La nycmania
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In senso stretto, la nycmania (da New York City Marathon) è il desiderio ossessivo di correre un giorno la maratona di New York, vista come massima espressione della vita del runner.
Voglio correre la maratona! Maratoneti per forza...
Molti neofiti della corsa (magari provenienti da altri sport) puntano subito a correre la maratona, come massima espressione della corsa. Da un punto di vista tecnico ciò è profondamente sbagliato perché un principiante (anche con un fisico già molto allenato perché proveniente da altri sport) non ha ancora la carrozzeria resistente per una gara così impegnativa. Il risultato è che molti si rompono durante la preparazione, magari proprio pochi giorni prima della gara.Quindi il primo errore è
identificare la maratona come l'unica certificazione della caratura atletica dello sportivo.
1) Si dovrebbe fare sport per stare meglio e quindi il punto fondamentale è
che occorre assecondare la predisposizione naturale del proprio corpo. Nella
popolazione solo il 10-12% è naturalmente predisposto per la maratona; il
rimanente o è veloce (la classica struttura del calciatore o della pallavolista)
con fibre veloci in abbondanza o, al più, ha doti da mezzofondista veloce (fino
ai 10000 m). Per il maratoneta per forza (MPF) sembra che non si sia runner se non si corre una
maratona. Questo è profondamente sbagliato. Quello che dà la caratura di un
runner è il suo miglior risultato. Correre la maratona in 3h30' è sicuramente
meno valido di correre un 5000 m in 20'. Se non si è convinti, basta porsi la
domanda: è meglio fare il record del mondo sui 5000 m o arrivare a 15' da
Baldini in una maratona? Questo esempio è la traduzione del rapporto 20' sui
5000 m - 3h30' nella maratona. Solo chi non capisce di tempi può credere che
finire una maratona sia sempre meglio che correre un 5000 veloce. 2) Non si deve ricercare a tutti i costi la visibilità attraverso la distanza. Questo è l'obbiettivo dell'MPF. Poiché chi è al di fuori del mondo della corsa non capirebbe che correre un 5000 m sotto i 20' è un'impresa che solo pochi (nella popolazione) riescono a compiere, ecco che la maratona diventa il tramite con cui aumentare la propria visibilità. "Ho corso la maratona", ed ecco che gli occhi dell'interlocutore (cui correre per 42 km sembra un'impresa eccezionale, a prescindere dal tempo - errore per ignoranza) si illuminano di ammirazione.
3) Non si deve ricercare a tutti i costi la visibilità attraverso il piazzamento. Piazzarsi bene in una maratona è più semplice per il banale fatto che l'allenamento conta percentualmente molto rispetto a distanze dove senza doti naturali non si va lontano (è un po' come riuscire bene a scuola solo perché si studia 12 ore al giorno! I secchioni non sono mai stati simpatici a nessuno…). Chi ci dà un paio di minuti nei 10000 m, in maratona può prendere anche mezz'ora per aver sottovalutato l'importanza di un allenamento ad hoc. Sulle distanze brevi chi è più dotato di noi, anche se si allena male, spesso ci arriva davanti.
4) Non si deve ricercare la propria autostima attraverso la realizzazione dell'impresa. Ciò vuol dire che la nostra autostima è e rimarrà fragilissima, in balia del prossimo fallimento. L'MPF con bassa autostima cosa fa? Sceglie una sfida che è impossibile perdere: arrivare a finire una maratona ci arrivano tutti, magari strisciando e magari al secondo o terzo tentativo. In Italia ci sono oltre 35.000 maratoneti. Quanti di questi riescono a correre i 5000 in meno di 20' (fra l'altro un tempo nemmeno da campione)? Probabilmente meno del 20%. Quindi se si cerca di costruire la propria autostima, lo si faccia capendo che per stimarsi basta buttare il cuore oltre il traguardo, a prescindere dal risultato, sia cronometrico sia di posizione. Questa convinzione costruirà un'autostima granitica, al riparo da ciò che succede e, soprattutto, dal giudizio altrui.
NOTA - Questo articolo non vuole dissacrare la maratona, gara bellissima, anzi. Vuol solo evitare che l'unica direzione del runner sia la maratona perché in tal caso non si è più runner, si è, ripeto, maratoneti per forza.
