Dimagrisci e rinasci: il metodo Albanesi
Il low training
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Il fitness interessa ormai milioni di persone; è naturale che si moltiplichino le attività per migliorare il proprio fisico e per stare in forma. A prescindere dall'attività, è importante notare che ampie fasce di praticanti sono afflitti dalla sindrome da low training.

Il low training è la preparazione atletica che non induce sensibili modificazioni fisiologiche, ma è eseguita con lo scopo, più o meno conscio al soggetto, di avere una gratificazione dallo svolgimento di un'attività fisica.

La precedente definizione si basa sul fatto fondamentale che l'allenamento modifica il nostro corpo; se non ci sono modifiche (miglioramenti) non ha senso parlare di allenamento: la frequenza cardiaca diminuisce, aumentano la capillarizzazione e il numero dei mitocondri, il peso scende, aumenta la massa muscolare ecc. È invece incredibile notare come molti pensino di fare sport senza che tali modifiche siano visibili, semplicemente perché seguono un programma, di solito poco faticoso e impegnativo. Quante sono le persone che stanno in palestra per più di un'ora, ma in realtà eseguono esercizi per non più di un quarto d'ora? Un quarto d'ora (anche tutti i giorni) non modifica assolutamente la fisiologia del nostro corpo.

Il low training qualitativo

low trainingSi tratta di una preparazione condotta a ritmi troppo blandi per poter essere allenante. Caratteristica principale di questa errata metodica di allenamento è il basso livello di fatica.
Chi fa low training non fatica mai; suda perché la temperatura è alta, ma non ha mai il fiatone e il suo cuore non supera mai i livelli di una passeggiata veloce per prendere l'autobus. In genere il soggetto
  • o non ha una sufficiente forza di volontà da applicare allo sport;
  • o è mal consigliato da preparatori che badano di più a non perdere il cliente che a istruirlo correttamente;
  • utilizza le caratteristiche tecniche (non l'allenamento!) dello sport prescelto per avere comunque dei risultati.
Il primo caso è rappresentato per esempio da chi fa sport per dimagrire illudendosi che con poca fatica si possano bruciare migliaia di calorie (quando la maggior parte di chi frequenta una palestra e fa low training non brucia più di 200 calorie per seduta).
Il secondo caso è invece quello di chi sceglie discipline che "naturalmente" sono low training, per esempio tutti i tipi di walking: fitwalking, speedwalking, nordic walking ecc. Queste discipline sono state concepite per chi non può correre (obesità, gravi problemi ortopedici ecc.), cioè fondamentalmente per individui non sani. Sperare che possano tenerci veramente in forma è illusorio, come sperare che un programma di riabilitazione fisica per un cardiopatico possa servire a vincere la maratona olimpica. In palestra il mito del "non fare fatica, tanto non serve" è rappresentato dall'uso del cardiofrequenzimetro (che blocca il cliente quando incomincerebbe a faticare) e da tutti gli attrezzi che possono essere utilizzati parlando o leggendo un libro.
Il terzo caso è ben descritto da tutti quegli sportivi che scelgono uno sport dove il mezzo e la tecnica sopperiscono alle carenze del loro fisico. Il ciclista in forte sovrappeso che usa l'ipertecnologica bicicletta da corsa per fare faville in pianura (salvo poi diventare una lumaca al primo cavalcavia...) o l'abilissimo nuotatore che usa la sua acquaticità per nuotare facilmente per ore sono esempi di soggetti che possono (vedi oltre: La ricetta contro il low training) illudersi di praticare molto sport.

Il low training quantitativo

In questo caso la scelta dello sport è corretta, ma la quantità è insufficiente, magari tre o quattro volte alla settimana per non più di 20-30 minuti reali (cioè non contando le pause). In totale al massimo due ore alla settimana, ben al di sotto di quel limite di cinque-sei ore che induce i massimi benefici cardiovascolari, muscolari ecc. Per sottoallenarsi due ore alla settimana non è necessario spendere i soldi di una palestra: basta andare al lavoro a piedi o in bicicletta o fare qualche bella passeggiata nel week-end. Siamo in una situazione completamente diversa: il soggetto si impegna correttamente, ma le sue sedute (spesso per motivi di lavoro, familiari ecc.) sono troppo rade. È il caso della classica partita a tennis o a pallone il sabato pomeriggio o della corsetta domenicale. Anche in questo caso la saltuarietà del gesto atletico impedisce significativi miglioramenti: si può dire che il soggetto si diverte, non che fa sport.

