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Le assicurazioni sulla vita
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Le assicurazioni sulla vita sono un classico caso in cui l'economia si fonde intimamente con la psicologia del soggetto. Alla convention di Livigno, durante la presentazione finanziaria, mi è stato fatto notare che non avevo incluso il concetto di assicurazione sul futuro nei piani di investimento ottimali.
La domanda era molto diretta: "una persona che ha una certa età (diciamo 50 anni), con moglie e figli magari giovani a carico, perché non deve prevedere il dirottamento di una parte del suo patrimonio verso una forma assicurativa che copra la famiglia da una disgrazia che tocchi al contraente la polizza?".
In realtà questa comprensibile preoccupazione si scontra con alcune semplici considerazioni che più che all'economia appartengono alla logica. Vedremo che l'uso del Ma se… permette a chiunque di storcere il naso di fronte alla domanda sopraesposta.
Le assicurazioni sulla vita si basano sulle tavole di mortalità che descrivono la popolazione con il passare degli anni. In genere si parte da una popolazione di 100.000 soggetti; a 50 anni ne sono rimasti vivi (ovviamente in media) 91.822; a 51 anni ne sono rimasti vivi 91.232 e così via.
Supponiamo che il soggetto voglia stipulare un'assicurazione sulla vita decennale che lo copra fino al suo sessantesimo anno di età. Dalla tavola scopriamo che a 60 anni dovrebbero essere rimasti in vita 82.345 soggetti, cioè fra i 50 e i 60 anni ne muoiono 9.477, cioè poco l'11,5%. Questo dato è importantissimo perché ci dice che la compagnia deve considerare che se stipula 9 polizze decennali a 9 cinquantenni dovrà pagarne (circa) una. È evidente che se la somma assicurata è di 100.000 euro, se il premio da pagare annualmente è inferiore a 1.100 euro (11.000 euro in totale) la compagnia ci perderà. Per semplicità non consideriamo il reinvestimento dei premi (potrebbero per esempio rendere un 2% netto sull'inflazione) perché decisamente inferiore ai costi di gestione (con questa locuzione includiamo tutto ciò che grava passivamente sulla polizza) delle polizze da parte della compagnia. Ovviamente a causa di tali costi e della naturale propensione al profitto, è impensabile che la compagnia si accontenti di un pareggio. Realisticamente a fronte di una somma in caso di morte di 100.000 euro richiederà premi per 15.000-20.000 euro durante i 10 anni.
In altri termini, il nostro cinquantenne "butta" 15.000-20.000 euro e se gli va bene (per modo di dire…) ne ricava 100.000. Se poi a 60 anni decide di rifare un'altra polizza decennale, gli dovrebbe costare la bellezza di 35.000-40.000 euro circa, visto che la sua probabilità di morire è di ben un quarto e quindi la compagnia vede un misero pareggio a 25.000 euro.
I dati sono sconfortanti, anche perché alla fine 80.000 euro in caso di morte (100.000 meno i premi pagati) non possono certo garantire un futuro a una famiglia. Se per ipotesi volessimo una somma di un milione di euro, ecco che rifacendo i conti dovremmo pagare qualcosa come 150.000 euro circa in 10 anni. 
assicurazioni sulla vitaIl trucco - Se si esegue una banale ricerca in Internet si scoprono polizze miste (prossimo paragrafo), polizze infortuni e, tutto sommato, poche polizze vita pure (che assicurano cioè la sola morte dell'assicurato). Negli Stati Uniti non è così, probabilmente per la miglior preparazione economica del mercato. Per chi fosse interessato, il sito AccuQuote fornisce molti utili dati per capire a pieno il problema.
Le polizze in genere presentano tariffe a prima vista favorevoli. In realtà la nostra applicazione del Ma se… si basava sul fatto che la compagnia pagasse, qualunque fosse la causa della morte dell'assicurato. Diventa evidente che deve esserci qualche stratagemma. Infatti il motivo più immediato perché i dati del Ma se… non siano ritrovati nella realtà è che l'ipotesi di base non si è verificata: non è vero che qualunque sia la causa della morte dell'assicurato la compagnia pagherà la somma concordata. Esistono condizioni, eccezioni, restrizioni ecc.
