Scegliere correttamente il
ritmo del primo km è una premessa fondamentale
per un ottimo svolgimento di una competizione podistica a prescindere dalla
distanza in gioco.
Sfortunatamente molti amatori (direi oltre l'80%) hanno il difetto di
partire esageratamente forte, in particolar modo nelle gare brevi, convinti
che "tenere" sia solo questione di volontà. Un atteggiamento del genere è
sicuramente semplicistico ed eccessivamente ottimistico e finisce per
vanificare gli sforzi fatti, sia quelli relativi alla preparazione sia
quelli effettuati in gara.
Consideriamo un atleta che valga e che voglia correre i 5000 m in 20'
(4'/km). Al primo km passa in 3'50" e pensa: "bene, sono in vantaggio di 10
secondi". In realtà dovrebbe pensare: "sono passato troppo forte, ho buttato
la corsa". Infatti, con ogni probabilità, terminerà la gara in 20'25", ben
25" sopra il proprio potenziale valore.
A chi si chiede come sia possibile calcolare con una certa esattezza il
tempo che si è "buttato" rispondo che esiste una formuletta che proposi già
molti anni fa e che ottenne persino il plauso del mitico Giorgio Rondelli,
uno dei più noti e apprezzati allenatori di atletica leggera.
La formula, piuttosto precisa, è la seguente:
PERDKM=((TKM-T1K)*3)/8.
Indica la perdita al km sul tempo globale se si passa troppo forte al primo
km (T1K); TKM è il tempo al km effettivo. Per esempio, nel caso sopracitato,
TKM=4'05" (20'25"/5), T1K=3'50". La perdita è: 15*3/8=5,6 secondi, cioè
l'atleta in realtà non vale 4'05", ma circa 4'/km.
Ovvio che per dare il massimo non bisogna partire più forte di quanto si
vale. Esistono dei
test che indicano il reale valore sui 5000 m. Tali test devono essere
però eseguiti con l'atleta abbastanza riposato e non è detto che possano
essere inseriti facilmente nella programmazione. Inoltre, se l'atleta parte
troppo forte e cala nella seconda parte, il test non è valido.
Esiste un altro tipo di allenamento, molto facile da eseguire, che non dà
l'esatto valore dell'atleta (il motivo è che dipende dalle caratteristiche
individuali, un atleta anaerobico lo esegue meglio di uno aerobico), ma
consente di definire il ritmo massimo (sotto il quale non si deve andare)
per il primo km di gara in un 5000 m (per un 10000 m aggiungete 8-10"/km).
Tenendo conto che un atleta aerobico soffrirà molto di più una partenza
veloce di un atleta anaerobico, partenza veloce e questo tipo d'allenamento
sono allineati con la tipologia dell'atleta. L'allenamento è il seguente:
6x1000 con 1'30" di recupero da fermo.
Il ritmo massimo di partenza è di 5" superiore alla media dei 1000 m. Se la
media per esempio è di 3'20"/km, l'atleta non dovrà passare sotto i 3'25".
Sbagliare il ritmo del primo km è indice di carenza strategica
Come accennato nel paragrafo precedente, sono veramente tanti i runner che
sbagliano il ritmo della gara; la cosa più incredibile è che anche
tantissimi runner di notevole esperienza non hanno la minima sensibilità per
correre gare su strada di una decina di chilometri. In genere dimostrano
tutta la loro carenza strategica proprio nel primo chilometro corso a ritmi
decisamente superiori alle loro possibilità. L'aspetto più deludente della
situazione è che ogni volta ripetono lo stesso errore, vanificando gran
parte del proprio potenziale.
In genere al passaggio del primo chilometro si dovrebbe essere perfettamente
in equilibrio, senza avere una respirazione affannata, mal di gambe ecc.
L'atleta controlla completamente il suo corpo e le sue sensazioni. A questo
punto purtroppo il 75-80% degli amatori è già in crisi, in particolare non è
in "equilibrio lattico": la respirazione è affannata e manca la scioltezza
necessaria per controllare la corsa, il dispendio energetico è altissimo.