Il limite minimo

Il limite minimo deve essere ragionevolmente fissato in:
Frequenza - 3 allenamenti settimanali; 2 per quanto lunghi e intensi sono troppo diradati per essere salutari (il soggetto concentra troppo la sua pratica sportiva, magari non fa low training, ma stressa troppo il suo organismo; esempio: i ciclisti che stanno fermi per tutta la settimana e nel week-end pedalano per 8-9 ore).
Intensità - Contano solo le ore a intensità allenante (ved. low training qualitativo).
Durata - 3 ore settimanali, il minimo per modificare il proprio corpo (ved. low training quantitativo). Se si praticano "seriamente" diversi sport è opportuno pesarli con il valore salutistico dello sport, considerando l'ultima colonna della tabella dell'articolo sul valore salutistico dei singoli sport. Per esempio un'ora di corsa equivale a un'ora di ciclismo o a un'ora di nuoto di fondo (nuotare in piscina continuativamente), ma ci vogliono due ore e mezza di golf (5/2) per ottenere lo stesso risultato salutistico di un'ora di corsa. Così chi pratica solo golf dovrebbe giocarci 7,5 ore e mezza alla settimana per avere una quantità di sport accettabile.

La ricetta contro il low training

È molto importante capire che lo sport, se è fatto bene, modifica il nostro corpo. Quindi a chi fa low training e si ritiene un soggetto sano suggeriamo o di non buttar via il proprio tempo o di passare fra le fila degli "impegnati".
Esiste un modo molto semplice per verificare se siete fra le file di chi fa low training: riuscite a superare il test del moribondo? Se non ci riuscite, quale che sia lo sport che praticate, non illudetevi di essere in forma!

COMMENTI E MAIL

Runner soft...

Nel suo sito dà molta enfasi al running, quasi fosse una sorta di "religione". Premesso che il sottoscritto corre 10 km tre volte a settimana (poco direste voi). La mia perplessità è questa: ma è tutto vero il bene che si dice di tale sport? Nel sito è riportato uno studio svolto oltre 50 anni fa, per il quale il massimo benessere si ottiene con 6-8 ore a settimana a un ritmo sostenuto; questo andrebbe a cozzare con la natura fisiologica dell'uomo, che deve essere si attivo, ma non è lo sport ad alto ritmo la sua pratica naturale; l'uomo non è stato "creato" per correre, basta contare gli infortuni più disparati in cui incorrono tantissimi runner, pro e amatori. Inoltre fra gli ultracentenari, i runner professionisti dove sono? Quello che ho realizzato è che il running dovrebbe essere praticato non oltre le 3 ore settimanali, nel caso incrementando le ore con altri sport, ad esempio nuoto e ciclismo, che mantengono comunque allenato il fisico. Così facendo si riduce il rischio di infortuni derivanti dalla pratica innaturale della corsa, incrementando contemporaneamente le ore settimanali di sport praticato (anche se a mio avviso non è certo fare 6-8 ore che allungano la vita...).