Dimenticavo. Questo articolo potrebbe sembrare partorito da chi non ha un buon rapporto con la maratona. Invece (siccome ritengo che parlare per invidia sia sempre esempio di stupidità) ne ho corse una decina e ho stabilito il mio record a 49 anni con un tempo mediocre (2h58'43") ma che mi abilita a dire la mia…
Perché New York?
Arriviamo ora al nycmaniaco. Perché la nycmania è uno stato patologico (scherzo, ma non troppo!)?Sicuramente molti di voi mi hanno conosciuto grazie al mondo della corsa; ancora oggi questo mondo porta al sito tanti nuovi visitatori, alcuni dei quali poi magari scoprono anche la sezione Alimentazione e la sezione Psicologia (che per me è la più importante); a volte, arrivati su quest'ultima, cambiano il giudizio che hanno di me, declassandomi da Dio che ha fatto loro correre la maratona in meno di X (salvando la loro autostima e dando un senso alla loro vita) a mentecatto dalle idee strane. Poco male, io ho sempre creduto che non si possa scindere una nostra attività dal resto della nostra vita e che come la facciamo sia indicativo della nostra personalità. Anche correre la maratona lo è.
Correre a New York è un indicatore esistenziale. Infatti continuo a credere che andare a New York sia una forma di esibizionismo o, detto in termini più "psicologici" e vicini al mio sentire, che sia un indicatore di apparenza. Chi va per farci la maratona non riesce a fare turismo per i tempi stretti del viaggio e la necessità di non ammazzarsi di fatica; né può sperare di fare il tempo, visto che l'affollamento iniziale e il percorso fanno perdere molto. I più romantici parlano di "atmosfera" (come si fa a parlarne, se non ci si è mai stati?), di "magia" e altre cavolate simili. In realtà l'atmosfera è quella che loro creeranno parlando dell'esperienza agli amici, vantandosi implicitamente di essere grandi runner perché hanno corso la maratona di New York.
Per l'edizione del 2010 i media ci informano che saranno presenti molti big a partire da Lapo Elkann, una vera mazzata per chi crede che la maratona sia un'impresa da duri: se ci riesce Lapo (che probabilmente è messo peggio del novantunenne indiano che cito sempre per mostrare che è facile correre una maratona, basta essere allenati e non pretendere di battere i keniani), ci riuscirebbe chiunque. Dopo Lapo troviamo Cassani, l'immancabile Linus, Zanardi (fra le handbike) e, a sorpresa, una schiera di politici, ben 11 parlamentari dei vari schieramenti.
Per smascherare la loro apparenza (che è quella di tutti i nycmaniaci), la loro ricerca di visibilità, anche se so che nessuno di loro mi risponderà, vorrei fare ai politici dei due schieramenti una domanda banale: visto che non perdono occasione per spingere e difendere il made in Italy, perché sono andati a New York e non a Firenze o a Venezia?
Il fascino
A questo punto alcuni non si saranno ancora convinti perché, al di là di ogni dubbio, New York ha un notevole fascino per chi corre, un'atmosfera unica ed eccezionale.Vero, ma le persone vanno a New York esattamente come i giovani vanno ai raduni dove con altri 50.000 si sentono meno anonimi nell'ascoltare la loro musica preferita.
Sul fascino di New York ascoltiamo le parole di Giacomo Leone (vincitore nel 1996): "in quel giorno tutti gli abitanti scendono in strada per tifare per tutti gli atleti che vi partecipano". L'amatore quel giorno si sente un campione, "appare" un campione, si sente importante.
Per essere (e non solo sentirmi) importante mi bastano le cose che amo, non devo andare fino a New York.
