Il manuale completo della corsa
Il recordman
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Se è vero che molte persone si avvicinano alla corsa, è pur vero che molte se ne allontanano, considerandola solo una parentesi della loro vita. Così facendo, perdono in brevissimo tempo tutti i benefici salutistici della corsa e, al più, resta solo qualche bel ricordo. È pertanto importante studiare le varie tipologie di runner per poter prevenire un eventuale abbandono dell'attività fisica e della corsa in particolare.
Una delle tipologie più ricorrenti nel mondo del running è quella del recordman.
Recordman è una parola grossa che evoca titoli mondiali, olimpici o prestazioni stratosferiche.
(Nella foto: Haile Gebrselassie taglia vittorioso il traguardo della maratona di Berlino stabilendo, nel settembre del 2008, il nuovo primato mondiale). Nel mondo amatoriale indica semplicemente

il runner alla continua ricerca del miglioramento della propria prestazione, a prescindere dal valore assoluto di quest'ultima.

Quando si inizia a correre in genere prevalgono altri scopi, come la socializzazione con un gruppo di amici, il dimagrimento o la sensazione di benessere che può offrire l'attività fisica. Ben presto però ecco che compare un numero vicino a ogni nostra corsa, il tempo impiegato per percorrere una certa distanza o semplicemente il nostro solito giro nel parco.
Alcuni rifiutano questa interpretazione della corsa, arrivando persino a odiare l'orologio, mentre altri, a poco a poco, fanno della prestazione il fattore più importante nel loro rapporto con la corsa. Iniziano a "parlare da professionisti" con termini precisi, piani di allenamento ben strutturati, una determinazione invidiabile. E migliorano. Sono appunto nella fase dei recordman.
Quanto dura questa fase? - Può durare una stagione oppure dieci anni, dipende da quanto l'atleta diluisce il suo miglioramento. Poiché non è un professionista, esistono molte variabili su cui giocare per migliorare facilmente; limitandoci alle più importanti:
  • il peso
  • il numero di sedute settimanali
  • la bontà dell'allenamento
  • l'esperienza.
recordUn soggetto che dimagrisce nel tempo di 10 kg migliora di circa 25"/km; un atleta che passa da 3 a 6 sedute settimanali (ammesso che le regga fisicamente e di testa) migliora a spanne di circa 12-15"/km; un buon allenamento può far migliorare di un'altra decina di secondi al km; infine l'esperienza (soprattutto sulle gare lunghe) fa fare un ulteriore piccolo passo.
Questi miglioramenti possono sommarsi portando magari l'atleta a correre i 10000 m da 50' a meno di 40'. Ciò, ripeto, può accadere in una stagione (soprattutto negli atleti più giovani che provengono da altri sport) o in una decina. In quest'ultimo caso la determinazione dell'atleta sarà fortificata da un ulteriore plus psicologico: l'illusione di essere immortale, secondo la deduzione "miglioro, quindi non invecchio".
Tale plus è spesso prolungato dal trucco della distanza: l'atleta continua ad allungare la distanza; in tal modo, il record è assicurato (bella forza, è la prima volta che corre la maratona!) e la psicologia da recordman soddisfatta. In questo allungamento della distanza non esiste nessuna comparazione fra i risultati, comparazione che porterebbe per esempio a scoprire che il tempo in maratona è sì il record, ma è decisamente pessimo rispetto al tempo sui 5000 m che l'atleta aveva ottenuto 5-6 anni prima.
Come si scopre il recordman? - Semplice. Fatto un record, pensa subito al prossimo. Frasi tipiche sono "l'appetito vien mangiando", oppure "abbiamo fatto 30, facciamo 31" (scendendo sotto le tre ore in maratona, N.d.R.). Niente di male, se queste frasi sono realistiche e non si basano invece unicamente sull'ambizione dell'atleta.
I pericoli del recordman - Infatti il pericolo maggiore è proprio rappresentato dalla mancanza di realismo del futuro che l'atleta si dipinge. Il recordman dovrebbe analizzare il suo ultimo record e verificare quali reali margini di miglioramento abbia, a prescindere da dove desidera arrivare. Se per esempio è over 40, ha una buona comprensione della gara, è ottimizzato come peso, si allena (bene) sei giorni alla settimana, il record precedente è stato ottenuto in condizioni ideali e in quell'occasione ha dato proprio tutto, le probabilità di ritoccare il proprio record sono obbiettivamente minime, soprattutto se tale ritocco si desidera sia decisamene significativo.
In generale il recordman dovrebbe analizzare in modo oggettivo la sua situazione e il record appena conseguito ricavandone il corretto margine di miglioramento. Può darsi che tale margine sia troppo piccolo rispetto alle ambizioni, ma è sicuramente meglio conoscerlo che andare incontro a sonore delusioni. Se non si hanno le capacità tecniche per autogiudicarsi, è opportuno rivolgersi a un allenatore che dia il suo parere disinteressatamente (cioè senza il miraggio di allenare a pagamento il runner). Spesso nel sito mi scrivono atleti che, dopo essere passati da 3h45' a 3h30' in maratona, mi chiedono "quando" arriveranno alle 3h. È scioccante il fatto che non considerino lontanamente la possibilità di non arrivarci mai perché ciò è al di fuori delle loro possibilità fisiche e/o esistenziali (a causa di limitazioni dovute al lavoro, alla famiglia ecc.).
In altri termini, il recordman dovrebbe essere in grado di motivare il suo prossimo record: posso migliorare di X perché...
In quest'analisi potrebbe accorgersi che non ne vale la pena: ricordiamoci che sfasciare una famiglia per allenarsi con 10 sedute settimanali ha senso solo se non si hanno figli e il coniuge è uno di quelli terribili.
L'evoluzione corretta - Se il recordman si accorge di essere giunto al capolinea può abbandonare la corsa, ma allora il suo non era amore per lo sport quanto uno dei modi con cui costruire l'autostima (un'autostima forte prescinde dal valore sportivo) e/o la propria visibilità sociale. Se è invece un vero sportivo può continuare a correre trasformandosi in wellrunner, pronto a correre fino alla fine dei suoi giorni per mantenere il proprio fisico nelle migliori condizioni possibili, contenendo fra l'altro gli effetti dell'invecchiamento
La strategia post recordman - A chi ha deciso di non abbandonare, consiglio di leggere l'articolo La collinetta