Ritmo del primo km scorretto: le soluzioni

Dal momento che ritengo fondamentale percorrere il primo km di gara al
giusto ritmo, ho individuato tre categorie di podisti in riferimento a
questo particolare aspetto: il
masochista, l'
agonista e il
velocista. Di
ognuna di queste tre tipologie vengono descritti gli errori commessi;
ovviamente viene suggerita anche la soluzione al loro problema.
Il masochista – È colui che è veramente convinto che "si va forte se si
soffre tutta la gara"; per lui correre dieci chilometri in apnea è il
massimo della motivazione, peccato che confonda motivazione con ignoranza
della fisiologia. Realisticamente non sa che un amatore in crisi lattacida
al massimo può reggere allo stesso ritmo per 500-1000 m al massimo, poi
inizia, inesorabile, la crisi non solo fisica, ma soprattutto nei tempi. Il
masochista è di solito ingannato dal fatto che, dopo aver respirato nella
parte centrale (corsa anche 20"/km più lentamente), è in grado di sprintare
nell'ultimo chilometro con un tempo in linea con la media finale della
prova. In genere si tratta di atleti che non analizzano mai la loro prova
post mortem, ma si fidano delle loro sensazioni. La mancanza di familiarità
con il cronometro li porta a concepire la gara come un tutt'uno. Da notare
come spesso il masochista sia meno propenso a scoppiature incredibili se
portato sulle lunghe distanze (che affronta con timore).
Soluzione: analizzare i parziali di gara, provare a partire come se la
distanza fosse doppia di quella reale e constatare che i parziali di gara
migliorano.
L'agonista – Il ritmo folle del primo chilometro è spesso motivato dal
desiderio di seguire atleti più forti di lui. Questa situazione è
particolarmente presente fra le donne, dove il non vasto campo di partenza
forza spesso le atlete più deboli a seguire quelle più forti per non
rimanere sole. In campo maschile l'atteggiamento dell'agonista non ha invece
scusanti e trova la sua causa in una completa ignoranza del proprio valore.
Un aneddoto: un atleta in allenamento corre al massimo tre mille a 3'42"/km
con recupero di 2' da fermo; imposta una gara su 5000 m al ritmo di 3'45"/km
quando il suo reale valore (corrispondente all'allenamento) è appena sotto
ai 4'/km. Ovvio il boom dopo il primo chilometro. La differenza fra
l'agonista e il masochista è che il primo è motivato alla condotta suicida
dagli altri, mentre il secondo è motivato "internamente" dalla sua equazione
sofferenza=massima velocità.
Soluzione: seguire non "chi" si vorrebbe battere, ma chi ci è arrivato
davanti di pochissimo nella gara precedente.
L'ansioso – L'ansioso è portato a spingere troppo perché teme di "andare
troppo piano", è influenzato dagli altri che "scappano via". Spesso la
situazione si verifica anche in soggetti che non sono affatto ansiosi nella
vita normale, ma che in corsa si lasciano influenzare troppo da ciò che
accade intorno.
Soluzione: forzarsi a partire con qualcuno che parte più piano (magari
perché è un runner più lento) e accompagnarlo per almeno un terzo della
prova, provare poi ad accelerare leggermente cercando l'uniformità del
proprio ritmo.
Il velocista – Ovviamente se l'atleta ha caratteristiche veloci sarà
naturalmente portato a correre il primo chilometro troppo forte. A
differenza dei primi due casi, la crisi arriva improvvisa, nel giro di poche
centinaia di metri, quando si esaurisce la spinta del meccanismo anaerobico.
Soluzione: l'ovvia soluzione del problema è di dirottare gli allenamenti
verso la parte aerobica, privilegiando la quantità alla qualità. Purtroppo
spesso l'atleta fa esattamente il contrario e le sedute di ripetute (nelle
quali eccelle) diventano sempre più frequenti.