L'importanza dell'obbiettivo
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l'obbiettivo influenza l'allenamento.
Iniziamo dalla posizione meno ambiziosa.Nessun obbiettivo – È tipico di chi è passato dalla fase di principiante a quella di runner; non avendo risultati eccelsi si corre per il gusto di correre, per la salute ecc. ecc. L'allenamento viene fortemente condizionato dall'assenza di stimoli. Mancano prove massimali (la fatica resta un fattore bloccante come i 150 battiti del cardiofrequenzimetro che "assolutamente" non si devono superare), si è frenati da condizioni meteorologiche avverse, da impegni di lavoro ecc. La corsa ha una priorità tutto sommato bassa, è importante, ma non tanto da meritare una programmazione. La situazione può perdurare per anni, ma spesso evolve verso obbiettivi più ambiziosi o implode verso una forma di attività fisica saltuaria.
La partecipazione – Classico obbiettivo decoubertiniano, nasconde diverse motivazioni. Chi è troppo umile sceglie questo stile per evitare di confrontarsi con obbiettivi che ritiene al di sopra della sua portata; chi non vuole nessun stress dai suoi hobby lo sceglie per vivere in tranquillità ciò che ama; chi invece è ammalato di protagonismo sceglie la partecipazione a obbiettivi prestigiosi per travisare la realtà, soprattutto agli occhi di chi di corsa sa poco ("ho partecipato ai mondiali", "alla maratona di New York", "ho corso una cento km"), confondendo (nei casi più gravi anche in cuor suo!) la partecipazione con la caratura sportiva, con la vittoria.
L'importante non è vincere, ma partecipare, ma se partecipo, vinco.
Questo è il ragionamento del protagonista che sostanzialmente di
decoubertiniano ha ben poco.La domenica! – Classico obbiettivo di migliaia di runner, è uno degli obbiettivi più deleteri. Non è possibile gareggiare tutte le domeniche e avere un allenamento ottimale e una prevenzione dagli infortuni ottimizzata. Come variante, molti alternano domeniche agonistiche a domeniche partecipative, interpretando alcune corse come allenamenti o come scampagnate con gli amici. In ogni caso se la competizione domenicale è l'obbiettivo, gli obbiettivi in realtà diventano troppi, tutti uguali e sostanzialmente alla lunga non c'è obbiettivo. Chi appartiene a questa classe psicologica dovrebbe per lo meno scegliere un ristretto campione di gare da privilegiare e da preparare con cura.
L'avversario – Di solito è una conseguenza del precedente. Poiché la semplice partecipazione domenicale non è stimolante, la si lega a una sfida con uno o più avversari. Come tutte le cose ripetitive, alla lunga non è molto motivante e la rabbiosa determinazione dei primi tempi può trasformarsi in apatia quando il nostro avversario diventa troppo forte e le scuse abbondano ("non ho più tempo per allenarmi", la vecchia storia della volpe e l'uva). Se viceversa la sfida è troppo facile, a parte una buona dose di sadismo nei confronti del rivale, non si vede cosa possa farci continuare a ricercare un simile obbiettivo.
La sfida – Questo è sicuramente l'obbiettivo più complesso da descrivere. Ognuno di noi reagisce quando si trova di fronte a una sfida. C'è chi scappa (e allora non sceglierà questo obbiettivo, a meno di non ricadere nel caso citato dell'impresa impossibile, più sotto), chi la accetta e chi la ricerca come motivazione principale. La ricerca della sfida ha sfumature molto complesse. Dal punto di vista negativo, si può affermare che quando la sfida è un mettersi alla prova per dimostrare a sé stessi e agli altri quanto si vale occorre scindere l'esame dal risultato. Se la sfida è importante come esame che ci dice il nostro valore siamo allora di fronte a un individuo insicuro che difficilmente ricaverà sicurezza reale e duratura da un risultato positivo. Chi ha "bisogno" di dimostrare agli altri ciò che vale è perché è più o meno convinto di non valere nulla. Se la sfida è importante come risultato siamo di fronte a un soggetto che vuole semplicemente conoscere i propri limiti, senza sentire il bisogno di dimostrare nulla, che sa già di valere. Poiché esame e risultato sono sempre presenti si potrebbe pensare che le due posizioni si confondano. In realtà il soggetto insicuro vive tutta la preparazione come quella di uno studente ansioso che deve dare un esame importante, senza cioè tranquillità; il soggetto sicuro la porta avanti razionalmente, con equilibrio. Se il risultato è negativo, l'insicuro è depresso, frustrato, quello sicuro analizza con calma i motivi dell'insuccesso, corregge il tiro e trae nuove energie dall'esperienza. Se il risultato è positivo, l'insicuro si esalta, ma la sua insicurezza lo rimette subito alla prova, magari con imprese impossibili che produrranno frustrazione e depressione; il soggetto sicuro è soddisfatto, appagato e si gode in tranquillità il suo risultato.
Il record - A prescindere che il record non deve diventare un'impresa impossibile (vedi più avanti), occorre anche rilevare che non può essere il solo e unico obbiettivo che il runner si pone. Troppi runner s'illudono di poter migliorare all'infinito. Certo (a differenza dei professionisti) i miglioramenti possono durare anche anni, decenni, ma nella maggioranza dei casi, in presenza di un ottimo allenamento e di un ottimo status sportivo (vedi peso forma) i miglioramenti si esauriscono in pochi anni. Poi il concetto di record dovrebbe essere sostituito da quello più logico di obbiettivo cronometrico che tenga conto dell'età del soggetto, del suo grado di allenamento e di tutto ciò che lo renda realistico.
