Dimagrisci e rinasci: il metodo Albanesi
Datemi il Nobel!
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Il premio Nobel è sicuramente il riconoscimento più ambito per uno scienziato. Più modestamente, molti ricercatori aspirano solo alla fama, alla possibilità di comparire su riviste internazionali o sui giornali. Purtroppo questa legittima aspirazione è distorta dalla ricerca di scorciatoie, di metodi non troppo limpidi. In campo salutistico, uno di questi è sicuramente il ricorso alle campagne di rilevazione statistica (fra l'altro si deve far notare che per coordinarne una non servono grandi competenze mediche!).
Abbiamo già bocciato questa tendenza parlando dei limiti dell'epidemiologia moderna. Purtroppo continuiamo a ricevere mail di persone che vorrebbero un commento su questa o quella ricerca che hanno alla base una rilevazione statistica.
Il primo consiglio è quello di non rivolgersi a Roberto Albanesi, ma di usare gli strumenti che Roberto Albanesi e questo sito hanno messo a disposizione: in Migliora la tua intelligenza vengono spiegati molti dei trucchi che la pubblicità o le ricerche usano per pilotare la gente in una certa direzione.
Il secondo consiglio (che vale solo per i pigri) è di leggere questo breve articolo dove si smonta una ricerca standard.

La ricerca - Uno studio su X soggetti seguiti per oltre Y anni mostra che il fattore Z aumenta in media del P% il rischio di soffrire della patologia M.

Cavolo! Devo evitare Z. Sembra ragionevole. Gran parte di queste ricerche è invece del tutto risibile. Vediamo i punti critici che ognuno potrà applicare al suo caso specifico.
La correlazione - Quello che molta gente non sa è che ricerche del genere non trovano cause, ma solo correlazioni.

Se non capite la differenza fra correlazione e causa, astenetevi dal credere ad affermazioni basate su dati statistici.

NobelIl campione X - Questo è il punto più critico. Dal punto di vista statistico, i campioni che vengono considerati sono poco significativi. Per esserlo dovrebbero essere sorteggiati su tutta la popolazione, cosa impossibile. Considerare un campione di volontari o di persone di un certo gruppo (se prendo in esame 1.000 soggetti scelti a Pavia non posso desumere che i risultati che ottengo valgano per tutta l'Italia; gli esempi su questo punto si sprecano e li lascio a voi) dà risultati spesso fuorvianti. Molte volte l'appartenenza al campione non è neppure ben definita: se parlo di "guidatori", ognuno intende il termine come vuole e nella ricerca ci finiscono tutti, da chi ha la patente e guida pochissimo al camionista che si fa migliaia di km a settimana in giro per l'Europa. Per togliere ambiguità alla ricerca dovrei poi considerare un campione omogeneo (cosa anche questa impossibile) per evitare che non siano altre cause (e non il fattore Z) troppo presenti nel mio campione sbilanciato a provocare l'aumento del rischio.
Il periodo - Notate quell'oltre. Sicuramente il ricercatore capisce che il periodo deve essere sufficientemente lungo, ma dimentica che quanto più è lungo tanto più si fotografa una realtà che potrebbe essere cambiata. Per un esempio si veda la critica alla ricerca su aspettativa di vita e vino. In sostanza anche qui si ereditano nella ricerca cause estranee al fattore Z.
Il fattore Z - Spesso non è nemmeno definito con chiarezza. Il numero di sigarette fumate da un soggetto per anni è fornito dallo stesso; dobbiamo cioè fidarci della "parola del campione". In altri casi il fattore Z non è nemmeno definibile. Per esempio, supponiamo si voglia studiare l'effetto dell'integrazione della vitamina C; questa la definizione del campione: "chi prende supplementi di 1.000 milligrammi di vitamina C, sia regolarmente sia occasionalmente". Quell'occasionalmente è risibile; cosa significa? Una volta in otto anni? Inoltre non si può trascurare che la vitamina C viene assunta anche con l'alimentazione; raggiungere mezzo grammo di vitamina C con i cibi è facilissimo, quindi, dal punto di vista scientifico, non si possono considerare equivalenti due persone che assumono la stessa integrazione; è necessario indagare la quantità totale di vitamina C che assumono.
La probabilità P - Questo punto è gravissimo. Le riviste serie non dovrebbero accettare ricerche che usano il trucco delle percentuali relative, trucco che ogni statistico conosce. Dire che il rischio aumenta del 25% quando per esempio per una persona di 50 anni è comunque dello 0,4%, vuol dire che passa allo 0,5%, cioè praticamente resta uguale, viste soprattutto le approssimazioni e le ambiguità introdotte dai punti precedenti
La patologia M - Anche sulla patologia abbiamo qualcosa da dire. Molto spesso una patologia non è del tutto definita (si pensi alla sclerosi multipla) oppure la diagnosi è affidata al paziente stesso (mal di testa almeno 3 volte al mese) o, peggio, è inficiabile dalla psicologia del soggetto (sei migliorato?).