1) Nella tua mail c'è  un errore di fondo: tenti di adattare la realtà alla tua situazione (si chiama errore di generalizzazione).
2) La corsa è una religione come dovrebbe essere ogni oggetto d'amore. Religione deriva da "religare", avere delle regole che ti legano a qualcosa. La corsa è per me una "religione" perché è un oggetto d'amore.
3) La ricerca citata è ormai scienza. Da 50 anni è stata replicata da altre ricerche e mai più smentita. Ved. la differenza fra ricerca e scienza.
4) Per me la motivazione più importante è la salute; per un agonista può essere anche la prestazione. Correre per 3 volte alla settimana per 10 km non è certo poco, è quasi sul limite ottimale di 50-60 km a settimana. Nella famosa curva della salute, tu sei messo come quei runner che fanno 120 km. Fai troppo poco per avere il massimo, come loro spesso esagerano.
5) L'uomo non è stato creato per fare maratone (nel sito c'è un articolo a riguardo), ma è stato creato per essere molto attivo e performante: quando inseguiva (o era inseguito) le sue prede dava il massimo. Io da settembre a Natale corro poco, un paio di volte alla settimana perché vado a caccia; seguo il mio cane, uno springer spaniel, che a sua volta insegue fagiani. Il primo giorno di caccia con il GPS ho misurato che ho fatto 56 km, una trentina di camminata tranquilla, una ventina di corsa lenta (a 5'/km, ma con fucile e cartucciera e su terreno spesso sconnesso) e 5 o 6 alla massima velocità quando il cane fiutava un fagiano e magari ci metteva 3' per farlo alzare. Questa è una giornata da uomo primitivo che si deve procurare il cibo. Direi piuttosto intensa...
6) Gli infortuni non dimostrano nulla. Ognuno ha una sua distanza critica, se la superi la probabilità di infortunio aumenta a dismisura. Ho amici che fanno jogging per 6-8 km alla settimana che sono sempre rotti. Senza contare i sedentari che soffrono di dolori ortopedici vari.
7) Fra gli ultracentenari, i runner professionisti dove sono? Leggi la tua frase e scopri in pochi secondi la banale contestazione. Chi ha 100 anni oggi, aveva 40-45 anni durante la guerra. Secondo te aveva tempo di fare sport? Quello che si può vedere è che oggi chi fa veramente sport è molto più giovanile di chi non lo fa o di chi lo fa all'acqua di rose.
8) Tu hai stabilito che il tuo modo di fare sport è il migliore perché ti fa sentire bene. Bella forza, se hai un buon stile di vita (non fumi, non bevi, non sei in sovrappeso ecc.) ti senti bene almeno fino a 60 anni, anche se non fai sport. Fai sport a bassa intensità e non "reggi" quello ad alta? Probabilmente la tua vita sarà a bassa intensità. Un po' come se tu vivessi in parziale letargo. Quello che cambia con il mio modo di fare sport è l'intensità della vita: ho la resistenza per fare in poche ore cose che altri fanno in qualche giorno. A te può andare bene essere soft, a me no, mi sembrerebbe di sprecare una parte della vita.

Quanto devi correre per stare bene

 
16 aprile 2006 - Corriere della Sera - Mabel Bocchi

Nuove ricerche precisano gli effetti preventivi sul cuore, sulle ossa e sulla linea. Calcolata la distanza che ci separa dai reali benefici
 
Correre per meno 15 chilometri alla settimana, è fatica sprecata: l'attività fisica è troppo blanda per attivare meccanismi di protezione contro l'arteriosclerosi e altre malattie del cuore. Se, però, la distanza percorsa raddoppia - per intenderci: se ci si impegna a correre per un'ora, tre volte la settimana - nel sangue si avvia una piccola rivoluzione: il colesterolo "cattivo" diminuisce a favore di quello buono, la pressione del sangue si abbassa (dopo poche settimane di corsa praticata con regolarità, la pressione si riduce di circa 10 millimetri di mercurio), cala anche la glicemia e, soprattutto, l'accumulo di grassi nelle arterie si arresta. In pratica, arteriosclerosi e rischio d’infarto si riducono. Se poi l'impegno aumenta e la distanza percorsa diventa di circa 75 km alla settimana - ovvero, circa un'ora di corsa ogni giorno - il rischio di disturbi cardiaci e circolatori è addirittura dimezzato. A tali conclusioni sono giunti recenti studi, effettuati dal Center for Health Promotion and Education di Atlanta. E questi dati, opportunamente incrociati con quelli di precedenti studi, porterebbero, secondo alcuni ricercatori, ad ulteriori calcoli, piuttosto singolari: ogni minuto della vita trascorso correndo ne aggiungerebbe altri tre al tempo che resta da vivere. Altrettanto interessanti sono i risultati di studi effettuati oltreoceano che evidenziano quanto la corsa possa prevenire e combattere in modo efficace l'osteoporosi, la malattia degenerativa che colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa, rendendo le loro ossa più deboli e, di conseguenza, maggiormente soggette a fratture. Ebbene, la resistenza delle ossa delle donne che hanno sempre corso risulta, rispetto a quella delle donne sedentarie, maggiore del quaranta per cento. Un valore davvero considerevole. Di fatto, buona parte delle donne affette da osteoporosi da lieve a discreta, sarebbe sana se nella vita avesse sempre praticato la corsa. Allora, con l’arrivo della bella stagione, farebbe bene a tutti - dopo aver consultato il proprio medico per escludere controindicazioni particolari - calzare scarpe adatte e abbigliamento confortevole, per muovere qualche passo in più.
 
