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La corsa fa male?
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La corsa può essere un rischio per la nostra salute? Nell'opinione pubblica si è formato un partito avverso all'attività fisica a medio-alta intensità e la corsa è spesso nel mirino. Diventa dunque fondamentale saper rispondere correttamente (con la ragione piuttosto che con il cuore) a chi vede nella corsa un pericolo per la salute. Oltre a rimandare all'articolo sulla pericolosità dello sport fatto male, ho scelto di commentare due atteggiamenti molto comuni.

Meglio il cammino della corsa?

"Meglio il cammino della corsa"; questo è un commento che è sulla bocca di molti medici sedentari convinti o ex-sportivi. A parte un possibile errore di partigianeria, l'espressione più intelligente di questa posizione è che la corsa facilita molto gli infortuni, essendo il gesto della corsa molto più traumatico di quello del cammino.
In realtà è la scorretta interpretazione della corsa che porta a infortuni invalidanti, come capita a quei runner che insistono a correre sul dolore semplicemente perché non possono mancare a una gara. In verità, un comportamento equilibrato rende la corsa perfettamente compatibile con tutta la vita del soggetto, come è dimostrato dai molti ultrasettantenni che la praticano ancora. Del resto anche il cammino, se praticato male, su percorsi pericolosi o con le scarpe sbagliate, può essere fonte di problemi.
Ovviamente il medico anticorsa non si arrende e sostiene ragionevolmente che nella popolazione non è che si possa pretendere di trovare una grande coscienza sportiva e che sicuramente coloro che gestiscono la corsa in modo equilibrato e corretto sono una minoranza, mentre camminare per mezz'ora al giorno sanno farlo tutti. A queste affermazioni si possono muovere due obiezioni.
La prima obiezione riguarda il compito stesso del medico che in una determinata circostanza è quello di fornire la migliore soluzione del problema, a prescindere dal comportamento del paziente. Di fronte a una persona con un enfisema polmonare, è lecito ritenere che un medico debba farle presente che, se non smette di fumare, nel giro di sei-sette anni sarà morta; sarebbe assurdo, poiché gran parte dei fumatori incalliti non smette, consigliare di moderare il fumo che "tanto con un po' di cortisone vedremo di tamponare la situazione".
La seconda obiezione è che l'aspetto salutistico dello sport non riguarda solo i danni ortopedici, ma soprattutto la protezione cardiovascolare e da altre gravi patologie (come il diabete). Ora, è banale dimostrare che con mezz'ora di cammino al giorno non varia nulla nel quadro fisiologico del soggetto, mentre con 40-50 km settimanali (circa 4 ore di corsa) sicuramente sì. Basta effettuare un semplice esame del sangue e si nota che nel marciatore amatoriale (3 ore di cammino a settimana) gli esami sono indistinguibili da quelli di un sedentario puro (quindi tanto vale stare a guardare la televisione). Nel runner invece la glicemia scende, si alza il colesterolo HDL (quello buono), i globuli rossi aumentano di dimensione (trasportando meglio l'ossigeno) e il sangue diventa più fluido (infatti l'ematocrito scende), la pressione arteriosa si abbassa. Meglio che prendere dieci pastiglie al giorno per i vari malanni.

La maratona fa male?

la corsa fa male?Su L'eco di Bergamo del 29 gennaio 2009 è comparso un articolo dal titolo Davvero correre fa bene al cuore? Ho ricevuto molte mail di runner, alcuni preoccupati, altri indignati. Se si legge attentamente l'articolo (a firma di Flavio Doni, Direttore dell'Unità operativa di Cardiologia policlinico San Pietro - Ponte San Pietro) si scopre che esprime una posizione inizialmente condivisibile; sintetizzando, l'articolo sostiene questi punti:
  1. è ormai assodato il ruolo protettivo della corsa sul cuore; ma fino dove tale ruolo è significativo e positivo? La domanda quindi è: "se correre tre, quattro volte alla settimana, per un totale di 40-50 km, è sicuramente benefico per l'apparato circolatorio, lo è altrettanto correre una maratona?".
  2. In soggetti che terminano una maratona si ha un significativo innalzamento degli enzimi indicativi di necrosi miocardica. Non si conosce ancora il significato clinico di questa osservazione.
  3. Il livello di sofferenza miocardica registrato alla fine di una maratona è inversamente proporzionale all'allenamento del soggetto.
Mi sento di confermare totalmente le conclusioni di questa prima parte dell'articolo, precisando solamente che il cuore è un muscolo e quindi è del tutto normale che, lavorando, produca enzimi che sono coinvolti nei processi di riparazione dei tessuti. La cosa non ha rilevanza clinica finché non si superano certi livelli che, come indica il punto 3, si hanno per soggetti non allenati. Quindi:

correre una maratona fa male se non si è allenati a farlo,

situazione purtroppo molto comune negli amatori. Tant'è che l'articolo continua citando uno studio inglese che "ha comparato un gruppo di 180 maschi, di età superiore ai 50 anni, maratoneti amatoriali, che avevano disputato almeno 5 maratone negli ultimi tre anni. Si trattava di soggetti sani, in particolare senza evidenza di cardiopatia e diabete. Il loro profilo di rischio cardiovascolare è stato confrontato con quello di 4.800 soggetti valutati in uno studio epidemiologico cardiovascolare effettuato nella area della Ruhr, il Recall Study".
Sarebbe emerso che:
  1. i maratoneti hanno mostrato un profilo di rischio cardiovascolare più favorevole rispetto ai loro pari età valutati nel Recall Study.
  2. Nel 5% dei maratoneti, una risonanza magnetica con gadolinio ha mostrato la presenza di alterazioni cardiache attribuibili alla presenza di cicatrici di origine ischemica.
  3. Nel corso della ricerca, durata 21 mesi, quattro maratoneti hanno presentato un evento cardiaco maggiore che in due casi si è manifestato come morte improvvisa.
  4. Essere un maratoneta, di età superiore a 50 anni, non significa necessariamente non correre il rischio di incorrere in un evento coronarico maggiore.
  5. La prima sommaria conclusione che si può trarre da questa analisi è che "correre agisce favorevolmente sul rischio cardiovascolare, mentre disputare una maratona no".
Il punto 1 appare coerente con la promozione della maratona in chi è allenato. Gli altri quattro punti sono però grossolani errori razionali. Infatti, nella prima parte dell'articolo si focalizza l'attenzione sul fatto che chi corre una maratona deve essere allenato, poi nello studio si prendono 180 maschi senza specificare nulla sul loro allenamento né sullo stile di vita. Questo rende risibile (scusate, ma non riesco a trovare altro termine) la ricerca. Sappiamo tutti che purtroppo molti runner non hanno un buon stile di vita: c'è chi fuma, c'è chi si alimenta troppo e male (addirittura molti pensano che ci si possa concedere tutto perché… tanto si corre), chi beve, chi corre per cercare di fuggire dallo stress e dall'ansia del lavoro ecc. Insomma cosa può fare la povera corsa se lo stile di vita del soggetto è pessimo?
Quindi non si deve concludere che la maratona fa male, ma che (punto 4) non può fare nulla se comunque abusiamo del nostro fisico, trattandolo malissimo. Non fumiamo, non beviamo, evitiamo il sovrappeso e manteniamo un atteggiamento positivo nei confronti della vita e infischiamocene del punto 5 che l'articolista poteva, con una maggiore riflessione, evitare. 


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