L'allenamento del maratoneta di alto e medio livello
(Arcelli-Canova)
Come onestamente premesso dagli autori e dall'editore, non si tratta di un libro per tutti, anche se il titolo (per le solite ragioni di marketing) è in parte fuorviante. Infatti il testo può essere utilizzato con profitto solo dal maratoneta di alto livello, cioè da quello che è definito un top runner (nella foto, Gebrselassie). Questo articolo ha proprio lo scopo di spiegare il perché, evitando che amatori poco critici commettano gravi errori, male interpretando alcuni capitoli.
La prima parte (i primi quattro capitoli, 80 pagine) è un interessante e molto chiaro riassunto dei principali aspetti fisiologici del maratoneta e dei diversi mezzi di allenamento; può essere molto utile a chi non ha mai letto nulla in proposito.
La parte successiva è quella che invece dovrebbe riguardare solo il top runner. Infatti nessun amatore può interpretarla e adattarla alla propria situazione. Le differenze principali sono sostanzialmente due:
a) il periodo di preparazione di una maratona indicato da Arcelli-Canova è correttamente di sei mesi, durante i quali l'atleta non gareggia che poche volte (5-6 gare);
b) la preparazione è impostata sul bigiornaliero, come si vede dalle schede riportate nel capitolo sei.
Riguardo al punto a) nessun amatore riesce a reggere un periodo di sei mesi, soprattutto con penuria di gare. Se il top runner è altamente motivato dallo scopo (un'olimpiade o un campionato mondiale), l'amatore è motivato soprattutto dal suo entusiasmo. L'esperienza insegna che preparazioni di due-tre mesi sono ottimali per portare il runner alle massime condizioni psicologiche. Oltre tale periodo può insorgere una nausea della corsa che ha come unico scopo di devastare la parte finale della preparazione.
Riguardo al punto b) è ovvio che pochissimi amatori possono (e riescono) a impegnarsi in un bigiornaliero. Inoltre il bigiornaliero cambia completamente la strategia di allenamento. Un amatore che si allena quattro o cinque volte alla settimana non può che trasformare certi carichi quantitativi in qualità. L'allenamento dell'amatore è cioè più qualitatitivo che quantitativo.
Qual è la differenza in minuti finali fra le due filosofie? Difficile dirlo. Comunque esperienze su runner di medio livello (2h30') che hanno provato entrambe le filosofie (tre mesi monogiornaliero - sei mesi bigiornaliero) porta a concludere che il beneficio in termini di minuti è di circa 3-5'.
È importante comunque interpretare correttamente anche i capitoli più evoluti perché a mio avviso manca un certo lavoro di sintesi da parte degli autori che si limitano a fornire indicazioni senza arrivare a "punti fermi".
Le schede personali – Vengono analizzate le preparazioni di quattro atleti (Bordin, Ferrara, Viceconte, Baldini). Più volte viene fatto notare che ogni atleta ha seguito una sua filosofia di allenamento. Nonostante ciò è possibile trovare delle analogie:
a) durante la preparazione le gare sono in numero molto limitato;
b) nei tre mesi precedenti la maratona vengono eseguiti da 3 a 8 lunghissimi a ritmi svelti (Ritmo gara + 10"). Stupisce molto che a differenza degli altri atleti descritti, Baldini abbia eseguito solo tre lunghissimi (anche se negli ultimi 40 giorni) e spesso si sia limitato a sedute di bigiornaliero abbastanza blande. La gran parte del suo lavoro è rappresentato da doppie sedute giornaliere a ritmi sui 3'50" o addirittura 4'/km. Per questo programma vale la perplessità già espressa nell'articolo L'allenamento dei campioni. Gli altri tre programmi contengono invece sedute molto interessanti anche al punto di vista qualitativo.
c) l'ultimo lunghissimo è effettuato da 12 (Ferrara e Viceconte) a 18 (Bordin) e 19 (Baldini) giorni prima della maratona. Salomonicamente si può stimare in 15 gg. una media teorica.