Ma la corsa serve anche a dimagrire? Sì, a patto di sapere che i chili persi correndo possono essere di tre tipi: reali, falsi e, purtroppo, anche pericolosi. Quelli reali, i più difficili da eliminare, sono gli unici costituiti dai grassi in eccesso. In ogni chilometro percorso vengono bruciate circa 70 calorie. Considerando che ciascun grammo di grasso corrisponde a 9 calorie, la perdita reale di peso per ogni chilometro è di soli 7,7 grammi. Poco, in verità. Come mai, allora, dopo un’ora di corsa, specie se la temperatura è elevata, i chili persi possono essere anche due o tre? Si tratta di chili falsi, derivanti dall'acqua persa con il sudore e dalla combustione di un paio di etti dei carboidrati contenuti nei muscoli sotto forma di glicogeno. In tutto, circa 8 etti, che si recuperano immediatamente con un'abbondante bevuta e spesso con un irrefrenabile (e inopportuno) appetito. Per fortuna, se la corsa viene praticata con regolarità - diciamo per un'ora, tre volte la settimana - già dopo un mese il peso corporeo diminuisce, mantenendo questa tendenza. Il desiderato obiettivo viene, infatti, raggiunto grazie all'intervento del cervello, che regola i centri della sazietà e grazie all’aumento di reazioni metaboliche aventi lo scopo, quantomeno in apparenza, di bruciare i grassi superflui. Arriviamo, infine, ai chili pericolosi: sono quelli persi da chi è già esageratamente magro ed è costretto quindi, per riuscire a correre, a bruciare le proteine dei muscoli. Un rischio cui devono prestare attenzione soprattutto gli atleti.

Stress(allen)ati?
 
stressatoSignor Albanesi, se ha tempo dia un'occhiata a questo sito e a questo metodo di allenamento. è molto interessante. Una nuova filosofia sta venendo fuori negli Stati Uniti: ottenere il massimo con il minimo tempo possibile. Perché se un sistema di allenamento produce ulteriore stress e tensione in una vita già abbastanza stressata, allora non è un buon sistema. Antonio.
 
Ho visto il sito e sinceramente non ci trovo nulla di eclatante. Anzi. Personalmente ritengo che sia uno di quegli specchietti per le allodole dove si promette cercando di attirare le persone con il miraggio di una facile scorciatoia (un po' come le pillole dimagranti o il Superenalotto per cambiare la propria vita). Insomma, un'idea che andrebbe bene per la nostra pagina degli Oscar delle promesse impossibili. "Ottenere il massimo con il minor tempo possibile" è allettante, ma è anche molto, molto ottimistico. 
A prescindere dal fatto che non vengono fornite spiegazioni teoriche sufficientemente approfondite, occorre rilevare alcuni punti:
 
