La capacità di sofferenza
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La definizione della fatica è al di fuori degli scopi di questo articolo (del resto nessuno è comunque mai riuscito a precisarla in modo completo e convincente), ma è possibile ottenere qualche risultato concreto introducendo definizioni più facili e a tutti comprensibili.
- La soglia di sofferenza è la fatica psicologica massima che l'atleta accetta durante la gara.
- La capacità di sofferenza è il tempo che l'atleta riesce a reggere alla fatica massima.
La soglia di sofferenza può essere migliorata (partendo dal sedentario e arrivando allo sportivo evoluto)
- con la comprensione e l'adesione al concetto di forza di volontà anevrotica
- con l'allenamento fisico
- con un miglioramento dell'autostima
- con tecniche di allenamento mentale.
Più interessante il concetto di capacità di sofferenza. Data una certa distanza, l'atleta, arrivato alla soglia di sofferenza per quella distanza, dovrebbe riuscire a mantenerla fino alla fine, ottimizzando la prestazione. La capacità di sofferenza dipende principalmente
- dall'allenamento
- dal rapporto del soggetto con la corsa
- dalle aspettative del risultato.
Si potrebbe pensare non tanto di aumentare la soglia di sofferenza, quanto
di aumentare la capacità: un atleta con minore soglia, ma maggiore capacità
potrebbe arrivare prima di un altro con maggiore soglia, ma minore capacità.
La minore capacità lo fa saltare prima o per lo meno rallentare
notevolmente. Per capire come ciò sia possibile rileggiamo la definizione di
soglia e soffermiamoci su "accetta". Se un atleta partecipa a un 10000 m
agonistico sa che dovrà fare fatica, accetta questa fatica, ma non è detto
che questa accettazione sia prolungata durante tutta la gara. Se non ha
capacità di soffrire, dopo poche decine di secondi che ha raggiunto la
soglia si porta sotto di essa, magari giustificando inconsciamente la cosa
con il fatto che la prudenza gli permetterà di arrivare.Molti anni fa (se non ricordo male nel 1975) corsi una gara amatoriale di 10 km in compagnia di Pietro Farina, valente 200-400-ista, olimpionico a Montreal nel 1976. Erano i tempi in cui viaggiavo piano (ero giovane…) e non si scendeva sotto ai 4'/km. Dopo due chilometri circa, Pietro raggiunse la soglia di sofferenza. Incredibilmente dopo qualche centinaia di metri non lo sentii più alle mie spalle; pensai che un velocista non fosse adatto a corse lunghe, per quanto di fisico longilineo e di valore internazionale sui 200 m. Errore: dopo un chilometro me lo trovo a fianco, salvo riperderlo ancora dopo poche centinaia di metri. Continuò così fino alla fine. Gli chiesi se avesse fatto un fartlek, ma la risposta fu negativa, quello era il suo modo di correre i 10 km.
La spiegazione dell'aneddoto è semplice: Pietro non aveva una buona capacità di sofferenza per i 10 km e li correva usando l'alta soglia di sofferenza dei 400 m con la piccola capacità di sofferenza (meno di 1') di tale gara.
Tutta questa discussione può essere sintetizzata in un consiglio:
la "vostra" gara è quella nella quale la capacità di sofferenza è tale da coprire gran parte della gara.
Questo non vuol dire che la tattica migliore è andare in crisi al primo chilometro e soffrire fino alla fine. Ricordo che la capacità di sofferenza implica che il ritmo non diminuisca. Se si parte a 3'/km e dopo ci si trascina soffrendo come cani a 4'/km per il testo della gara, non è sofferenza, è ingenuità agonistica.Quanto detto è molto importante nell'ottica della maratona. Molti atleti sono convinti di essere maratoneti semplicemente perché a loro piace correre a lungo. È come essere convinti di essere sex symbol solo perché il sesso è al centro dei nostri pensieri. In realtà correre a lungo senza la capacità di sopportare carichi di sofferenza importanti è come parlare sempre di donne e non concludere mai nulla.
Se si trasforma la capacità di sofferenza in una distanza, forse è ancora tutto più chiaro. Nell'esempio precedente, Pietro Farina aveva una capacità di sofferenza di circa mezzo chilometro. Io non sono un maratoneta perché la mia capacità di sofferenza può arrivare (a seconda del grado di allenamento) da 5-6 km a 12 al massimo. Poiché ritengo che arrivare al 100% del proprio potenziale in maratona sia dannoso (cosa che non è per esempio per un 10000) a patto di non essere allenati come un professionista, che l'allenamento alla maratona non sia quello che fa durare di più ecc., scatta un blocco psicologico che, a mo' di salvavita, limita la capacità di sofferenza. Il tutto può tradursi in un paio di minuti, poca cosa, ma sicuramente nelle otto maratone che ho corso in 25 anni non sono mai arrivato distrutto come in molti 5000 in pista.
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