L'allenamento in quota – Questa appendice è sicuramente la
più confusa. Vediamone i punti salienti:a) gli esperimenti condotti fino al 1979 sono falliti (fra i 2.800 m e i 3.200 m). Cito: "i risultati non furono incoraggianti: avvenne infatti un crollo generalizzato (probabilmente di origine endocrina), con abbassamento delle prestazioni e con forti disagi fisici, che perdurarono piuttosto a lungo, al rientro in Italia". Si passò pertanto ai 1.800 m di Saint Moritz o a i 2.200 m del Sestrière.
b) Anche le successive esperienze sono confuse. "Lo studio comparato dei vari dati, tuttavia, è piuttosto nebuloso, poiché le risposte sono strettamente individuali ed addirittura nello stesso individuo variano di volta in volta secondo delle diverse situazioni precedenti e/o contingenti".
c) Si passa poi a qualcosa di più modesto: "In molti casi, oggi, si preferisce allenarsi a una quota intermedia (intorno ai 1.000 m), nella quale si possono trovare i vantaggi ambientali di una temperatura fresca e di percorsi più piatti rispetto all'alta montagna, senza i rischi connessi con la quota dei 2.000 e più metri". Ciò è in linea con la frase precedente: "poiché le grandi maratone istituzionali si effettuano di norma nei mesi estivi più caldi, da sempre gli atleti che vogliono partecipare a tali eventi hanno dovuto affrontare il problema di dove allenarsi, essendo praticamente impossibile, ad esempio, in nazioni come Italia o Spagna, svolgere allenamenti di grande volume e intensità a livello del mare nei mesi di giugno-luglio-agosto, caratterizzati da un clima notevolmente caldo e umido".
E allora perché non dire chiaramente (come risulta da tutte le ricerche di fisiologi dello sport) che l'allenamento in quota non apporta significativi miglioramenti? Tanto più che nell'ultima tabella su 26 maratoneti italiani che si sono allenati in quota 18 hanno fallito (vedasi campo note)!
Inoltre se l'allenamento in quota provoca "un aumento in circolo della concentrazione di eritropoietina" che differenza c'è fra farla aumentare per la quota (il che è sempre uno stress per il fisico non allenato) o somministrarla con un farmaco! Questo nell'ottica di salvaguardare l'atleta.
La mia posizione è che oggi allenarsi in quota è giustificato da due motivi (di cui uno illecito):
a) condizioni ambientali favorevoli (e concordo che la quota ideale sia 1.000 m)
b) mascheramento di progressi "farmacologici" con irrealistici benefici della quota.
Il test di Arcelli-Impellizzeri-Morelli – Non vorrei che diventasse un altro test di Conconi con un sacco di gente che lo realizza male e a pagamento per amatori di medio livello che non hanno capito che questi test possono essere sostituiti da prove sul campo. Tanto più che come onestamente ammettono gli autori tutte le procedure di misurazione hanno sempre un margine d'errore: "il valore del quoziente respiratorio non è mai preciso e sono sufficienti piccoli errori del quoziente respiratorio per dare variazioni non trascurabili del valore dei grassi consumati al minuto". Se si tiene poi conto che certi valori (come le 2 o le 4 mmol/l) sono puramente teorici variando da individuo a individuo, ben si comprende che
misurazioni da laboratorio singole hanno un significato trascurabile rispetto a valutazioni sul campo.
Esempio classico è la valutazione della soglia anaerobica sul campo.I test in laboratorio hanno invece senso quando l'équipe medica scopre i valori soggettivi, li mette in relazione con quelli dei test e delle gare dell'atleta ecc. In altre parole studia l'atleta per mesi. Cosa che è del tutto impossibile per un amatore che al massimo può eseguire un test ogni tanto senza la pretesa che l'équipe passi giorni a studiare i suoi dati personali.
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