1) Il metodo è orientato all'incremento della forza. Dal punto di vista salutistico sono le attività aerobiche che "allungano la vita". Non certo il body building o pratiche orientate alla forza dell'atleta.
2) I testimonial sono veramente poca cosa e "qualunque metodo" otterrebbe gli stessi risultati. Perché:
  • si impiegano atleti giovani. Un giovane che si alleni intensamente una volta alla settimana avrà l'illusione di mantenersi forte e in forma.
  • Si impiegano persone affette da patologie. è ovvio che un atleta affetto da patologia grave non può seguire un programma "normale" e può ottenere risultati migliori con pratiche che su soggetti sani sarebbero troppo soft.
Se devo essere sincero (e purtroppo la sincerità non mi manca mai) il metodo di Pete Cerqua è per persone veramente soft; capisco una persona malata, ma un soggetto che voglia ottenere il meglio dalla vita...
Mi preme infatti sottolineare il tuo commento:
Perché se un sistema di allenamento produce ulteriore stress e tensione in una vita già abbastanza stressata, allora non è un buon sistema.
Ci sono profondi errori esistenziali alla base di questa tua affermazione. Non so se segui anche la parte psicologica del sito o ti limiti (purtroppo come tanti altri) a seguire solo la parte sportiva e/o quella alimentare. Leggendo La felicità è possibile, capiresti gli aspetti dubbi della tua posizione:
  • errore di generalizzazione: tu dai per scontato che tutti siano stressati o abbiano una vita stressata. Invece molti riescono a fare sport, gestire un lavoro, una famiglia ecc. senza stress. Non ti viene voglia di sapere come fanno e di cambiare qualcosa nella tua vita per diventare come loro?
  • strategia di fuga: una cosa mi provoca tensione e stress, non è buona e la elimino. Più saggio è cercare di capire perché in me provoca quegli effetti spiacevoli. Forse non ho sufficiente forza psicologica. Invece che fuggire non è meglio diventare psicologicamente più forti?
Dammi retta, "perdi" un po' di tempo per convincerti che lo stress non è una necessità nella vita. Sono le nostre scelte, la nostra voglia di non cambiare, magari i nostri ideali sbagliati, insomma... dipende da noi!!!
 
Soft runner
  
correre fa male?Da tempo frequento il sito e mi complimento per i contenuti anche se talvolta devo dire che la trovo un po' troppo "intransigente"... Per motivi legati alle esigenze di spostamenti dei miei figli (4) dovuti ad allenamenti e partite vari, oltre che al lavoro, mi sono "ridotto" a ritagliarmi del tempo per fare un po' di movimento al mattino presto. Generalmente mi alzo alle 5.45 e corro (lentamente) per 30-45 minuti. Lo faccio da circa un mese e devo dire che i giorni (3 o 4 alla settimana) in cui vado a correre sono quelli che affronto con più entusiasmo, anche perché sono solito alzarmi presto. Ecco però che alcuni conoscenti mi hanno insinuato un dubbio: affermano che correre al mattino presto è pericoloso, in particolare fanno riferimento a statistiche che dicono che ci sarebbe un pericolo legato all'insorgere più frequente di infarti. Aggiungo solo che ho 47 anni sono un po' sovrappeso ma ho sempre praticato sport, prima di cominciare a correre bevo una tazza di tè con un po' di miele. Spero di non essermi dilungato troppo e La ringrazio anticipatamente per la Sua eventuale risposta. F. B.
 
Capisco il tuo dubbio, ma ritengo che abbia origine dalla stessa propensione a trovare un po' intransigenti certe mie posizioni. In sostanza la preoccupazione che esponi è tipica di una posizione soft della vita (non so se segui la parte psicologica del sito, eventualmente per capire meglio leggi l'articolo High People). Se non vuoi invecchiare come tanti altri "salutisti soft" (quelli che si fanno la passeggiata da 20' al giorno), prova a vivere un po' più convinto, un po' più da high people.
Dal punto di vista scientifico, spero solo che i tuoi conoscenti non abbiano competenze mediche perché sarebbe veramente grave (è già grave che dispensino sentenze insulse). Non so se parlano per invidia (i classici sedentari) o per ignoranza, ma vorrei proprio vedere quelle statistiche. L'infarto con la corsa non c'entra nulla per il semplice fatto che, come dovrebbero sapere i tuoi conoscenti, è causato dall'occlusione di importanti vasi sanguigni. Che l'occlusione possa avvenire al mattino a causa della corsa quando la sera prima il cuore era sanissimo è quanto di più assurdo si possa pensare. L'occlusione dei vasi è un processo che dura anni ed è dovuta a un cattivo stile di vita, mentre la corsa aiuta a prevenirla. In ogni caso è già tutto spiegato nell'articolo sulla morte da sport.
 
