentire a sé stessi, scambiando una generica soddisfazione con un lavoro al 100% gratificante: la prova del nove è proprio rappresentata dalla domanda fondamentale (test del condizionamento al lavoro): se non avessi nessuna contropartita economica, "lavorerei" lo stesso? Come vedremo, solo nel caso della strategia dell'artista questa domanda ha una risposta positiva.
La qualità del lavoro
Nonostante il lavoro non sia generalmente un oggetto d'amore, molti trovano comunque piacevole il proprio lavoro perché permette di vivere momenti positivi. Scopriamo cioè che comunque nel lavoro "c'è qualcosa che ci piace". Come conciliare questo dato di fatto con quanto detto precedentemente? Con l'indice di qualità (q, variabile da 0 a 100).
Nell'attività economica che ci consente di vivere può essere sempre trovata una porzione riconducibile a un nostro hobby o a un nostro oggetto d'amore: l'indice di qualità è il peso di quest'ultimo; pensiamo a un professore di fisica di un istituto superiore che svolge questo lavoro come ripiego (avrebbe voluto fare il ricercatore): non sarà la persona più soddisfatta del mondo, ma in certi momenti potrà godere del piacere della materia che insegna.
Quando il lavoro è totalmente rappresentato da un oggetto d'amore, l'indice di qualità è 100. È chiaro che un'attività economica è tanto migliore per l'individuo quanto più alto è l'indice di qualità. Probabilmente un minatore che lavora a cinquecento metri sotto terra per otto ore al giorno ha un indice di qualità molto basso, mentre lo scrittore affermato, che può permettersi di scrivere se, quando e sull'argomento che vuole, ha un indice di qualità altissimo.
Il denaro
Per molte persone la contropartita economica può giustificare un indice di qualità basso. In ogni caso, il denaro (d) che si riceve in cambio del proprio lavoro modula la percentuale di soddisfazione.
Sul fatto che il lavoro serve come attività di sussistenza economica non ci piove, ma oggi è abbastanza facile comprendere che superare un certo livello di ricchezza personale al prezzo di sforzi sovrumani non è certo positivo per la qualità della vita.
Molte persone incominciano a relazionare d agli altri fattori che descriveremo, comprendendo che la sola valutazione di d è incompatibile con la massima qualità della vita. Altre persone continuano invece a vedere d come unica variabile; da esso dipende la loro "realizzazione", il loro "tenore di vita". Sono psicologicamente così condizionate dal valore che nella società è attribuito ai soldi da svendere la qualità della loro vita per un buon conto in banca.
Il tempo
Nel caso in cui non si abbia un q=100, è normale considerare il tempo (t) che si dedica al lavoro perché esso viene sottratto al resto della nostra vita. Tale tempo deve essere considerato in modo realistico: non si possono dimenticare i tempi di trasporto al lavoro (come nel caso dei pendolari) oppure il tempo dedicato al lavoro al di fuori del proprio ufficio (per esempio a casa oppure durante un'attività rilassante come la corsa: se penso al lavoro mentre corro, sto lavorando!).
Tizio per esempio ha deciso di accettare un lavoro più vicino a casa perché ciò gli consente di risparmiare due ore al giorno: è vero che prende 150 euro in meno al mese, ma "vive di più".
Il controllo
La precarietà del lavoro è un fattore che entra pesantemente nella valutazione; sarebbe però incompleto considerare solo la stabilità come l'unico parametro che ci dia il controllo (c) del lavoro. Anche chi ha un lavoro stabile può averlo talmente fluttuante da avvertire un senso di disagio da mancato controllo: continui cambi nelle mansioni, nei colleghi di lavoro, nelle sedi.
Pensiamo a chi ha un lavoro a turni: data una qualunque domenica non potrà sapere se sarà o meno libero; pensiamo a un bancario che periodicamente viene spostato fra le filiali della zona. Gli esempi si sprecano, ma è certo che più si controlla il proprio lavoro e più aumenta la soddisfazione esistenziale.
Lo stress
Il termine stress (s) qui va inteso come distress, cioè come stress negativo (in contrapposizione all'eustress, lo stress comunque benefico per il soggetto): fatica, ansia, depressione, tutti gli influssi negativi sul binomio corpo-mente.
Rientrano pertanto nel fattore stress anche i lavori fisicamente usuranti, non solo quelli dove competizione, ansia da risultato, ritmi di lavoro logorano la mente del lavoratore.
Conclusioni
Il lavoro reale è una combinazione di questi cinque fattori: l=l(q, d, t, c, s).
Oggettivamente i fattori sono indipendenti, nel senso che fissato uno di loro non si può dire nulla sugli altri: per esempio se d=5.000 euro al mese, Tizio può raggiungere tale somma con stress minimo mentre Caio con stress massimo (e Sempronio nemmeno ci riesce). Soggettivamente, i fattori sono in competizione: per esempio se voglio alzare d, probabilmente t aumenterà, come pure s; se voglio alzare q, è probabile che d diminuisca (per esempio abbandono clienti o mercati che creano molte "grane") ecc.
Per approfondire
- Per riflettere su questo articolo, il test
- Lavoro: la teoria
- Lavoro: le strategie
- Il lavoro reale
- Lavoro: soddisfatti?
- Disoccupazione e precariato.
LA MAIL
Capi obsoletiIl mio capo sostiene che nel nostro lavoro bisogna lavorare moltissimo, soprattutto quando si vuole fare una brillante carriera.
Io userei il capo e le altre persone che la pensano in modo diverso da me come un banco di prova per le mie idee. Spiegherei loro in dettaglio, con calma e distacco, che la loro è una posizione miope e perdente, frutto di una visione della vita che non ha prospettive.