Insomma, non è difficile capire che, non essendo la ricerca scienza, quando si ha a che fare con ricerche basate su rilevazioni statistiche è spesso troppo facile trovare una ricerca che mostri che X è vero e una che mostri che X è falso!
Altri due esempi di ricerche da bocciare.

Aspettativa di vita e vino
Come fare informazione

Come muoversi fra le ricerche?

Vorrei un suo parere su una notizia che mi è stata riferita da un professore universitario che l'uso di alte dosi di antiossidanti e per lungo tempo, anziché prevenire possibili tumori, ne sono la causa. Ormai non si sa più come muoversi... un giorno pubblicizzano l'uso di antiossidanti come oncoprofilassi e prevenzione di malattie degenerative... subito dopo dicono l'esatto opposto.

La mail prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che la ricerca non è scienza.
In merito, all'appunto del professore, penso che la sua avversione agli integratori gli abbia fatto sopravvalutare l'esito di alcune ricerche, peraltro condotte in vitro, ricerche che ebbero qualche notorietà un paio di anni fa, ma che ora sono state accantonate (chi è contro l'integrazione vitaminica ora si è buttato sulla vitamina E).
Come muoversi in generale? Purtroppo devo dirti che chi non ha almeno le basi di biologia e di statistica ha delle grandi difficoltà (per questo conviene farsi queste basi, non è difficile).
Sul fronte biologico occorre sempre prendere con le pinze ricerche che sono condotte
  • su animali
  • in vitro (cioè su cellule in coltura o parti di organismi viventi, tessuti o organi isolati)
  • su campioni di soggetti malati, anziani ecc. (un esempio al limite per spiegare il concetto: se scopro che lo zucchero (il pane) fa malissimo ai diabetici (celiaci) non posso arbitrariamente estendere il concetto alle persone sane!).
Sul fronte statistico, oltre ai problemi soprariportati, si deve citare la seminformazione implicita all'eccessiva evidenza del livello di significatività. Quando un ricercatore enfatizza un livello di significatività P=0,05, vuole dirci che c'è un 5% di probabilità che la relazione trovata per le variabili del nostro campione sia un puro caso; in realtà vuol farci credere che quello che lui ha scoperto è vero al 95%. Ciò è un grosso abbaglio: anche ritenendolo in buona fede (cioè che si limiti a parlare della scoperta di una semplice correlazione e non di una "causa"), il 95% vale per quel campione, per come è stato condotto quell'esperimento e per come sono stati letti i dati. Continuano a valere le perplessità soprariportate, siamo ben distanti dal 95% della verità!

