La fatica
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I diversi tipi di fatica
Il problema è complicato dal fatto che esistono diversi tipi di fatica che agiscono spesso in parallelo, ma con percentuali tipicamente individuali, cioè che pesano ognuna in modo diverso a seconda del soggetto considerato.La fatica mentale è correlabile con la motivazione dell'atleta (la globalità delle risorse mentali impiegate nell'azione) a compiere lo sforzo. Si considerino due principianti che non amano la corsa, ma corrono solo per dimagrire: chi ha una maggiore forza di volontà sentirà meno il peso della corsa; un soggetto totalmente svogliato si lamenterà, a ogni passo, del fatto che "corre solo perché deve dimagrire", mentre l'altro "soffrirà in silenzio".
Personalmente preferisco distinguere la fatica mentale dalla fatica psicologica; quest'ultima è rappresentata dallo stress negativo (distress) che accompagna la corsa: la paura del fallimento, la tensione per il contatto con gli avversari ecc. Si noti che un atleta psicologicamente molto fragile può essere totalmente motivato (fatica mentale nulla), ma soggetto a una fatica psicologica massima.
La fatica da deplezione di glicogeno è la fatica tipica del maratoneta quando incontra il muro, ma è del tutto assente sulle distanze brevi.
Le lunghe distanze insegnano che un atleta ben allenato su quelle inferiori, se allunga senza allenamento specifico, anche a ritmi blandi, avverte comunque una fatica meccanica, quella che riguarda una "carrozzeria" non ancora pronta per durare.
Una versione più critica della precedente è la fatica traumatica, cioè quella che s'innesca quando si supera la soglia del dolore senza che ci siano i presupposti di uno stop improvviso: dalla banale vescica alla contrattura lieve, dal risentimento tendineo al mal di schiena, la fatica traumatica è decisamente più significativa quanto più si allunga la distanza.
La fatica fisica
L'atleta motivato al massimo, senza distress, non soggetto a fatica traumatica e perfettamente allenato alla distanza tanto da non subire fatica meccanica o fatica da deplezione di glicogeno, è il runner ideale. Molti runner possono avvicinare questa condizione ideale, soprattutto se sono esperti, equilibrati e allenati.Per il runner ideale la fatica è solo quella fisica, derivante dai meccanismi fisiologici in un organismo che è stato ottimizzato per lo sforzo che deve compiere.
Per misurare la fatica fisica ci può essere d'aiuto la considerazione che in condizioni di crisi la produzione di lattato aumenta. La Fig. 1 illustra in modo schematico cosa accade quando corriamo a diverse velocità di corsa (espresse come percentuale del massimo consumo di ossigeno): più andiamo forte più aumenta la concentrazione di lattato nel sangue rispetto a quella basale che convenzionalmente potremmo supporre uguale a 1 mmol/l.

Fig. 1 - Velocità di corsa e concentrazione di lattato nel sangue
La velocità corrispondente alla soglia aerobica (SAE) per il nostro runner ideale è quella tipica della maratona (2 mmol/l); quella corrispondente alla soglia anaerobica (SAN) è quella relativa alla mezza maratona (4 mmol/l); per velocità superiori, la concentrazione di lattato nel sangue sale bruscamente.
Osserviamo la sottostante Fig. 2; se si considera l'area sottesa da una delle curve (la parte tratteggiata corrispondente alla velocità della SAN) si può avere un'idea della produzione di lattato nei muscoli e, poiché essa dà un'idea della situazione di crisi che l'organismo ha dovuto sopportare, appare ragionevole assumere questa area come misura della fatica fisica dell'atleta ideale.

Fig. 2 - L'area sottesa dalla curva può essere correlata alla fatica fisica
Data una curva, l'area da calcolare è evidentemente dipendente dalla durata
dello sforzo. Così, se è vero che una maratona dura poco più del doppio di
una mezza, è anche vero che la concentrazione di lattato durante una
maratona è circa metà di quella che si ha nella mezza. Come fatica fisica le
due distanze si equivalgono (si noti che la maratona è mediamente "più dura"
perché maggiori sono le altre forme di fatica).Per le distanze più brevi il discorso cambia radicalmente. Un atleta a livello mondiale sui 1500 m può arrivare a una concentrazione di 24 mmol/l per uno sforzo che dura circa tre minuti e mezzo. Confrontando quest'ultima area con quella corrispondente alla mezza di un atleta che corre per 60 minuti a una concentrazione di circa 4 mmol/l, si scopre immediatamente che è molto inferiore (approssimativamente, 60x4 > 24x3,5): i 1500 m sono meno "faticosi" di una mezza, anche se possono presentare una fatica di picco (la massima concentrazione di lattato) superiore.
Dai 1500 m, allungando la distanza (5000 e 10000 m), l'area corrispondente alla fatica fisica cresce, ma resta inferiore a quella della mezza o della maratona.
Poiché l'area, a parità di lattato, dipende dal tempo della prova, un atleta con prestazioni inferiori fa più fatica di un atleta veloce? No, perché l'atleta più forte riesce a sopportare maggiori quantità di lattato.
Nelle gare brevi (Lacour, 1990) la concentrazione media di lattato nel sangue arriva a valori di picco molto alti quanto più l'atleta è forte: ritornando ai 1500 m, un atleta che li corre in 4'30" arriva non a 24 mmol/l, ma a soli 10 mmol/l: la prova si allunga del 30% circa, ma la concentrazione di lattato si riduce al 42% circa: la fatica fisica è minore. Ciò potrebbe spiegare perché gli amatori riescono a gareggiare molto più spesso dei professionisti pur essendo meno allenati.
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