COMMENTI
New York New York
Mi
sento fare spesso, molto spesso, da amici e conoscenti, la fatidica domanda
"Allora, quando correrai la maratona di New York?". Non trovo la domanda né
stupida né fastidiosa e poi mia nonna mi ripeteva spesso che chiedere è lecito e
rispondere è cortesia. (Il fatto è che molti, che siano runner oppure no,
pensano che quella che si corre a New York non sia una maratona bensì la
maratona). La mia bocca dice sempre "Vedremo..." (per non "deludere" troppo il
mio interlocutore) ma il mio sguardo dice "Mai." Se non mi stupisco dello stupore (perdonatemi la cacofonia) del sedentario sono un po' più perplesso quando la meraviglia la leggo in faccia a chi, di maratone, ne corre più di me. Perché questa mia perplessità? Posticipiamo un attimo la risposta e facciamo un passo indietro. Chi scrive è un maratoneta mediocre, serenamente conscio della sua scarsa caratura atletica. Un giorno questo maratoneta ha rivolto il domandone al suo allenatore: "Ritieni che possa tentare di scendere sotto le 3 ore?" La risposta fu negativa e la lettera si chiuse con l'anticipazione di un commento che sarebbe stata pubblicato di lì a poco: ...magari 3h15' in maratona è il tuo limite fisiologico. Se poi impazzisci, ti alleni 8-10 volte alla settimana, impari a negare dolore e sofferenza come un fachiro indiano ecc. potresti correre anche in 3h10' o 3h. Ma francamente non so se ne vale la pena...
No, non ne vale la pena, chi è wellrunner non verrà devastato dal fatto che non ce la farà a scendere sotto il fatidico muro dei centottanta minuti, chi è wellrunner e ama la maratona non sarà meno maratoneta se non correrà a New York, il wellrunner maratoneta, a mio giudizio, deve porsi un obbiettivo, allenarsi seriamente e con coscienza (la maratona non è una mission impossible, ma prenderla sottogamba sarebbe una sciocca supponenza), scegliere la maratona giusta tentando così di migliorare i propri limiti temporali. Torniamo quindi alla mia perplessità di fronte allo stupore del runner che sogna la Grande Mela; sono perplesso perché moltissimi runner (la maggioranza oserei dire) sono, atleticamente parlando, di caratura mediocre, esattamente come me, e tutti noi ci alleniamo, magari per mesi, per limare pochi minuti al nostro "personale". Perché imbarcarsi quindi nell'impresa newyorkese? Perché spendere una barcata di soldi per ritrovarsi intruppati assieme ad altri quarantamila dilettanti perdendo magari venti minuti sul crono ufficiale? Solamente per dire "Ho corso a New York?", suvvia... Chi non pratica il running non può avere idea di quanto sia impegnativo preparare una "quarantadue", la domanda su New York City è pertanto "giustificata", ma chi conosce la trafila di preparazione alla corsa di Filippide come può meravigliarsi del "grande rifiuto"? Correre la maratona di New York non aggiunge niente al nostro essere maratoneti. Datemi retta, andate a Calderara... D. Lucarelli.
Insensibile a New York?
Dopo
aver letto il tuo articolo sulla maratona di New York mi è venuta voglia di
farti partecipe di qualche riflessione.Comprendo il tuo punto di vista. Condivido tutte le tue posizioni ma ritengo che questa volta tu abbia messo in luce solo gli aspetti negativi e meramente autocelebrativi che motivano la partecipazione a questo grande evento che ha una evidente natura commerciale. Tuttavia gli organizzatori della maratona di New York e, indirettamente, tutti coloro che vi partecipano hanno un grande merito: quello di promuovere a livello mondiale la corsa amatoriale nel contesto di una cassa di risonanza che ha l'indiscutibile pregio di far passare, per un paio d'ore all'anno, in secondo piano il calcio di serie A, B, C, D ... Z che i mezzi di comunicazione ci propinano a dosi massicce. Probabilmente la corsa si può promuovere in mille modi diversi, ma non si può negare che, durante la trasmissione, le fasi agonistiche hanno avuto lo stesso peso attribuito ai momenti di aggregazione e solidarietà che le accompagnava. Ad Atene ha vinto Baldini, un pazzo ha fatto la sua sceneggiata, ma è finita lì. A New York no. La prima domenica di novembre per qualche ora il mondo si ferma e corre. Lo so. Non tutti possono far parte di quella schiera di privilegiati che può spendere un migliaio di euro e più per vivere quell'avventura. Tuttavia, per chi può, mi sento di consigliare quell'esperienza. Da farsi senza l'aspirazione di fare il proprio record, non per vantarsi di esserci stati o di aver terminato "una" maratona, ma per vivere la corsa con quello stesso spirito che tu promuovi e che io, forse, ho scoperto per la prima volta proprio in quei giorni di 5 anni fa quando al colpo di cannone fui abbracciato da decine di sconosciuti di nazionalità diverse che mi auguravano "buona corsa". L'intensità di quei momenti non l'ho più ritrovata. Né in altre maratone, né in gare di triathlon, Ironman compreso. In fondo pensiamoci. Gente come Gianni Morandi, o altri personaggi famosi, cui le emozioni e appagamenti nella vita non sono certo mancati sono rimasti affascinati ed entusiasti. Un motivo ci sarà.