 
Il concetto di pausa 
 
Mi chiamo Alessandro e ho 20 anni. Sono un "tapascione" (anche se di solito questa definizione si applica a persone più attempate) che si allena da 4 a 6 volte alla settimana nella corsa, in bici e altri sport.
Volevo farle i complimenti per il suo sito, per come affronta in modo "comprensibile all'uomo della strada" argomenti che altrimenti richiederebbero una preparazione da ISEF o Medicina dello Sport. Devo però muoverle delle critiche sul suo modo di rivolgersi agli sportivi "low level" o "soft people". Mi riferisco alla sua risposta ad Andrea (il ragazzo di 32 anni che va in palestra) e vorrei spezzare una lancia in suo favore.
1) Nonostante sia molto giovane, un po' sovrappeso e abbia pochi anni di vera pratica sportiva alle spalle, quest'anno ho corso la Turin Marathon in 3h45'.
Non è un buon tempo, lo so, ma è una delle cose che ho fatto in vita mia di cui vado più fiero. Tutti mi hanno fatto i loro sinceri complimenti, anche gente che una maratona l'ha vinta! Questo non per vantarmi, ma per invitarla a guardare più in là della sua visione dello sport e della vita.
Già il nostro modo di vedere lo sport in Italia è quanto di più lontano ci sia dalla furbizia: il vero obbiettivo dello sport non è considerato quello di stare meglio ma di primeggiare.
Se anche una persona della sua competenza si mette a dire certe cose... Il rischio è che si allarghi sempre più la forbice tra chi pratica sport a livelli superagonistici, macina 150 km a settimana di corsa o 500 in bici, fa decine di gare all'anno, ecc e chi invece al massimo fa la passeggiata per andare dal tabaccaio.
Se chi fa sport ad alto livello non cerca di invitare gli altri a fare sport ma ne scoraggia i tentativi, non ci lamentiamo se stiamo diventando un popolo di obesi e sedentari.
Io ho convinto un sacco di gente a fare sport con me e non l'ho fatto sicuramente guardandola dall'alto o dicendo "tu è meglio che stia a casa perché...". Guardi con attenzione molti sportivi stranieri che vengono da noi a fare gare, spesso resterà colpito dalla loro maggiore serenità e distacco (anche se magari sono pure bravi).
…..
So di essere stato cattivo in alcuni interventi, ma la competenza in una materia non è un alibi per scrivere certe cose ma semmai un'aggravante.
Sono sicuro che non pubblicherà questa lettera, non fosse altro perché è troppo lunga. Spero però che la legga e che mi risponda.
A presto, Alessandro

