L'importanza del primo chilometro
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In genere al passaggio del primo chilometro si dovrebbe essere perfettamente in equilibrio, senza avere una respirazione affannata, mal di gambe ecc. L'atleta controlla completamente il suo corpo e le sue sensazioni. A questo punto purtroppo il 75% degli amatori è già in crisi, in particolare non è in "equilibrio lattico": la respirazione è affannata e manca la scioltezza necessaria per controllare la corsa, il dispendio energetico è altissimo.
Il masochista – È colui che è veramente convinto che "si va forte se si soffre tutta la gara"; per lui correre dieci chilometri in apnea è il massimo della motivazione, peccato che confonda motivazione con ignoranza della fisiologia. Realisticamente non sa che un amatore in crisi lattacida al massimo può reggere allo stesso ritmo per 500-1000 m al massimo, poi inizia, inesorabile, la crisi non solo fisica, ma soprattutto nei tempi. Il masochista è di solito ingannato dal fatto che, dopo aver respirato nella parte centrale (corsa anche 20"/km più lentamente), è in grado di sprintare nell'ultimo chilometro con un tempo in linea con la media finale della prova. In genere si tratta di atleti che non analizzano mai la loro prova post mortem, ma si fidano delle loro sensazioni. La mancanza di familiarità con il cronometro li porta a concepire la gara come un tutt'uno. Da notare come spesso il masochista sia meno propenso a scoppiature incredibili se portato sulle lunghe distanze (che affronta con timore).
Soluzione: analizzare i parziali di gara, provare a partire come se la distanza fosse doppia di quella reale e constatare che i parziali di gara migliorano.
L'agonista – Il ritmo folle del primo chilometro è spesso
motivato dal desiderio di seguire atleti più forti di lui. Questa situazione
è particolarmente presente fra le donne, dove il non vasto campo di partenza
forza spesso le atlete più deboli a seguire quelle più forti per non
rimanere sole. In campo maschile l'atteggiamento dell'agonista non ha invece
scusanti e trova la sua causa in una completa ignoranza del proprio valore.
Un aneddoto recente: un atleta in allenamento corre al massimo tre mille a
3'42"/km con recupero di 2' da fermo; imposta una gara su 5000 m al ritmo di
3'45"/km quando il suo reale valore (corrispondente all'allenamento) è
appena sotto ai 4'/km. Ovvio il boom dopo il primo chilometro. La differenza
fra l'agonista e il masochista è che il primo è motivato alla condotta
suicida dagli altri, mentre il secondo è motivato "internamente" dalla sua
equazione sofferenza=massima velocità.Soluzione: seguire non "chi" si vorrebbe battere, ma chi ci è arrivato davanti di pochissimo nella gara precedente.
L'ansioso – L'ansioso è portato a spingere troppo perché teme di "andare troppo piano", è influenzato dagli altri che "scappano via". Spesso la situazione si verifica anche in soggetti che non sono affatto ansiosi nella vita normale, ma che in corsa si lasciano influenzare troppo da ciò che accade intorno.
Soluzione: forzarsi a partire con qualcuno che parte più piano (magari perché è un runner più lento) e accompagnarlo per almeno un terzo della prova, provare poi ad accelerare leggermente cercando l'uniformità del proprio ritmo.
Il velocista – Ovviamente se l'atleta ha caratteristiche veloci sarà naturalmente portato a correre il primo chilometro troppo forte. A differenza dei primi due casi, la crisi arriva improvvisa, nel giro di poche centinaia di metri, quando si esaurisce la spinta del meccanismo anaerobico.
Soluzione: l'ovvia soluzione del problema è di dirottare gli allenamenti verso la parte aerobica, privilegiando la quantità alla qualità. Purtroppo spesso l'atleta fa esattamente il contrario e le sedute di ripetute (nelle quali eccelle) diventano sempre più frequenti.
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