IL COMMENTO

Ricevo continuamente mail di runner che mi chiedono fin dove possono arrivare, sino a quando possono migliorare. Nel sito esistono parecchi articoli sull'argomento (numero di allenamenti alla settimana, doti naturali, età e prestazione, psicologia del soggetto ecc.) fino a quello specifico che titola Fino a quanto si può migliorare?. Ovvio che la domanda non sia che il tentativo di sintetizzarli tutti, riferendosi al caso personale. Invito però a riflettere sul quesito.
In questi ultimi tempi mi sono un po' defilato dal mondo "ufficiale" della corsa amatoriale (tranne la mia collaborazione a Podismo e Atletica) perché ne ho scoperto un potenziale terribile limite. Tutti (atleti e allenatori) lavorano in funzione della prestazione, quasi fossero professionisti. Ciò porta a un miglioramento delle conoscenze, ma ha anche un limite enorme: il fraintendimento del valore dello sport. Per un amatore è sicuramente legato alla salute e al rallentamento dell'invecchiamento (wellrunness). Qual è invece il percorso tipico di chi dimentica il fine ultimo? Vediamolo:
1) scopre la corsa e i suoi benefici salutistici;
2) si appassiona a tal punto che vuole scoprire i suoi limiti;
3) in genere si allena 3-4 volte alla settimana, per cui, anche se ha già superato i 35-40 anni migliora velocemente;
4) scopre le maratone, gare molto diverse dai 5-10000 m perché non consentono di ottimizzare in tempi brevi l'allenamento (leggasi "scoprire subito i propri limiti": le distanze più corte dopo una stagione condotta bene rivelano subito il potenziale fisiologico dell'atleta), creando l'illusione di miglioramenti perenni;
5) a volte l'esagerazione agonistica (sia per qualità, cioè per esempio ogni allenamento una gara, sia per quantità, per esempio più di cinque maratone all'anno) lo porta a frequenti infortuni che lo costringono all'abbandono;
6) se si salva, la "carriera" può durare solo 2-3 anni, in media 4-5, a volte 10. Questi dati sono dati statistici consolidati: non più del 15% dei runner corre con lo stesso entusiasmo di 10 anni fa, circa il 60% ha smesso. Visto che non migliora più, l'atleta non è più motivato, incomincia a dare la colpa all'età, ridiventa molto meno ambizioso, spesso abbandona la corsa, usando frasi come "ai miei tempi" e mettendo su chili e chili. A parte il soddisfacimento di una vanità personale, ecco che questo periodo della sua vita non gli è servito proprio a nulla (vedasi Arese, l'esempio di come valga il detto "non conta ciò che si era, ma conta ciò che si è").  
Chi mi chiede quanto potrà ancora migliorare deve tener conto anche della "nevrosi" con cui vive la corsa e le relative motivazioni. Quindi compatibilmente con il suo carattere, il suo stile di vita ecc. magari 3h15' in maratona è il suo limite fisiologico.  Se poi impazzisce, si allena 8-10 volte alla settimana, impara a negare dolore e sofferenza come un fachiro indiano ecc. potrebbe correre anche in 3h10' o 3h. Ma francamente non so se ne vale la pena.
Quando ci si fa il domandone, occorre contemporaneamente chiedersi se la corsa ci piace a prescindere dalla curiosità di scoprire sin dove si arriva e dalla vanità di raggiungere degli obbiettivi. Se la risposta è negativa, smettete subito, Arese docet.


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