 
Ho risposto ad Alessandro privatamente sui punti 2-6 (non riportati); il primo punto che ho riportato merita però una risposta pubblica perché di utilità generale.
Non ho mai detto che occorra essere campioni, anzi. Ho sempre detto che basta buttare il cuore oltre il traguardo, magari arrivando ultimi. Tu invece dici:
Non è un buon tempo, lo so, ma è una delle cose che ho fatto in vita mia di cui vado più fiero. Tutti mi hanno fatto i loro sinceri complimenti, anche gente che una maratona l'ha vinta!
Mi parli della tua maratona in 3h45'. Rifletti un attimo. Tu sei fiero di aver corso una maratona. Rigetto su di te il tuo ragionamento. E allora chi non ci riesce dovrebbe sentirsi frustrato?
Ah, forse mi dirai che ne sei fiero perché gli altri ti hanno fatto i complimenti. Beh, questo non è il massimo perché in realtà è ricerca della visibilità.
Ah, forse mi dirai che ne sei fiero perché una maratona è un'impresa. Tu vai fiero di una cosa che un novantenne è riuscito a fare. E hai vent'anni! Non vedo il motivo della fierezza.
Ah, forse tu mi dirai che Singh ci ha messo 5h40', quindi due ore più di te. Ma allora ricadi nella spirale dei tempi e giudichi "low people" chi ha un tempo decisamente più lento.
Come vedi ognuno va fiero di quello che fa. Ma così è troppo semplice, senza parametri oggettivi di valutazione. Il parametro oggettivo non è il tempo che si realizza (3h o 5h), non è la distanza (mille metri o maratona), ma il cuore con cui si fa qualcosa. E questo cuore deve battere forte e bene.
E, scusami, in un ventenne che non sa sconfiggere il sovrappeso, ha bisogno di pause ed è convinto che questo tipo di vita sia il massimo, per me batte piano.
Sono sempre stato contrario a chi macina 150 km alla settimana o che fa gare tutte le domeniche. Io non faccio sport ad alto livello, ho precisato più volte che la mia caratura atletica è risibile ed è per questo che, con un gioco di parole, sono credibile: proprio perché la prestazione non c'entra. Io non ho mai detto "tu è meglio che stia a casa perché...", dico solo che è inutile che una persona si inganni con dei falsi risultati, è inutile sostituire la partecipazione (ho finito la maratona) alla vittoria: alla fine si diventa uguali a chi crede solo allo sport fatto per primeggiare. Quello che conta (ed è questo ciò che non hai capito), non è il tempo o la distanza, ma il modo di fare sport.
Hai 20 anni e ti definisci un po' in sovrappeso. Sei fiero di aver finito una maratona e non sai metterti a dieta? Che serve aver finito la maratona se poi non hai la forza di volontà di resistere al cibo? Fare sport non serve a nulla se non è collegato a una visione salutistica globale. Quando il metabolismo rallenterà, il tuo "po' di sovrappeso" diventerà una pancetta preoccupante, invecchierai come gli altri e a 50 anni (la mia età) sarai biologicamente vecchio. Certo potrai dire "ai miei tempi correvo la maratona"... Vedi, il mio "modo" di vivere lo sport vuole evitare proprio questo: quindi non tempi, distanze, imprese incredibili, ma solo gettare il cuore oltre l'ostacolo. Sai come si può vedere se uno è tosto? Facendogli correre 1000 m. Solo mille scarsissimi metri. E vedi come arriva. Se arriva un po' ansimante, ma dopo due secondi ti parla tranquillamente, non sa che cos'è la fatica. Magari correrà una maratona in 2h40' sfruttando il potenziale che madre natura gli ha dato, ma io stimo di più chi ci mette 4 h in maratona, ma sul mortale chilometro arriva e per un paio di minuti non ha la forza di parlarti, con i polmoni che gli bruciano e l'acido lattico fino alle orecchie. Quello è tosto. E come vedi, non parlo di tempi.
È importante definire il concetto di pausa. Per me le pause sono quelle che la persona si prende senza essere giustificate da una fatica. Il riposo è sacro se c'è fatica, ma la pausa è un riposo senza fatica oggettiva. Chi lavora normalmente e la domenica deve svegliarsi alle 11 perché "deve riposare", ecco quella è una pausa inaccettabile. Come quella di chi va in palestra e appena arriva un sentore di fiatone subito rallenta e si ferma perché "teme di esagerare". Le pause hanno anche un risvolto sociale. Il costo di ritmi di lavoro al rallentatore è altissimo (personalmente ho sempre pensato che sia meglio lavorare quattro ore tostissime piuttosto che otto facendo finta di lavorare perché non si regge lo "stress"), ma pensiamo anche a tutti gli incidenti che avvengono per colpo di sonno. Dopo un buon pranzetto, quanti sono quelli che devono prendersi un riposino perché altrimenti si addormentano al volante? E quel giorno che il riposino non possono prenderselo?
Non sei stato affatto cattivo, solo hai cercato di teorizzare il fatto che la tua vita sia la migliore possibile e che sia giusto non fare nulla per migliorarla. Parafrasando la tua chiusa finale, cercare alibi alle proprie pause, ai propri rotolini di grasso ecc. posso capirlo, ma fare di vizi virtù, quella sì che è un'aggravante.


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