Un giorno, mi piacerebbe leggere sul tuo sito le tue impressioni su quella gara. Ammetto che mi hai stroncato una speranza.
Potrei rispondere alla tua bella mail in modo sbrigativo. Per esempio, che sei l'eccezione che conferma la regola oppure che la nycmania rende la partecipazione alla maratona di New York NECESSARIA mentre nulla osta contro una generica partecipazione.
In realtà mi preme sottolineare alcuni tratti psicologici della tua risposta che possono trovare validità generale.
Promozione della corsa - Non sono proprio così certo che "la prima domenica di novembre per qualche ora il mondo si ferma e corre.". Penso che l'audience della trasmissione abbia avuto uno share "normale", paragonabile a quello di altre maratone italiane. Fra chi corre è normale assistere a New York come alla maratona di Venezia la domenica mattina. Fra i "sedentari" non penso che siano molti quelli che si sono sorbiti due ore di maratona con nomi di protagonisti assolutamente impronunciabili. Se fosse così sarebbe nota un'audience di 5-6 milioni di telespettatori (quelli di Beautiful, tanto per intenderci), cosa che non è.
Sicuramente Baldini ha fatto molto di più per la corsa perché la cornice olimpica cattura anche i non sportivi (oltre al fatto che è italiano) e resta nel tempo. Inoltre Baldini può essere un traino per un ragazzino che non si esalta di certo nel vedere il ponte di Verrazzano invaso da runner che sembrano lo zio Luigi che sbanfa a ogni scatto che fa giocando a pallone.
Unicità dell'evento - Sicuramente gli eventi vengono vissuti dalle persone in modo diverso, a seconda della loro sensibilità. Penso che però sia importante non avere la necessità della grandeur (termine francese che rende benissimo quello che voglio dire) per scatenare le proprie emozioni. Ci sono molte persone che non vivono se non hanno l'adrenalina a mille. In genere sono persone che prima o poi non riusciranno a vivere perché, prima o poi, si assuefaranno a tutto. Così è per le emozioni; cercare la grandeur può essere una strategia che però o lascia sempre un briciolo insoddisfatti (come chi sogna di guidare una Ferrari, di vedere il suo film preferito sul televisore da 20.000 euro, di passare un mese a Tahiti ecc.) o, se si ha la fortuna di trovarla spesso, di non avere più mete che ci emozionino.
Che dirti? Io sono forse troppo semplice per apprezzare certi eventi e, alla fine, ne dissacrerei l'essenza. Alcuni si inebriano di sentirsi "abbracciati da decine di sconosciuti di nazionalità diverse che augurano buona corsa". Io avvertirei solo il fastidio di chi mi obbliga a cambiare direzione, mi fa perdere secondi e mi rompe il ritmo. Insensibile? Può darsi.
Qualche giorno fa mia moglie, evidentemente impazzita, decise di provare un test su 10 km (dopo anni, senza nessuna forzatura da parte mia, è passata dalla palestra alla corsa); la giornata era ideale, con una leggera pioggerellina che stava lasciando spazio al sereno e con una temperatura primaverile. Partimmo sul solito percorso, in mezzo ai campi che conosco palmo a palmo perché ci passo giornate intere con il mio springer, ne apprezzo i colori e ogni forma di vita. Correvo sciolto, ma mezzo metro indietro a mia moglie perché l'amore può avere tante forme, anche la preoccupazione di evitare una piccola delusione. Man mano che i km passavano nasceva la sicurezza del risultato e potemmo rilassarci con qualche battuta; poi, incredibile a dirsi, verso la fine un grande arcobaleno ci accompagnò nella lunga e grande volata finale, un arco d'arrivo che il vincitore di New York nemmeno si sogna. Il 51'17" finale l'ho scritto sull'agenda con la nota: "effetto arcobaleno".
Insensibile a New York? Può darsi. Ma, forse le emozioni preferisco cercarle dentro di me con cose minime che posso trovare ogni giorno, in modo che ogni giorno per me possa essere New York.
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