IL COMMENTO

I nuovi diavoli (ovvero come si distorcono i dati per supportare la propria personalità)

Internet e tvUn'indagine condotta dalla Società italiana di Pediatria su un campione di 1.300 studenti (12-14 anni) ha rivelato che essi sarebbero "stregati" (il termine, a dire il vero, è usato dal giornalista che ha scritto il pezzo che ho letto) da Internet e tv, visto che ben il 7% sta almeno quattro ore al giorno al monitor. Un'analisi che io trovo superficiale e superata, non a caso ai dati segue il vecchio adagio che con troppe ore davanti al computer, il ragazzo "si trascina dietro tutta una serie di comportamenti negativi". Giornalisti, pediatri, sociologi e opinionisti che condannano la tv e Internet di fatto dimostrano spesso di non conoscere la statistica e trovano cause dove ci sono solo correlazioni. Sentite questa:

...su un campione nazionale di 67,4% adolescenti che hanno ammesso di avere avuto comportamenti rischiosi (fumare canne o sigarette, rubare, ubriacarsi, guidare senza casco ecc.), l'81% passa più di tre ore davanti al PC e il 72% ne passa altrettante davanti alla televisione.

Ovvio che la deduzione di ritenere computer e tv negativi nasca da un macroscopico errore raziologico: senza provare nessun rapporto causale, il "ricercatore" si ancora al dato 67 e, poiché 81 e 72 sono maggiori di 67, deduce un comportamento negativo di computer e tv. Provate a usare lo stesso "cervello" con questi dati: su un campione nazionale di 67,4% adolescenti che hanno ammesso di avere avuto comportamenti rischiosi, il 100% va in bagno almeno una volta alla settimana e il 99,9% cammina per più di 100 m alla settimana. Ne consegue che un attento genitore dovrebbe evitare ogni evacuazione del figlio (almeno fino alla maggiore età) con abbondanti dosi di loperamide (antidiarroico) e non dovrebbe farlo camminare. Un'altra strabiliante scoperta della scienza, poiché finora si sono sempre salutati con gioia i primi passi del proprio pargolo, in realtà i primi passi verso la tossicodipendenza!
Tornando seri, mi si dovrebbe spiegare la differenza che esiste fra Internet o la Tv e la carta stampata.
  • Che differenza c'è nel visitare un sito porno e sfogliare una rivista porno?
  • Che differenza c'è fra l'adolescente che cazzeggia in rete e l'adulto che legge riviste di gossip?
  • Che differenza c'è fra l'hippy che nel '68 accettava passaggi da tutti pur di girare il mondo e chi si offre in Rete a contatti rischiosi?
Chi è incapace di adeguarsi ai nuovi mezzi spesso fa crociate contro di essi anziché imparare a capirli e a usarli: l'agonia di un vecchio tirannosauro. Secondo Alberto Ugazio (nell'immagine, si noti il look da ragazzino), presidente della Società italiana di Pediatria, lo studio vorrebbe "fornire un contributo scientifico alla comprensione degli adolescenti". Ma come si può comprendere se si ragiona con un'altra testa? Un altro passo: "Il momento di maggior consumo televisivo da parte degli adolescenti non è il pomeriggio, quando il 65% dei giovani è a casa, ma durante i pasti (86,3%), quando cioè è verosimile che ci siano anche i genitori e che siano proprio loro a volerla accesa. In famiglia si parla poco e si guarda tanta tv". Per fortuna che c'è Internet e la tv perché con certi genitori… La mente va a quei nostri clienti che quando ci ordinano dei libri non pagano "assolutamente" con carta di credito "perché non si fidano". Ma qualcuno ha spiegato loro che siamo nel terzo millennio? La cosa più curiosa è che nell'interpretazione dei dati non emerge nessun concorso di colpa esistenziale: possibile che i "vecchi" non si rendano conto che se i figli sono cresciuti così è (in parte) anche conseguenza dell'educazione che hanno avuto? Possibile che un padre che non riesce a dialogare con un figlio perché questi preferisce guardare la Tv non comprenda che forse il suo linguaggio, i suoi argomenti sono arcaici e che, agli occhi del figlio, è come un vecchio film di Charlie Chaplin: al più c'è tenerezza, ma Johnny Depp, George Clooney, Brad Pitt o persino il "vecchio" Harrison Ford sono meglio.


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