Per esempio, la polizza Elisir (Montepaschi) è una polizza pura, tipicamente legata alla morte dell'assicurato. Si scopre che nel caso di polizza decennale di un cinquantenne la tariffa è di 690 euro. Quindi a fronte di un versamento di 6.900 euro ne garantirebbe in caso di morte ben 100.000 (il massimo che si può richiedere). Siamo ben sotto i 15.000-20.000 euro previsti dalla banale applicazione del Ma se… Leggendo il contratto si scoprono però che sono escluse tutta una serie di circostanze. Alcune di esse sono "logiche" (suicidio, incidente di volo, AIDS ecc.), altre invece appaiono più nebulose come la "partecipazione attiva dell'assicurato a delitti dolosi". Il termine delitto apparirà a molti al di fuori della propria vita ("non sono certo un criminale"), ma in realtà ha un senso solo legale e si applica a moltissimi casi in cui siamo coinvolti. Se una persona muore d'infarto mentre sta cogliendo un frutto da un albero (non suo) in campagna sta partecipando attivamente a un delitto doloso.
Continuando nella lettura delle condizioni si scopre che per esempio se la persona rinuncia alla visita medica (con costi a carico dell'assicurato) e presenta il semplice questionario (cosa peraltro perorata dalla compagnia stessa se il contraente ha meno di 60 anni), i primi sei mesi non sono coperti! Inoltre una dichiarazione parziale o inesatta nel questionario medico dà luogo a un contenzioso. E se si legge il questionario ben si comprende come sia facilissimo omettere qualcosa oppure dare risposte che sono contestabili.
Alla fine si capisce che il pagamento in caso di morte non è così automatico. 
Le polizze miste - Nonostante le perplessità sopra mostrate, è evidente che la preoccupazione per il futuro dei propri cari è una motivazione più che sufficiente per la stipulazione di una polizza vita pura. Da quanto detto e consultando attentamente le tavole di mortalità, tale azione è più produttiva quanto più giovane è l'età dell'assicurato, avendo visto che per un sessantenne il vantaggio è veramente minimo e non risolve certo la situazione futura dei beneficiari.
Quello che invece non ha senso è la stipulazione di polizze vita miste, ora che è caduta la detraibilità fiscale delle stesse. In una polizza mista sono presenti diverse garanzie, sia in campo previdenziale sia di accumulazione del risparmio sia di morte.
Potrebbe sembrare interessante unire più garanzie sotto un'unica polizza, ma in realtà l'analisi dei dati mostra che non si è in grado di ottimizzare le garanzie. In altri termini,

è più performante implementare diverse e separate strategie piuttosto che cercare un'unica strategia che offra svariate garanzie.

Infatti tale strategia (la polizza mista) non è in grado di ottimizzare le singole garanzie che alla fine servono solo per portare più denaro nelle casse della compagnia. Molto spesso la natura mista della polizza è solo un trucco psicologico per convincere il cliente a trasferire soldi alla compagnia senza avere grosse pretese, se non la soddisfazione psicologica di aver risolto uno dei suoi problemi (l'aiuto alla famiglia in caso di morte).
Se per un soggetto una polizza vita da 100.000 costa circa 700 euro all'anno, se lo stesso soggetto decide di passare alla compagnia 5.000 euro all'anno per una polizza mista, ecco che solo 4.300 saranno investiti realmente. Ed è difficile ipotizzare che la compagnia si danni (come invece farebbe una finanziaria che deve giustificare il capitale che il cliente le ha dato perché quello è il "suo" lavoro) per far fruttare al meglio quei 4.300 euro perché il cliente è già parzialmente soddisfatto dalla sicurezza di aver stipulato una polizza vita (in altri termini, è meno "esigente").


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