Il titolo – È sicuramente l'obbiettivo meno logico per un amatore. Diventare campione provinciale in una determinata categoria e in una determinata distanza può far piacere, ma quasi sempre non dipende da noi, ma dalla presenza o dall'assenza di avversari più forti. Fissare un obbiettivo che non dipende da noi è quanto di più illogico si possa fare. Quindi i titoli considerateli come ciliegine sulla torta non come piatti principali della vostra vita sportiva.
L'impresa impossibile – Trabucchi la chiama in modo impeccabile "velleitaria". Io uso l'aggettivo impossibile perché a tutti sia chiaro che velleitario vuol dire "al di là delle capacità del soggetto".
Perché si sceglie masochisticamente un'impresa impossibile? Sono talmente tante le ragioni che meriterebbero un articolo a parte. Si può citare l'ignoranza; molti amatori che corrono le ripetute nella preparazione di una maratona a 4'30" al km (per esempio 4x2000 con 3' di recupero) pensano che ciò dia loro la garanzia di correre la maratona a un "facile" 5'/km. È incredibile quanti runner non conoscano il loro reale valore (spesso amplificato anche da gare con misurazioni molto, molto ottimistiche). Un'altra causa che porta all'impossibile è un esagerato protagonismo agonistico. Si fissa un traguardo perché lo si ritiene essenziale per potersi "stimare" sportivamente. C'è gente che incomincia a correre e si pone come obbiettivo il correre la maratona sotto le tre ore in uno o due anni, senza porre la minima correlazione con il proprio reale valore sportivo. Altra causa può essere un'eccessiva propensione a vivere la vita (e quindi lo sport) come un insieme di sogni senza i quali sarebbe meschina e priva di senso. La grande impresa è vista come facente parte di uno di questi sogni che rendono lo sport meno faticoso.
A prescindere dalla causa, la scelta di un'impresa impossibile si rivela sempre fallimentare, anche quando il soggetto "ci prova", ben sapendo egli stesso di non avere possibilità (il caso del sognatore, comunque conscio che il suo è un sogno). L'allenamento risulta sovradimensionato sia qualitativamente sia quantitativamente, e i test e le verifiche sul campo frustranti e alla lunga demotivanti.
L'obbiettivo ideale
È quello che raccoglie i migliori frutti dell'allenamento. Se lo si analizza in dettaglio si scopre che raccoglie in sé i pregi dei vari obbiettivi di tipo "puro", evitandone i difetti. Vediamone le caratteristiche.Realistico. Non deve superare cioè la capacità del soggetto.
Motivante. Non deve esservi cioè la certezza del suo raggiungimento. Chi ha già corso una maratona non può porsi come scopo il semplice "partecipare alla seconda" (a meno che nella prima non sia giunto strisciando e ora voglia arrivare bene!) perché l'obbiettivo è troppo facile e rischia di portare alla prova un soggetto sottoallenato rispetto alle sue reali possibilità. La percentuale di successo varia a seconda della caratura dell'atleta. Se nell'atleta che partecipa alle olimpiadi può essere dell'1%, in un amatore è corretto fissare obbiettivi con una percentuale di raggiungimento del 50%.
A medio termine. Un obbiettivo a breve termine (la domenica!) non consente una programmazione adeguata e intralcia ogni piano di allenamento corretto; uno a lungo termine alla fine rischia di essere demotivante perché il soggetto non riesce a mantenere la concentrazione necessaria.
Ufficiale. Deve cioè avere una cornice di ufficialità che ne sottolinea l'importanza e certifica il risultato. Fare il proprio record in una maratona è diverso dal fare una prestazione cronometrica in una non competitiva di 42 km con un percorso "dubbio". L'importanza della manifestazione deve essere coerente con il valore del soggetto. A questo proposito faccio notare come molti siano i runner che partecipano a mondiali o europei senior quando questi si svolgono in Italia, in casa praticamente. Si tratta spesso di atleti di caratura non eccelsa, attirati dal "nome" della manifestazione. Al di là di ogni protagonismo (sono arrivato ventunesimo ai mondiali: nella sua categoria erano in ventuno!), è da notare come un runner equilibrato, ma di valore non compatibile con i vertici, non possa non riconoscere che la manifestazione non possa essere motivante, al di là del semplice: "io c'ero". Diversa è la partecipazione di un runner che termina una maratona nazionale in 3h45', sostanzialmente in mezzo al gruppo: utilizza una manifestazione prestigiosa non per la semplice presenza, ma per tentare un record in mezzo a tanti altri runner di pari valore.
Sfidante in senso positivo. È il corretto completamento di motivante. Il soggetto ricava uno stress positivo (eustress) dalla sua meta perché vive la preparazione come una sfida che ha buone possibilità di vincere. Il confine fra il soggetto insicuro e quello sicuro di sé sta proprio nella consapevolezza della probabilità di riuscita. L'insicuro che partecipa alla cento km per dimostrare a sé di essere in grado di correrla non sa (se richiesto) quante possibilità ha di finirla in un certo tempo; l'atleta ben preparato e consapevole del proprio valore che vuole scendere sotto le 3h in maratona partendo da un record di 3h01' sa invece che può riuscirci diciamo al 40% o al 60%: a prescindere dai numeri, a un'attenta valutazione della situazione riesce a formulare la sua probabilità di riuscita.
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