La pensione integrativa
Copyright by THEA 2007
Questo articolo non vuole acculturare su tutti gli aspetti della pensione integrativa e complementare, per questo scopo ci sono siti appositi, professionisti e organizzazioni sicuramente più preparati.
In realtà, come spesso accade nel nostro sito, vogliamo mettere in guardia dalle facili illusioni che possono scaturire da una visione troppo ottimistica della materia.
Infatti, se è a tutti chiara la massima deducibilità fiscale che oggi è possibile avere grazie al versamento annuo a una forma pensionistica complementare, a pochi è chiaro a quanto effettivamente ammonterà la rendita, una volta andati in pensione. La risposta è: a molto poco. Tant'è che si parla di pensione integrativa, non di pensione sostitutiva. Se lo Stato non farà la sua parte o se il soggetto non avrà fondi propri, è illusorio sperare che con un versamento annuo di 5.000 euro si possa ottenere una buona pensione.
Come funziona
A grandi linee, funziona così.1) Il soggetto versa in X anni un certo capitale Y.
2) Il soggetto percepirà una rendita vitalizia che è funzione di Y e di un coefficiente che dipende da quando inizia la rendita vitalizia e dal sesso del soggetto (le donne, avendo una vita media più lunga, percepiranno di meno, a parità delle altre condizioni). Per esempio, se inizia a 60 anni questo coefficiente può essere il 5%, cioè un ventesimo del capitale versato.
Ovvio che il coefficiente sarà tanto maggiore quanto più avanti negli anni inizierà l'erogazione della rendita.
Il punto critico della pensione integrativa è proprio il valore di tale coefficiente che smorza gran parte degli entusiasmi. Giocando su inflazioni presunte, rivalutazioni interessanti ecc. è abbastanza facile far comparire cifre interessanti, ma se si ragiona avendo presente solo i due punti sopraccitati, si può facilmente concludere che se in venti anni un quarantenne versa 100.000 euro, a partire dai sessant'anni questi avrà una rendita di circa 5.000 euro all'anno, cioè 400 euro al mese. Come detto, i conti sono solo approssimazioni, ma l'ordine di grandezza è questo.
La reversibilità - Un aspetto molto importante della previdenza integrativa è la caratteristica di essere reversibile, caratteristica che deve essere attentamente studiata. Infatti grazie alla reversibilità, il beneficiario della rendita, al termine del periodo di contribuzione, può optare per una rendita che nel caso di suo decesso continuerà a essere corrisposta a una persona da lui indicata (a prescindere dell'asse ereditario), ma la reversibilità viene gestita diversamente a seconda che l'aderente deceduto sia ancora nella fase di versamento dei contributi (in tal caso è previsto il solo caso del capitale ai beneficiari, esente da qualsiasi imposta) piuttosto che in quella di erogazione delle prestazioni.
Nel caso in cui il beneficiario del fondo pensione o della polizza decida per la reversibilità, poiché nessuno regala niente, si tratta di un'opzione addizionale da pagare. Occorre però fare attenzione alla differenza fra rendita e capitale: se si sceglie di avere una pensione, essa è legata alla vita del beneficiario ed eventualmente a quella dei suoi superstiti, ma non può ritrasformarsi in capitale alla morte. Chi decide per la reversibilità decide quindi di rinunciare al capitale. Esistono, naturalmente, combinazioni più sofisticate di prodotti che prevedono anche l'assicurazione di un capitale a favore di superstiti, ma in generale non è possibile avere la pensione per sé e poi il capitale a favore degli eredi superstiti.
Facciamo due conti
Per chi non fosse convinto che in economia vale sempre la legge che nessuno regala niente, sono usciti interessanti prodotti che danno subito il quadro della situazione, le polizze di rendita immediata che consentono di disporre per sé o per i propri cari di un reddito certo, immediato e rivalutato nel tempo.In genere la durata del contratto è legata alla vita dell'assicurato (o degli assicurati in caso di rendita reversibile) e la polizza prevede l'erogazione di una rendita vitalizia rivalutata annualmente in funzione del rendimento di un fondo associato alla polizza. Al momento della sottoscrizione è possibile optare per la reversibilità, in favore dei propri cari, delle somme percepite: ovviamente questa operazione costa.
Proviamo ad analizzare la polizza di una nota banca italiana con un versamento unico di 100.000 euro.
Primo caso: vera pensione - Beneficiari: Mario (53 anni), reversibilità piena (100%) a sua moglie (40 anni).
A parte i 4.000 euro di spese (comprese nei 100.000, quindi ne sono investiti solo 96.000), Mario scopre che la pensione sarà di 2.897 euro annui (nella tabella compare il solito trucco di mostrare gli anni a seguire con un'ipotesi di rivalutazione del 4%, puramente teorica e comprensiva di eventuale inflazione), cioè 241 euro al mese.
Secondo caso: pensione con reversibilità al 50% - Vediamo cosa cambia con una reversibilità dimezzata. La pensione sale a 3.342 euro, 278 euro al mese.
Terzo caso: pensione senza reversibilità - A Mario viene il dubbio che sua moglie sia troppo giovane e che il suo rischio demografico (cioè la possibilità che viva molto a lungo, negativo per l'ente erogante) penalizzi la rendita. Togliamo la reversibilità.
La pensione sale a 3.952 euro, ben 329 euro al mese.
Notiamo il primo grande abbaglio della previdenza integrativa: una reversibilità del 50% costa ben il 15,5% della pensione stessa!
L'evidenza della pochezza dei risultati è illustrata dall'amplificazione dell'esempio. Una persona di sesso maschile di 60 anni con una moglie di 50 anni (per la quale vuole una reversibilità del 50%) che versa in una botta sola un milione di euro riceve come rendita una somma annua di 39.150 euro, cioè 3.262 euro al mese. Come dire: per avere un'ottima pensione occorre essere già molto ricchi!
Conclusione
Sinceramente, mi sembra che la previdenza integrativa, così come è attuata ora, sia una trovata per bravi ragazzi che, sensibili al richiamo dello Stato, rispondono: "obbedisco!". Consiglia l'articolo su Google, clicca
